Nella speranza è la grande bellezza

Il nesso fra la virtù teologale e lo splendore della vita

 

 
 
 
 
La bellezza è lo «splendore della verità» dicevano gli antichi. Un bel paesaggio, una compagnia significativa, una coltivazione della terra ben riuscita, l’esito del lavoro paziente e accurato di un artigiano, un’opera di architettura, di scultura, di pittura, di poesia, di musica, ma soprattutto il miracolo sempre sorprendente di una nascita, o la dolcezza dell’amore vero tra l’uomo e la donna, l’energia con cui si sta dentro una prova legata alla salute, alla morte… In tutte queste manifestazioni della vita brilla (splendore) la verità.
 
La verità, infatti, non è anzitutto un discorso o un insieme di formule logicamente ben compaginate. Ha piuttosto a che fare con la meraviglia con cui la bellezza si impone allo sguardo, fino a raggiungere il cuore di ogni uomo. Come tutte le dimensioni profonde della nostra persona - penso al conoscere, all’amare, al credere… - anche lo sperare presenta due importanti caratteristiche.
 
Anzitutto la speranza non possiamo darcela da noi e, in secondo luogo, non possiamo guadagnarla una volta per tutte. Cosa intendo dire? Un grande scrittore francese, Charles Péguy, ha dedicato un’affascinante opera poetica al tema della speranza. Dice il poeta: «Per sperare… bisogna essere molto felici, bisogna… aver ricevuto una grande grazia». C’è un antefatto della speranza ed è la gioia di aver ricevuto un dono, «uno stato di grazia». Péguy, infatti, la rappresenta come una virtù bambina.
 
A essa si lega sempre un elemento di totale gratuità, come il gioco libero e imprevedibile di un bimbo. Per questo la 'piccola' speranza, per camminare, ha bisogno di essere tenuta per mano dalle sorelle maggiori, la fede e la carità. Anche se - a ben vedere - con i suoi scatti, i suoi salti, i suoi guizzi è lei che finisce per segnare la strada. Ma il percorso tracciato dalla virtù bambina è pieno di sorprese, non lo si può possedere in anticipo, domanda un impegno sempre rinnovato, una ginnastica del desiderio, per dirla con sant’Agostino.
 
Lo capiscono bene il papà e la mamma di fronte alla bellezza della nascita di un figlio: non se lo danno da sé, lo ricevono da Dio («ho ricevuto un figlio grazie al Signore», Gn 4,1) ma, nello stesso tempo, ogni genitore sa che dovrà seguire il percorso imprevedibile di quel figlio (dono) lungo tutta l’esistenza, perché la bellezza originaria mantenga le promesse destate.
 
Nei nostri progenitori l’impegno dell’uomo col suo futuro, col «per sempre» viene dissolto dalla rottura della relazione tra l’uomo e Dio. Emerge con forza la caducità umana ultimamente segnata dall’esperienza della morte. Questa si mette di traverso sulla linea della storia personale e sociale e sembra così vanificare ogni umano tentativo. Fragilità, contraddizioni, peccato - anticipi di morte - sembrano spegnere, col passare del tempo, il garrulo gioco della piccola speranza.
 
Dove va a finire l’incoercibile anelito al «per sempre»? Non subentra piuttosto, nella nostra vita, uno smarrimento che immalinconisce e può condurre fino alla di-sperazione? In ogni caso, la prospettiva che dovremo morire non riduce forse bellezza, speranza, felicità a qualche eccezionale 'bel giorno' nel cielo brumoso della nostra esistenza quotidiana? Come usiamo la nostra libertà di fronte al «rumore di fondo» della morte (Michel Houellebecq)? Ma, in un puntuale momento della storia, irrompe l’annuncio degli angeli agli amici di un uomo morto sfigurato sulla croce: «È risorto, non è qui... vi precede in Galilea. Là lo vedrete» (cfr Mc 16,6-7).
 
Gesù Cristo compie fino in fondo l’esperienza della morte, ma la sua morte possiede un carattere del tutto singolare. Non è come la nostra comune morte, perché è la morte di Uno che poteva non morire e che, in forza di questo, «ingoia la morte dal di sotto», come dice San Paolo (cfr 1Cor 15,54). Gesù Cristo risorge. Con Lui risorge, definitivamente, la speranza. Le riflessioni fatte fin qui non ci portano a disprezzare le speranze terrene che, sul piano culturale, tecnico, scientifico, e forse anche sul piano morale, gli uomini possono attuare.
 
A patto che esse non nascondano la loro natura secondaria, cioè la necessità di tendere, direttamente o indirettamente, alla forma radicale e vittoriosa della speranza cristica. Alla morte è strappato il suo pungiglione velenoso. In essa siamo chiamati a rispondere con l’atteggiamento più potente della nostra libertà: l’abban-dono al Padre che ci crea. La storia della Chiesa ci ha insegnato una strada sicura per fare questa sbalorditiva esperienza: la gratuità di una carità che alla fine legittima la fede.
 
Quanti santi, non solo canonizzati, ma anche sconosciuti, quante madri, quanti padri, quanti uomini di buona volontà non hanno rinunciato a impegnarsi con l’altro anche quando questa scelta, umanamente parlando, sembra non giovare a nulla. Nell’accompagnamento dei moribondi, dei vecchi, degli incurabili, degli scartati, nella condivisione della sofferenza, la società dei peccatori si trasforma. Qui si intravedono i primi bagliori della bella speranza che apre alla risurrezione nel nostro vero corpo. La vita vince!
 
 
Angelo Scola
 
(articolo tratto da www.avvenire.it)

 



 

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