Ciò che abbiamo conosciuto lo racconteremo ai nostri figli

Trasmettere è generare / 1

 

 
 
 
 
La prospettiva che guida i nostri incontri dei “Mercoledì della Bibbia 2018” si muove in sintonia con il prossimo sinodo dei Vescovi, convocato da Papa Francesco a Roma dal 3 al 28 ottobre c.a. L’assemblea sinodale si confronterà, a livello teologico e pastorale, sul tema “I giovani, la fede e il discernimento vocazionale”.
 
Guardando alla situazione attuale, a noi sembra che oggi la “questione giovani” includa la “questione adulti”, vale a dire interpelli anche la responsabilità dei genitori, degli educatori e dei pastori delle comunità ecclesiali a saper esercitare la loro paternità-maternità genitoriale, spirituale ed educativa – spesso assente o insipientemente vissuta –, al fine di trasmettere alle nuove generazioni valori autenticamente umani e umanizzanti, e agli adulti cristiani di trasmettere valori autenticamente evangelici ed in conformità con la fede ricevuta, professata e vissuta nella Chiesa del Signore.
 
È necessario che oggi venga risvegliata tale paternità-maternità, che, lo ripeto, non è soltanto genitoriale ma, riguardando tutti gli adulti, anche spirituale ed educativa, ed è altresì necessario che per noi credenti venga risvegliata innanzitutto dal confronto con la Parola di Dio contenuta nelle S. Scritture: solo così noi adulti cristiani mostreremo di essere sapienti e autorevoli (altra cosa dall’essere intellettuali da sbarco e autoritari), capaci di accompagnare le nuove generazioni a ricercare con passione il senso vero della vita e la presenza del Dio di Gesù Cristo che accompagna, dà sostegno, speranza, umanizza le relazioni e il mondo, e apre nuovi orizzonti alla nostra esistenza in cammino.
 

L'adulto-anziano e il giovane nella Bibbia

Domandiamoci, innanzitutto: quale significato dell’età adulta-anziana e giovanile ci consegna la Bibbia?
L’età dell’adulto-anziano:

a) «Sazio di giorni»
L’età dell’adulto-anziano, che per la Bibbia storicamente oscilla tra i 50 e i 70 anni (80 anni per i più robusti: Sal 90,10), spesso viene idealizzata, in particolar modo quando egli muore «sazio di giorni» (Abramo: Gen 25,8), espressione tipica che di una longevità, oltre le normali aspettative di vita, segnata dalla benedizione, dalla fecondità e dalla protezione di Dio, dalla fedeltà alla sua Parola e ai suoi comandamenti (Dt 4,40; 5,33; Pr 3,1-3; Sal 91,16). «Sazio di giorni» vuol dire una vita lunga, feconda, sapiente e felice.
 
Tuttavia la longevità non è il criterio di discernimento più importante, perché la vera anzianità «non è quella longeva, né si misura con il numero degli anni; ma canizie per gli uomini è la saggezza, età senile è una vita senza macchia» (Sap 4,8-9), poiché, sia l’anzianità veneranda che quella intesa in senso lato, cioè come maturità in umanità e nella fede, è essenzialmente dono di Dio; così, infatti, dissero gli anziani del popolo al giovane Daniele: «Vieni, siedi in mezzo a noi e facci da maestro, poiché Dio ti ha concesso le prerogative dell’anzianità» (Dn 13,50), vale a dire la sapienza e il discernimento (Dn 1,17).
 
b) Decadimento psico-fisico
Ma al di là dell’idealizzazioni, storicamente la vita dell’adulto anziano è inevitabilmente segnata dalla fragilità fisica, dal venir meno delle energie vitali della persona, come pure da un certo ripiegamento su se stessi, da un certo isolamento e senso di inutilità, e da una certa incapacità di reagire, perché presi da noia e tristezza che fa perdere il gusto della vita (Sir 3,12-13; Qo 12,1-8).
 
c) Il compito dell’adulto-anziano-maturo
Nonostante l’inevitabile decadimento psico-fisico, salvo casi patologici, e a motivo del fatto che l’anzianità – da intendersi anche in senso lato – è dono di Dio, l’adulto-anziano ha un compito e una missione da compiere: «Venuta la vecchiaia e i capelli bianchi, o Dio, non abbandonarmi, fino a che io annunci la tua potenza, a tutte le generazioni le tue imprese» (Sal 71,18; cf. Sal 22,30-32).
 
Si tratta, per l’adulto-anziano, di trasmettere alle nuove generazioni, non solo la sua esperienza, ma anche le grandi opere che Dio ha operato nella sua esistenza e nella storia del suo popolo: “grandi opere” di liberazione e di salvezza che sono narrate nella S. Scrittura, la quale ne spiega il senso conforme alla Parola di Dio. Per questo l’adulto-anziano è chiamato a trasmettere la Parola di Dio contenuta nelle S. Scritture, che lui stesso ha ricevuto quando era giovane, che ha vissuto e dalla quale è stato formato.

L’età del giovane

L’età giovanile si caratterizza per quella energia e forza che sprigiona vita e amore per la vita, bellezza, spensieratezza, allegria, esuberanza, iniziativa, operosità, curiosità, stupore, senso dell’avventura, capacità di rischiare (Pr 20,29; Qo 11,9; Gv 21,18a). A motivo di questa sua particolare energia vitale, la Bibbia paragona l’età giovanile a quella di un “giovane leone” (Pr 28,1). Ma nello stesso tempo, sono proprio la forza e l’esuberanza del giovane, in aggiunta alla sua inesperienza, il suo punto debole dove trovano dimora i falsi ideali e le false saggezze, che degenerano in odio, arroganza e presunzione i suoi sentimenti e i suoi comportamenti, e di conseguenza ostacolano la sua crescita e maturazione (Sir 32,7-13; Is 3,4; 2Tm 2,22).

Da qui la necessità di un itinerario educativo per il giovane (Sir 6,18-19.23-37; 51,13-30); itinerario che si configura come relazione paterna-materna (Pr 1,8), e quindi filiale e familiare, tra giovani e adulti. La fede biblica ci ricorda che non c’è crescita e maturazione per un giovane senza la presenza dell’adulto padre-madre-educatore, ovvero senza il suo sguardo amorevole, la sua attenzione premurosa, il suo sostegno, la sua pazienza, il suo consiglio, il suo discernimento, la sua esperienza, il suo insegnamento, la sua correzione... (Pr 3,12; 9,1-6; Sir 2,1-6; 6,18-19; 25,4-6; 32,7-13; 1Pt 5,5). Ripeto: qui la paternità-maternità non attiene soltanto ai genitori, ma anche all’ampia popolazione degli educatori, a coloro che in vario modo hanno una responsabilità educativa verso le nuove generazioni.

La Bibbia ci offre figure di adulti “esemplari” ma non perfetti (alcuni saranno evidenziati nelle relazioni che seguiranno) con i quali potersi confrontare; come pure ci offre figure di giovani “esemplari” (ma non perfetti) per il loro coraggio, la loro sapienza e la loro fede: ad es. il re Salomone (1Re 3,7; Sap 7,1-21; 9,1-18), Ester, Rut la Moabita, Daniele, Anania, Misaele, Azaria (cf. il libro del profeta Daniele), Tobia, il profeta Geremia (Ger 1,4-19), il discepolo amato da Gesù, il vescovo Timoteo che fu collaboratore di Paolo (1Tm 4,12; 5,1), Maria di Nazaret, Giuseppe lo sposo di Maria e, in particolar modo, lo stesso Gesù di Nazaret.


La trasmissione di generazione in generazione

La trasmissione dei valori umani autentici e della fede cristiana non è un processo scolastico meccanico, freddo, asettico di comunicazione di concetti e di aride formule sintetiche, bensì si configura, già è stato accennato, come un’esperienza relazionale tra padre-madre e figlio/a, tra maestro e discepolo/a, tra educatore e giovane. La qualità o lo stile della relazione è altrettanto importante quanto il contenuto da trasmettere, perché è lo stile della relazione che rende credibile l’atto stesso del trasmettere come atto gratuito di amore, quindi come atto generativo.

Per questo la trasmissione dei valori umani e della fede, anche per la Bibbia passa, avviene «di generazione in generazione»: ce lo ricordano, ad esempio, le genealogie che troviamo sia nell’AT (Gen 5,1-32; 10,1-32; 11,10-32; 25,12-18; 46,8-27; Es 6,14-25) che nel NT (Mt 1,1-17; Lc 3,23-38), ce lo ricorda ancora il canto del Magnificat di Maria («di generazione in generazione la sua misericordia per quelli che lo temono»: Lc 1,50).
 
E anche per questo la pagina finale del profeta Malachia che chiude l’AT e apre al NT – secondo la disposizione dei libri della Bibbia cristiana – annuncia il ritorno del profeta Elia, inviato dal Signore Dio, che «convertirà il cuore dei padri verso i figli e il cuore dei figli verso i padri» (Mal 3,24; ripreso da Lc 1,17 in riferimento a Giovanni Battista, inviato da Dio «con lo spirito e la potenza di Elia»): un duplice movimento di conversione riguardante sia i padri che i figli, sia gli adulti che i giovani.

Accostiamoci, allora, più da vicino ad alcune pagine bibliche che mostrano l’importanza del dinamismo relazionale nella trasmissione «di generazione in generazione» dei valori umani e della fede. Al riguardo consiglio la lettura del bel libro di Jean-Pierre Sonnet, Generare è narrare (ed. Vita e Pensiero, 2015), di cui sono debitore per queste pagine.
 
1. La paternità generativa:
a) Trasmissione come annuncio delle opere di Dio.
Per la fede biblica, l’atto di trasmissione del padre nasce attorno alla domanda del figlio, il quale chiede a suo padre il significato del rito della Pasqua che ogni anno viene celebrato in famiglia come rito domestico. Il padre è chiamato a rispondere così: «È il sacrificio della Pasqua per il Signore, il quale è passato oltre le case degli Israeliti in Egitto, quando colpì l’Egitto e salvò le nostre case» (Es 12,27). È al padre che viene dato il compito di spiegare al figlio il senso della festa di Pasqua, ovvero il passaggio di Dio che salva il suo popolo dall’oppressione egiziana e che gli fa compiere quel salto esistenziale di qualità dalla schiavitù verso la libertà.

In Es 13,14 è scritto: «Quando tuo figlio un domani ti chiederà: “Che significa ciò?”, tu gli risponderai: “Con la potenza del suo braccio il Signore ci ha fatto uscire dall’Egitto, dalla condizione servile”». Qui è significativo che il padre non trasmette al figlio la potenza del suo braccio (magari rifacendosi alla sua giovane età), bensì trasmette la potenza del braccio di Dio, il passaggio potente di Dio. Il padre non celebra la propria potenza ma quella di un altro Padre, quella di Dio, di cui lui è il testimone di fronte al figlio.
 
La domanda del figlio pone al padre di raccontargli l’aspetto più fondamentale della sua esperienza: non raccontare se stesso, ma l’agire salvifico di Dio, la Sua Paternità liberante e non opprimente. E così la domanda del figlio permette al padre di esercitare la sua paternità e di risvegliarla quando, a volte o spesso, essa è assopita. Il figlio diviene quasi il custode della paternità del padre e gli fa riscoprire la sua responsabilità: infatti solo il padre, e nessun altro al posto suo, ha il compito e la missione di rispondere al figlio e di rispondere del figlio che Dio gli ha donato.
 
b) Trasmissione come annuncio dell’inventiva di Dio.
Il Sal 78 riprende il compito dei padri nella trasmissione della fede, ma, oltre a sottolineare l’annuncio delle opere di Dio (vv. 3-4: «…diremo alla generazione futura le lodi del Signore, la sua potenza e le meraviglie che egli ha compiuto») e non quelle del padre, qui viene evidenziato un aspetto nuovo dell’annuncio: l’annuncio di un Dio che manifesta una inventiva ricca e feconda, quando, di fronte all’infedeltà e al fallimento dei padri («generazione ribelle e ostinata… dal cuore incostante e dallo spirito infedele a Dio»: v. 8) e dei figli che li hanno seguiti, sa inventare e aprire strade nuove, guidandoli attraverso Davide, pastore dal cuore integro e dalla mano intelligente (vv. 70-73).
 
I padri, a cui è affidato come compito la trasmissione di questo annuncio alle nuove generazioni, devono essere consapevoli delle loro infedeltà e fallimenti, e delle infedeltà e fallimenti di coloro che li hanno preceduti, non li devono occultare, e questo perché i figli delle nuove generazioni imparino a riporre in Dio la loro fiducia, imparino a non dimenticare le opere di Dio e a non imitare l’infedeltà e i fallimenti dei padri (vv. 7-8a).
 
Ecco un altro aspetto dell’inventiva di Dio: nonostante il fallimento dei padri e dei figli che li hanno seguiti, Dio punta sui figli più giovani, sulla nuova generazione che viene, per rilanciare la speranza e costruire un futuro migliore. E un’inventiva ancora più ricca e feconda, nonché unica, Dio la manifesterà attraverso l’umanità e la fede del suo Figlio Gesù…
 
c) Paternità per designazione
In Es 12,27; 13,14 e Sal 78 la fede biblica pone una verità che è nel contempo esistenziale e teologica: a differenza del legame materno, unico nella sua tipicità, quello paterno è piuttosto per designazione, per un compito o una missione; vale a dire, il padre inizia ad esercitare la sua paternità quando dice: «Tu sei mio figlio», quando riconosce di avere un compito di responsabilità generativa verso il figlio, e allo stesso tempo quando il figlio lo riconosce dicendo: «Tu sei mio padre», tu sei colui che provvedi al mio sostentamento, alla mia formazione, tu sei il mio educatore, colui che mi accompagna nella faticosa ricerca del senso della vita e della fede.
 
Al padre per essere tale non basta che sia genitore, è necessario che diventi padre a livello generativo esistenziale e di fede, che diventi padre “adottivo” (nel senso più profondo della parola), che responsabilmente “adotti” suo figlio prendendosi cura di lui, accompagnandolo nel cammino della vita e affidandolo alla custodia di Dio. In fondo questa è la paternità di Dio nei nostri confronti, noi che in Cristo siamo suoi figli e figlie “adottivi” (Rm 8,15; 1,5). E, a pensarci bene, anche ogni educatore, a motivo della sua missione, è chiamato ad “adottare” i giovani a lui affidati, prendendosi cura di loro…
 
d) La tentazione dell’idolatria di sé
Il figlio, come abbiamo visto, è colui che ponendo le domande, mette il padre nella condizione di esercitare la sua paternità esistenziale e di fede. Ma è anche vero che qui il padre viene sollecitato da una sottile tentazione: quella di idolatrare se stesso di fronte al figlio. E questo avviene quando si vuol far crescere i propri figli ad immagine e somiglianza di sé, come proiezione e realizzazione dei propri desideri.

È significativo che nella Bibbia di questa forma di idolatria si parli a proposito di Adamo (= Umanità), del quale è scritto: «Adamo aveva centotrenta anni quando generò a sua immagine, a sua somiglianza, un figlio e lo chiamò Set» (Gen 5,7). Come a dire: è insita nell’umanità la tentazione dei padri (e degli educatori) di “clonare” i figli secondo la propria immagine e formarli come lo “specchio” dei propri desideri, dimenticando che i figli, come ogni persona umana, portano in sé l’immagine di Dio e la somiglianza e la forma di Cristo (Gen 1,26-27; Rm 8,29; Gal 4,19), il Figlio più esemplare di tutti.
 
2. La maternità, modalità “unica” di trasmissione:
La Bibbia non passa sotto silenzio la trasmissione della fede da parte della madre, perché ella ha un modo “unico” di trasmettere e raccontare le opere di Dio. Non a caso in Pr 1,8 e 6,20 l’educatore sapiente esorta il giovane discepolo a non disprezzare l’insegnamento («la torah») di sua madre, poiché, se si guarda all’insieme della fede biblica, si può dire che la donna, e la madre in particolare, quando “dice Dio” e il suo agire nella storia umana, sapientemente focalizza il suo annuncio sul mistero della vita che nasce e della vita che rinasce.
 
Basti ascoltare le testimonianze della profetessa Debora nel libro dei Giudici, cap, 5, quella di Giuditta nel libro omonimo, cap. 16, quella di Anna, la madre di Samuele in 1Sam 2, quella della madre dei sette figli morti sotto le torture dell’occupante ellenico Antioco Epifane IV (II sec. a.C.) narrata in 2Mac 7, quella di Maria di Nazareth, la madre di Gesù, nella visita a Elisabetta e nel canto del Magnificat (Lc 1,39-56), infine, quella delle donne che vanno al Sepolcro-Luogo del Memoriale per ungere il corpo morto di Gesù e ricevono l’annuncio della sua risurrezione e il mandato di annunciarlo a tutti (Mc 16, Lc 24, Gv 20). Qui mi soffermo sulla madre dei sette fratelli martirizzati (2Mac 7) e sulle donne al Sepolcro-Luogo del Memoriale di Gesù Risorto (Mc 16, Lc 24, Gv 20).
 
a) La madre dei sette fratelli (2Mac 7): la risurrezione come rinascita
Questa madre, degna di ammirazione e di essere tramandata dalla memoria storica delle grandi madri di Israele, si vide morire in un solo giorno i suoi sette figli sotto le atroci torture di Antioco Epifane IV. Non si fece convincere dal re a persuadere il figlio più giovane, rimasto ancora in vita, a trasgredire la Legge del Signore per salvarsi dalle atrocità della morte sotto tortura. Anzi, come aveva fatto con gli altri figli, anche al più giovane ella rivolge le stesse parole di esortazione, affinché affronti la morte, confidando in Dio che nel “giorno della misericordia” ridarà la vita a lui e agli altri suoi fratelli.

Ascoltiamo le parole della madre rivolte ai sei figli: «Non so come siate apparsi nel mio seno; non io vi ho dato il respiro e la vita, né io ho dato forma alle membra di ciascuno di voi. Senza dubbio il Creatore dell’universo, che ha plasmato all’origine l’uomo e ha provveduto alla generazione di tutti, per la sua misericordia vi restituirà di nuovo il respiro e la vita, poiché voi ora per le sue leggi non vi preoccupate di voi stessi» (vv. 22-23). Ed ecco le parole rivolte al figlio più giovane: «Figlio, abbi pietà di me, che ti ho portato in seno nove mesi, che ti ho allattato per tre anni, ti ho allevato, ti ho condotto a questa età e ti ho dato il nutrimento.
 
Ti scongiuro, figlio, contempla il cielo e la terra, osserva quanto vi è in essi e sappi che Dio li ha fatti non da cose preesistenti; tale è anche l’origine del genere umano. Non temere questo carnefice, ma, mostrandoti degno dei tuoi fratelli, accetta la morte, perché io ti possa riavere insieme con i tuoi fratelli nel giorno della misericordia»» (vv. 27-29).

Sono parole che soltanto una madre, e una madre credente, può pronunciare come trasmissione della sua fede vissuta: fanno riferimento all’esperienza della sua maternità, al grembo dal quale sono nati i suoi figli, al modo con il quale li ha sostenuti nella loro crescita; ma ora, in quest’ora tragica, l’esperienza della nascita diviene per lei la cifra simbolica di una rinascita al di là della morte.
 
Per la prima volta in Israele tocca ad una donna, che è madre, annunciare la risurrezione in un modo più articolato, dopo che – è da notare – uno dei suoi figli ha già testimoniato la professione di fede nella risurrezione sotto il supplizio della tortura («…ma il re dell’universo, dopo che saremo morti per le sue leggi, ci risusciterà a vita nuova ed eterna»: v. 9). Per la Bibbia non c’è metafora più potente di quella del parto e della nascita di un figlio per dire l’emergere del nuovo nella storia ad opera di Dio (Is 42,14; 66,9) e per trasmettere l’annuncio della rinascita in Dio, della risurrezione per il dono del suo respiro, del suo Spirito (Gv 16,19-21).
 
b) Le donne al Sepolcro, Luogo del Memoriale della Risurrezione (Mc 16; Lc 24; Gv 20)
Anche le donne, che, dopo averlo visto morire sul patibolo della Croce, vanno al sepolcro per ungere il corpo di Gesù, sono le prime ad annunciare la sua Risurrezione. In che modo? Con Cristo il sepolcro diventa il “grembo” dal quale Egli, il Primogenito dei risorti (Col 1,18), esce “nudo” per una vita nuova (Gb 1,21; Gv 12,23-25). E l’olio profumato, usato ai quei tempi sia per ungere il bambino appena nato sia il corpo dei morti, diventa ora il “sacramento” della sua Presenza di Risorto in mezzo a noi, il “Profumo” diffuso della sua vita donata fino allo spreco per amore dei fratelli (Ct 1,3; Mc 14,4; Gv 12,3.7; 2Cor 2,15).

 
Egidio Palumbo

 



 

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