Aprire strade

Esultare insieme per l’avvento di Dio

 

  
 
 
 
 
 
Durante questo periodo di Avvento ho coinvolto le famiglie del nostro vicinato a sistemare un paio di chilometri di strada bianca che ci collega alla città. I sei giorni di lavoro ci sono costati un bel po’ di sudore della fronte e non solo. Le piogge avevano infatti dissestato seriamente la strada; e il terreno – essendo anche pieno di sassi – è stato molto duro da muovere per riempire le buche.

Mi trovavo a lavorare di leva, piccone e badile, quando un uomo – un certo pastore di una chiesa protestante indipendente – è apparso con la sua motocicletta. Andava anche lui al lavoro a rompere sassi per poi venderli nel mercato edilizio. Fermandosi ha iniziato a lodare il nostro lavoro.
 
E poi rivolto a me ha continuato: “E tu caro padre Christian, tu con la tua pelle bianca a fare questo lavoro: lo sai cosa stai facendo?” Io ho risposto con la prima idea che mi è passata per la testa: “La sto facendo diventare nera”. “Nooo” ha sbottato e con convinzione mi ha spiegato: “Stai pagando il tuo riscatto a Gesù!” Non so bene di quale teologia stesse parlando; ma sono rimasto incuriosito da questa idea che noi bianchi dovremmo pagare un prezzo a Gesù e all’umanità.
 
Ho subito pensato che: “A chiunque fu dato molto, molto sarà chiesto; a chi fu affidato molto, sarà richiesto molto di più” (Lc 12,48) e purtroppo nella storia non siamo sempre stati a questa altezza. Abbiamo infatti una grande responsabilità – positiva da un verso ma negativa dall’altro – per quello che il mondo è oggi. E abbiamo anche un compito importante nel saper coinvolgere tutti nella costruzione di un mondo più umano e fraterno. Siamo sulla strada giusta?

I Vangeli di queste domeniche continuano a ripetere attraverso la voce di Giovanni: “Preparate la strada del Signore” (Mc 1,3): raddrizzate il sentiero tortuoso, sistemate il terreno sconnesso, riconnettete i luoghi isolati, fate in modo che le persone rimaste divise le une dalle altre trovino un spazio d’incontro e possano scoprire che Dio si fa finalmente presente in questi spazi di comunione.

Durante questo Avvento ho ricevuto la visita dei miei genitori. È stata un bel regalo di Avvento. Sono molto contento che siano venuti e sono anche orgoglioso per il modo in cui si sono inseriti nella nostra vita qui a Juba. Hanno potuto anche fare esperienza di quanto la gente sia generosa, viva nella gioia passando oltre le difficoltà quotidiane, e sia aperta a condividere non solo cose materiali ma sentimenti e desideri. Ringrazio anche quanti di voi avete colto l’occasione di questa visita per farvi presenti in molti modi. Ricordo tutti nella preghiera con gratitudine ed amicizia.

Abbiamo aperto una strada. Un paese lontano quanto il Sud Sudan è diventato vicino con poche ore di aereo, con una e-mail di Natale o con una preghiera. Ci sono però luoghi che pur essendo vicini, rimangono ancora lontani dal cuore di tanti. A Juba penso sia il caso dei campi di protezione dei civili Nuer dove circa 30.000 persone vivono separate dal resto della città, chiuse dentro recinti di filo spinato e terrapieni.
 
Per entrare nel campo occorre avere una tessera rilasciata dall’ONU che ti riconosce come un agente umanitario. La strada che collega la città al campo è ridotta ad essere tutta buche tanto da essere emblematicamente definita da mio papà: montagne russe. È da questo luogo che abbiamo letto la Parola di Dio dell’Avvento: “Nel deserto preparate la via al Signore, appianate nella steppa, la strada per il nostro Dio.
 
Ogni valle sia colmata, ogni monte e colle siano abbassati; il terreno accidentato si trasformi in piano e quello scosceso in pianura. Allora si rivelerà la gloria del Signore e ogni uomo la vedrà” (Is 40:3-5). Questa sembra la voce di tanti poveri che gridano nel deserto: “Costruiamo strade e ponti piuttosto di muri e recinti di filo spinato. Apriamo i cancelli e facciamo in modo che tutti possano vivere insieme nella pace”.

In un luogo disumano quanto un campo di sfollati questo grido risuona soave perché ci richiama al dono più prezioso che abbiamo: la nostra umanità. Solo una persona ricca in umanità può gridare queste parole di speranza. Facciamoci quindi voce di questa Parola incoraggiando tutti ad aprire strade dove genti di ogni tribù, popolo e nazione possano esultare insieme per l’avvento di un Dio che non vuole vivere separato, ma si è fatto Dio con noi. Buon Natale e felice anno nuovo.
 

Padre Christian Carlassare
  



 

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