Nord del Camerun, emergenza fame

Tre milioni di persone colpite

 

  
 
 
 
 
 
«In 28 anni di Camerun, non ho mai visto niente del genere!». Padre Danilo Fenaroli non è persona di molte parole. Certamente non è di quelle che tendono a enfatizzare cose di poco conto. Se lancia un allarme, allora significa che la situazione è davvero grave. Padre Danilo vive dal 1990 a Mouda, nell’Estremo Nord del Camerun, regione molto povera e abbandonata, estremamente vulnerabile dal punto di vista climatico. Colpita ciclicamente da siccità e carestie, si trova ora a fare i conti con una delle emergenze più gravi.
 
Già negli scorsi mesi il Programma alimentare mondiale (Pam) aveva lanciato l’allarme e le stesse autorità del Camerun avevano parlato di circa tre milioni di persone a rischio in questa regione, la metà in modo estremamente serio. Ma sono l’intero bacino del lago Ciad e, più estesamente, la regione del Sahel, ad essere colpiti da una grave carestia che riguarderebbe circa 7 milioni di persone.
 
Non si tratta però solo delle conseguenze dei cambiamenti climatici che qui sono più evidenti e drammatici che altrove ormai da diversi anni: a complicare le cose, nell’Estremo Nord del Camerun, si aggiunge anche la crisi provocata da Boko Haram. Il gruppo terroristico nigeriano, infatti, continua a rendersi protagonista di attacchi al di là e al di qua della frontiera.
 
Il che ha spinto migliaia di persone a lasciare le proprie case. Attualmente nelle regioni più settentrionali del Camerun ci sono quasi 100 mila profughi provenienti dalla Nigeria e 200 mila sfollati interni. Un’emergenza nell’emergenza. «Conosco famiglie che stanno morendo di fame – testimonia padre Danilo -. Alcune di loro, quest’anno, non hanno avuto alcun raccolto, per mancanza di piogge.
 
E adesso che la stagione secca si trascina verso il suo termine non hanno assolutamente niente per nutrirsi». Negli ultimi anni la pluviometria è scesa attorno ai 510 millimetri, mentre in passato si superavano facilmente anche i 1.100 millimetri. «In media – ricorda il missionario – ogni famiglia raccoglieva dai 20 ai 30 sacchi di miglio che venivano gestiti in parte per nutrirsi (circa la metà) in parte per permettere ai bambini di andare a scuola o per far fronte a eventuali malattie.
 
Nella situazione attuale, tantissime famiglie hanno raccolto chi un sacco o due, chi addirittura mezzo sacco di miglio. La situazione è drammatica. Anche al mercato i prodotti di prima necessità scarseggiano e i prezzi sono saliti alle stelle». Un sacco di miglio di 120 chili circa, che a Garoua – un po’ più a Sud – costava attorno ai 12/13 mila Franchi Cfa (20 euro circa), nell’Estremo Nord è arrivato a superare i 25 mila franchi Cfa, ovvero quasi 40 euro.
 
Un prezzo totalmente inaccessibile per la maggior parte delle famiglie che, già in situazioni normali, vivono in estrema povertà. I missionari del Pime sono presenti in questa regione da oltre cinquant’anni. Sempre al fianco della gente e sempre nelle condizioni più difficili. Padre Danilo, in particolare, si occupa soprattutto di persone con disabilità – gli ultimi tra gli ultimi -, ma in queste ultime settimane non ha potuto evitare di farsi carico anche del grido della gente che muore di fame.
 
«Ci troviamo di fronte a una situazione di grave emergenza – ribadisce il missionario -. Famiglie intere non hanno più niente da mangiare perché i raccolti, nella migliore delle ipotesi, sono stati scarsi, e in molti casi completamente inesistenti». «Non ho mai visto una cosa del genere!» conferma Bouba, che lavora da molto tempo con i missionari del Pime a Yagoua, a circa 150 chilometri di distanza, lungo la frontiera con il Ciad.
 
Lui stesso non ha dubbi: «In vita mia, non ha mai visto così tanta gente soffrire la fame. Molti di quelli che conosco ormai mangiano so lo una volta al giorno. E solo miglio. Sono appena tornato dal funerale di una parente. Al villaggio non hanno più nulla. Normalmente, una famiglia consuma un sacco di miglio al mese.
 
Io ho cinque figlie e se abbiamo anche un po’ di tuberi riusciamo ad andare avanti un po’ più a lungo. Ma se abbiamo solo miglio, non si riesce a superare il mese. Ho visto tanta gente che sta soffrendo davvero. Verso Moutourwa, in particolare, non sono riuscita a raccogliere quasi niente». La siccità che sta attanagliando l’Estremo Nord del Camerun ha provocato una delle peggiori carestie mai vissute in questa regione. I segnali d’allarme c’erano già tutti negli scorsi mesi.
 
Ma, nonostante gli allarmi lanciati sin dallo scorso dicembre, non è stato fatto nulla per venire incontro alle migliaia di famiglie che stentano a sopravvivere. Anche il vescovo di Yagoua, mons. Barthélemy Yaouda Hourgo, aveva scritto al presidente della Repubblica Paul Biya, per «sollecitare un aiuto alimentare per le popolazioni vulnerabili, senza distinzione di religione, della regione dell’Estremo Nord del Camerun».
 
L’accenno alla religione è dovuto al fatto che que sta regione è abitata in larghissima maggioranza da popolazioni musulmane. La Chiesa, che rappresenta una piccolissima porzione degli abitanti, riesce tuttavia a gestire un’ampia rete di strutture dedicate in particolare all’istruzione e alla sanità – nonché progetti di sviluppo – che riguardano tutti, senza – appunto – distinzione di religione. Anche per questo, nonostante i piccoli numeri, è grandemente rispettata e autorevole.
 
«Questa situazione – continuava il vescovo – potrebbe aggravarsi in seguito alla mancata maturazione del miglio di mezza stagione che viene chiamato comunemente karal». Ed è quanto puntualmente si è verificato. «Il karal ha bisogno di meno acqua – spiega Francesca Bellotta, volontaria dell’Associazione Laici Pime (Alp) a Yagoua – e per questo viene coltivato dopo la stagione delle piogge. Ma anche la produzione di karal è stata scarsissima.
 
Alcuni non hanno avuto alcun raccolto. E in questo momento dell’anno si ritrovano davvero senza niente da mangiare». «A tutto ciò – rincara Bouba, particolarmente scoraggiato perché è stato pure derubato di due sacchi di miglio – si aggiunge il fatto che i grossi commercianti hanno fatto incetta del poco miglio rimasto in giro e hanno alzato i prezzi. I grossi commercianti ci speculano sopra e il governo non fa niente».
 
Ad aggravare ulteriormente la situazione si aggiunge la presenza di grossi branchi di elefanti, anche di centinaia di esemplari, che devastano sistematicamente i campi degli agricoltori. Un problema che si trascina da anni. Ma anche in questo caso il governo fa poco o niente. «Sembrano più interessati alla protezione degli animali che a quella delle persone – si lamenta Bouba -.
 
Diversi capivillaggio hanno fatto il censimento dei danni provocati dagli elefanti e la lista delle famiglie che non hanno avuto alcun raccolto. Li hanno fatti pervenire alle autorità, ma come al solito non è successo niente». Anche la questione dell’approvvigionamento dell’acqua è una grande sfida in questa regione semidesertica.
 
La Fondazione Bethléem – creata da padre Fenaroli nel 1997 e impegnata specialmente nell’accoglienza e nel sostegno a orfani, persone disabili e vedove, oltre che nella formazione professionale – sta realizzando numerose trivellazioni per realizzare pozzi. Tuttavia, anche in questo ambito si stanno incontrando difficoltà sempre più grandi.
 
«Mai come quest’ anno – interviene padre Danilo – abbiamo avuto moltissime perforazioni senz’acqua. Purtroppo molte falde acquifere non sono state alimentate ed è diventato estremamente difficile anche realizzare i pozzi». Insomma, una vasta regione del Camerun sta morendo di fame e di sete. E ben pochi sembrano essersene accorti.
 
 
Anna Pozzi 
 
(articolo tratto da www.mondoemissione.it)
  



 

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