Introduzione al libro “Ma che lavoro fai? Ambivalenze e peculiarità dell’educatore professionale di oratorio”, a cura di Alessandra Augelli e Angela Malandri:

L’oratorio sta incontrando in questi ultimi anni una grande trasformazione: sempre più in un contesto informale ci si avvale di figure educative professionali. All’origine di questa scelta vi sono diverse motivazioni: bisogni educativi complessi che richiedono conoscenze e competenze specifiche, l’esigenza di dare struttura e continuità al lavoro educativo, il tentativo di qualificare scambi e relazioni con una forte valenza educativa.
 
L’educatore professionale impegnato in oratorio deve far fronte a diverse sfide che riguardano il proprio ruolo, in cui convivono familiarità e professionalità, gratuità e riconoscimento remunerativo, informalità e strutturazione di metodi e strumenti. Un ruolo professionale complesso, per l’ampiezza delle reti ecclesiali e territoriali con cui si deve confrontare, che pone l’educatore in una costante situazione di interdipendenza,  tessitore di relazioni e di azioni che appaiono piccole e irrisorie, ma la cui intenzionalità pedagogica arricchisce la vita delle comunità.
 
E tuttavia, pur in questo quadro dai contorni sfumati, la presenza dell’educatore professionale contribuisce significativamente al cambiamento dell’oratorio: guardare a questa figura e alle competenze che matura, ascoltare le contraddizioni e le fatiche che vive, vederla attraverso gli occhi degli altri operatori significa dunque comprendere quali investimenti la comunità ecclesiale, che resta l’unica titolare dell’azione educativa, sta perseguendo. 
 
Lo sguardo con cui  abbiamo cercato di accostarci al tema è stato ampio e articolato: i contributi dei vari autori nella prima parte del volume hanno delineato alcune coordinate di fondo, preziose per definire il profilo professionale dell’educatore in questo contesto specifico e le sfide che si è chiamati ad assumere (P. Triani). Si sono, poi, esplorati degli snodi critici propri che gli educatori vivono in oratorio, quali il legame con la comunità pastorale (D. Michele Falabretti), il rapporto con il sacerdote (d. Giordano Goccini),  il confronto con le altre istituzioni della rete locale (d. Marco Uriati).
 
Emerge quanto le caratteristiche della figura educativa in oratorio non dipendono soltanto dal modo personale di porsi di fronte alla realtà, ma sono correlate al contesto socio-culturale che respira, alle aspettative che altri nutrono, ai compiti di sviluppo peculiari: si fa qui riferimento, in particolar modo alla cura della dimensione spirituale che l’educatore sviluppa in oratorio per sé e per gli altri (d. Marco Uriati) e al confronto con presenze culturali differenti che popolano questo territorio e alle ricadute che questo comporta in termini di competenze da maturare (M. Salsi)
 
Mettendo in contatto principi teoretici ed esperienza concreta e  optando per la valorizzazione della ricchezza esistenziale e professionale che scaturisce dal contatto vivo con la realtà, si affronta la questione organizzativa dell’oratorio in relazione alla presenza dell’educatore professionale: ristrutturazioni su più livelli e modelli organizzativi sono stati posti in evidenza da Ottavio Pirovano.
 
Nell’attraversamento di novità e snodi critici emerge il valore della formazione e della supervisione degli educatori, chiave di svolta per far sì che i cambiamenti non siano subiti, ma agiti consapevolmente e che attorno ad essi si possano maturare competenze specifiche (A. Malandri). Una formazione volta soprattutto a promuovere e coltivare negli educatori la consapevolezza di sé e il “buon uso” della propria storia professionale per saper attraversare le zone d’ombra e le contraddizioni con equilibrio (E. Musi).
 
Ne emerge un contesto dalle tante sfumature e una figura professionale poliedrica, spesso connotata in maniera “leggera”: l’indebita equivalenza tra gioia e superficialità non permette di vedere il valore della leggerezza animativa dell’educatore di oratorio e oscura la complessità di domande di senso e di intrecci delicati a cui gli stessi educatori sono chiamati a far fronte, domande e intrecci che crescono a dismisura proprio nei contesti informali e dai contorni vaghi dove i ragazzi trovano maggior spazio di libera espressione (A. Augelli). 
 
Nella seconda parte il testo intende documentare i percorsi professionali degli educatori, riportando la loro esperienza diretta, sostenere la riflessione di un profilo professionale riconoscibile, rendere visibili risorse e possibilità del lavoro educativo in oratorio, che spesso rischia di restare “invisibile” o poco qualificato.
 
Queste pagine nascono, infatti, da un percorso formativo realizzato con gli educatori del Progetto Oratori della Diocesi di Parma, un progetto attivo da 16 anni, gestito dalla Cooperativa Eidè e sostenuto da Enti locali e Fondazione Cariparma. Attraverso spazi e strumenti di scrittura autobiografica, gli educatori sono stati sollecitati a  scrivere di sé, a narrare la propria esperienza, realizzando da un lato un intento di crescita nella riflessività e di autovalutazione, dall’altro  una possibilità di confronto collettivo e di restituzione alla comunità di un’immagine professionale estremamente articolata e ricca di elementi, talora anche contrastanti.
 
È molto difficile descrivere il clima degli incontri formativi che si sono vissuti con gli educatori: pur elencando alcuni elementi significativi – partecipazione degli educatori, commozione, apertura, sorrisi, gratuità – resta qualcosa di impalpabile ed indescrivibile. Eppure il clima è proprio ciò che agevola la crescita, che permette di vedere germogli o che, al contrario, porta a vedere la crisi, l’inaridimento, la fine di un processo. 
 
A volte i temi toccati nel percorso formativo sono stati “di frontiera”, provocatori, irriverenti:  hanno toccato spazi delicati del sé, hanno smosso molte domande, non si sono tirati indietro nel nominare l’innominabile, nell’imbarazzarsi per cose mai espresse. Riteniamo che questo sia un elemento di pregio del nostro lavoro: quanto più, infatti, si ha modo di immergersi nella complessità socio-culturale odierna, tanto più ci si accorge di doversi attrezzare per confrontarsi con questioni spinose e delicate che il procrastinare di un possibile confronto non può che inasprire e irrigidire.
 
La scelta del metodo autobiografico e l’intenzione di apprendere sapere dall’esperienza, personale e comunitaria, ha fatto sì che emergesse la centralità del lavoro fatto su di sé e l’importanza di affinare e curare le consapevolezze personali.
 
Nonostante le resistenze e le difficoltà che pure emergono e che parlano anch’esse dei propri vissuti, gli educatori mettono in evidenza quanto “l’esercizio di conoscenza intima sia fecondo per la relazione educativa con i ragazzi”: le reminiscenze del passato, i vissuti infantili che emergono nel rapporto con i ragazzi diventano strumenti di lavoro più efficace e smettono di far paura quando li si riesce a guardare in faccia, con coraggio e con la giusta distanza.
 
Di fronte agli avvenimenti di tutti i giorni e agli interrogativi che portano con sè gli educatori, quindi, si sono resi conto di quanto sia più fecondo aprire legami con aspetti più profondi di sé anziché predisporre percorsi ideali e regolativi, di certo più rassicuranti e lineari, ma meno contestualizzati e concreti. Senza ambire all’esaustività, speriamo che queste pagine possano contribuire a smuovere la ricerca dei singoli e delle comunità e che, per ogni educatore, il riappropriarsi della parola per descriversi possa essere un modo per reinventare la realtà.
 
 
 
 

 

 
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