Non credo, proprio per nulla, ai nostri Natali

Lettera a Gesù

 

 
 
 
 
Caro Gesù, anch’io ti voglio scrivere quest’anno una lettera di Natale. Spero di non bamboleggiare, e anzi, il proposito è di dirti cose molte serie. La lettera è il genere più confidenziale di ogni scrittura; di solito si  scrive una lettera a un amico quando non se ne può fare a meno, quando si ha l’anima gonfia; o si hanno cose che non si sanno a chi dire: allora non c’è che l’amico del cuore.
 
Del resto tutta la mia vita e tutti i miei scritti sono stati un colloquio ininterrotto con qualcuno; ho scritto che lo stesso Dio per me è “il Tu necessario e inevitabile”: magari un tu senza risposte. Non credo, proprio per nulla, ai nostri Natali; anzi, penso che sono una profanazione di ciò che veramente il Natale significa.
 
Nei vangeli si tratta di una venuta tragica, di un tuo impatto col mondo da essere sconvolgente avanti ancora che tu nascessi, tanto che il profeta Simeone dirà a tua madre, mentre lei ti presenta al tempio ancora avvolto nelle fasce natalizie, dirà proprio questo: che tu sarai segno di contraddizione e di rovina per molti...
 
Tutta la descrizione del tuo natale, secondo l’evangelista Matteo ad esempio, si riduce a poche parole: “Nato Gesù... il re Erode si turbò e con lui tutta Gerusalemme”. E subito esplode una strage di innocenti. Secondo Luca, non c’era posto per te in qualche ospizio appena decente, ma c’era solo una stalla e una greppia ad accoglierti tra il fiato degli animali.
 
Marco neppure ne parla, e comincia subito con la “voce che grida nel deserto: preparate le vie del Signore”. In Giovanni c’è addirittura un conflitto metafisico fra luce e tenebre, e dice che “le tenebre non ti compresero”; dice che “sei venuto in casa tua, ma che i tuoi non ti accolsero”. E noi, tutti a suonare zampognate a non finire.
 
E tanto più la cosa è tragica, in quanto non è detto, ad esempio, che noi, noi dell’occidente (degli altri non so, o so troppo poco; e se sono come noi, peggio per loro), ti abbiamo veramente accolto, sinceramente accolto, interamente accolto. Eppure tu vieni, Gesù; tu non puoi non venire: “Maranà tha!” ultima parola dell’Apocalisse.
 
Vieni sempre Gesù. E vieni per conto tuo, vieni perché vuoi venire, perché devi venire! È così la legge dell’amore. E vieni non solo là dove fiorisce ancora  un’umanità silenziosa e desolata, dove non ci sono ancora bimbi che nascono; dove non si ammazza e non si esclude nessuno, pur nel poco che uno possiede, e insieme si divide il pane.
 
Ma vieni anche fra noi, nelle nostre case così ingombre di cose inutili, e così spiritualmente squallide. Vieni anche nella casa del ricco, come sei entrato un giorno in quella di Zaccheo che pure era un corrotto dalla ricchezza. Vieni anche in queste famiglie senza più bimbi: non come un bimbo di gesso dei nostri ridicoli presepi, ma quale una vita nuova, che sia come il nuovo vino che fa esplodere i vecchi otri.
 
 
David Maria Turoldo
 
(articolo tratto da L'Azione, settimanale della Diocesi di Vittorio Veneto) 

 



 

Copyright © 2018 ReteSicomoro