I talenti in classe

Essere giudicati perché altri hanno fatto meglio

 

 
 
 
 
 
Talenti. Parola desueta e incomprensibile anche in un liceo classico. Messa lì sullo sfondo di un concetto innominabile e innoinato: la vocazione. Provo perciò a partire da quello che potrebbero conoscere. "Che cosa vuol dire talent scout?" "Ah, chi va alla ricerca di campioni dello sport o di potenziali promesse del mondo dello spettacolo". Non ho ancora ben capito se Lucia sia istintiva o abbia voglia di mettersi in mostra, ma quasi sempre è la prima a rispondermi.
 
"Quindi, per voi, - ribatto - avere un talento significa eccellere, o almeno provarci, in una settore della vita? E chi non ha capacità di eccellere non ha talenti?". Stefano tenta di precisare: "Eh, beh, avere talento per qualcosa vuol dire essere portati, avere delle capacità che tutti non hanno". "Quindi, per voi, il talento è solo di qualcuno?". "Si, di solito si. - quasi in coro".
 
"Allora - gli dico - forse bisogna precisare che cosa vuol dire avere un talento. Potremmo provare a prendere il testo del vangelo da cui questa parola è entrata nel nostro linguaggio". E ho letto per loro Mt 25,14-30. Verso la fine della lettura Pierpaolo salta su e dice: "Ma scusi prof. perché chi ne ha ricevuto uno solo viene giudicato male per averlo riportato senza nessun interesse? Il padrone non glielo chiede di guadagnare qualcosa con ciò che distribuisce. Perché allora gli viene imputato come un atto sbagliato?"
 
"Ottima domanda Pierpaolo". In effetti non avevo fatto caso nemmeno io a questo dettaglio del testo. Perciò apprezzo sul serio la sua provocazione. Gli rimando: "Qualcuno ha un'idea per rispondere a Pierpaolo?", anche per prendermi il tempo di ragionare sulla sua provocazione. Sempre Lucia: "Beh, gli altri due hanno ognuno guadagnato qualcosa e perciò lui viene giudicato male per questo".
 
Ma alla classe questa idea non piace. Enrica lo traduce per tutti: "Ma non è mica giusto essere giudicati solo perché altri hanno fatto meglio di noi". "Sono d'accordo - rispondo - e infatti non credo che questa sia la risposta sensata. Forse il testo stesso, più in basso, ci da una indicazione, quando dice: dalle tue stesse parole ti giudico".
 
E Pierpaolo si accende: "Ah, prof. cioè, il terzo servo è stato condannato perché non è stato coerente con sé stesso. Questo mi torna già di più". "Esatto Pierpaolo - rispondo -. Credo che il senso sia questo. Visto che la sua aspettativa era che il padrone gli avrebbe chiesto di più di ciò che aveva avuto in consegna, avrebbe dovuto almeno procurare a lui gli interessi bancari. Ma perché non lo ha fatto, secondo voi?"
 
C'è un po' di silenzio e nei volti appare la perplessità o lo stupore, sulla mia domanda. Poi Enrica ci prova: "Io credo per paura, paura di perdere quell'unico talento che aveva". "Ci può stare, ma allora gli altri due hanno agito bene solo perché avevano avuto più talenti in sorte?". "No, non mi piace - ancora Pierpaolo. Non so perché ma non mi sembra giusto".
 
"E hai ragione - gli dico -. Infatti credo che la differenza non stia qui, ma nell'immagine che i tre servi hanno del loro padrone. La paura del terzo non è forse tanto, o solo di perdere l'unico talento che ha, ma di non essere all'altezza dell'idea che lui ha del suo padrone. Ho l'impressione che forse voi stessi, spesso vi sentiate un po' così davanti al mondo degli adulti: inadeguati, impauriti, con la voglia di mettervi al riparo, al sicuro, più che di rischiare ed esporvi".
 
Enrica allora chiede la parola: "Forse un po' siamo così, è vero, ma se ci pensiamo bene non è che si arriva molto lontano in questo modo, e alla fine, come il terzo servo, si resta senza nulla. Ad esempio credo che i primi due servi avessero una idea molto diversa del loro padrone, probabilmente di una persona che si fida di loro, che non pretende nulla e che sa apprezzare ciò che loro hanno guadagnato anche senza che lui glielo avesse chiesto. Cioè, loro due lo hanno fatto per loro, liberamente, di rischiare, non tanto per il padrone".
 
"Ottimo Enrica - le dico - credo tu abbia colto nel segno. Tiro tre conclusioni per voi. Primo. Il "talento" era un'unità di misura, non un determinato bene in sé. Tradotto vuol dire: è il nostro metro con cui giudichiamo la realtà e il nostro rapporto con essa che definisce la nostra possibilità, più o meno alta, di realizzare quel che siamo, non tanto quello che abbiamo come capacità effettive.
 
Ecco perché un "talento" si realizza solo se è "speso", cioè rischiato per qualcosa di più grande, perché se facciamo questo significa che noi crediamo nelle nostre possibilità di "incidere" sulla realtà, di lasciare un segno, per quanto piccolo, affinché le cose non siano perfettamente identiche a prima. Secondo. Tenere per sé il proprio talento lo fa morire perché ci condanniamo da soli a pensare di essere incapaci di incidere sulla realtà, mostriamo la paura di un mondo attorno a noi che ci sembra ostile, difficile, esigente.
 
Terzo. Allora tutti abbiamo talenti, perche tutti diamo una certa lettura del mondo che ci circonda. La differenza vera è tra chi li spende e chi no". Uscendo avevo già il mio demone al lavoro. Possiamo applicare questa lettura al rapporto Chiesa-mondo? Forse sì. E allora chiedo: oggi la Chiesa crede che questa realtà possa essere abitata da Dio? O cerca di tenere per sé il suo talento (leggi depositum fidei), ben conservato senza rischi di perderlo? E quindi che immagine ha del suo Padrone?
 
 
Gilberto Borghi
 
(articolo tratto da www.vinonuovo.it)
 



 

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