Senza scorciatoie

Essere uomo fino in fondo

 

 
 
 
 
Da bambini ci piacevano le scorciatoie. Non c’erano ancora quelle “da tastiera” e le scorciatoie abbreviavano solo le strade. Non si faceva mai un sentiero per intero. «Taglia giù di lì». «Venite di qua. Tira di più ma si fa prima». «Va’ su dritto di là». «Seguite me, la so io, di qui è più corta». Quando eri tu a indicarla, ti sentivi il primo di cordata sulla nord dell’Eiger.
 
Se invece era un altro, tu ti bevevi ogni dettaglio, eccitato all’idea di avere un nuovo trucco da esibire. Cos’era? Il gusto di una furbizia, forse. La soddisfazione di sbucare a sorpresa prima degli altri. Ci si sentiva più saggi, conoscitori dei segreti del mondo, tra quelli che la sanno lunga abbastanza da insegnarla agli altri. Ma anche la voglia di far presto, abbreviando il tempo dell’andare che sembrava solo uno spreco.
 
La scorciatoia era un’amica che salvava da una fatica ai nostri occhi fine a se stessa. E poi, il gusto di sfidare le raccomandazioni dei “grandi”: «State sui sentieri e seguite i segni. Se ci sono gli uni e gli altri, ci sarà un perché». Perché i “grandi” – quelli veri – le scorciatoie non te le insegnavano. Al massimo ti spiegavano la “variante” che non era mai una vera «scorciatoia». Era solo un’altra strada.
 
In fondo, era un gioco innocente. Poi l’innocenza svanisce e arriva l’incoscienza. Quella della giovinezza, con la sua passione per il gioco del bruciare le tappe dell’esperienza. Provare tutto, provare sempre, provare subito. Come se la vita non avesse la sua fisiologia, come se mancare di rispetto al ritmo delle cose fosse l’unico modo per sentirsi vivi. Violare la sapienza del: «ogni cosa a suo tempo». Tutto, sempre, subito. La scorciatoia come ebbrezza della libertà scoperta.
 
Alla fine, passa anche l’incoscienza. E la scorciatoia, da gioco innocente, diventa improvvisamente una cosa seria. Così capisci, perché i “grandi” – quelli veri – le scorciatoie non te le insegnavano mai. Una coda saltata, un cartellino timbrato dal collega, un esame copiato. Un pagamento in nero, un appalto truccato, una tassa evasa. Un voto scambiato, una promessa che mai si manterrà, una bugia “a fin di bene”.

Una relazione senza impegno, un rapporto rotto al primo intoppo, un’amicizia di interesse. Una tv come baby sitter, un «no» mai detto al figlio, uno schiaffo per aver ragione. Un farmaco per vincere, una droga per divertirsi, un bisturi per abbellirsi.
Scorciatoie. «È una questione di sopravvivenza», si dice, di evidente necessità. Far quadrare il tempo, far tornare i conti, non perdere occasioni buone.
 
Nulla di male. Tutto a fin di bene. Invece, no. Passate l’innocenza e l’incoscienza, la scorciatoia non è affatto una questione di sopravvivenza, bensì di potere. Di quello che bada ad affermare sé, incurante degli effetti che avrà su chiunque altro. Il potere è di chi domina il tempo e lo spazio, di chi arriva prima e occupa le posizioni, di chi coglie di sorpresa e invade il territorio. E le scorciatoie – “quelle scorciatoie”, senza innocenza e senza incoscienza – sono una forma di manipolazione e di assoggettamento dell’altro, che si tratti di una persona, di un’istituzione, di una comunità.
 
Nel bambino di Betlemme vedo il volto di un Dio che non ama le scorciatoie. Percorre per intero il sentiero dell’essere uomo. Ne segue fedelmente i contorni senza mai perderne la traccia. Quasi maniacalmente. Essere uomo fino in fondo, in tutto e per tutto, senza eccezioni, senza sconti. Senza scorciatoie. Costringe anche il suo Vangelo a non prenderne mai una.
 
Perché la Sua Parola non è un violento strapotere che vince e soggioga con la scorciatoia del convincere. Ma una forza mite e liberante che percorre la lenta e umile via dell’innamorare. Dunque: parole, gesti, incontri. Case abitate, feste celebrate, lutti condivisi. Scontri, riconciliazioni, incomprensioni. Amicizie e tradimenti, indifferenze ed entusiasmi. Ostacoli e aiuti, avversità e favori. La vita, la morte, infine la Vita.
 
Le volte in cui sembra trasgredire lasciando brillare in un miracolo una scheggia della sua potenza, non è mai per accorciare la strada ma per lasciare intuire da lontano la meta. Il Dio che non ama le scorciatoie prende carne in un uomo che rifiuta di dominare, per scegliere di servire. Egli viene a Betlemme e viene sempre, allo stesso modo di quel giorno a Gerusalemme: in groppa a un asino, mite e impotente [...].

 
don Cristiano Mauri
 
(articolo tratto da www.labottegadelvasaio.net)

 



 

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