L’Oratorio è espressione di una comunità cristiana che vuole essere sale e lievito di un territorio e di tutte le persone che lo abitano. La sua forza educativa - nel contesto di una società sempre più liquida, dove anche gli interventi formativi tendono a parcellizzarsi e frammentarsi – sta proprio nell’avere una casa inserita tra le case della gente. Questa dimensione fondativa e stabile delle strutture permette di aprirsi con enorme flessibilità a una grande varietà di attività e collaborazioni con persone e gruppi diversi.
 
Al centro c’è il cortile come spazio aperto e accogliente, che non esige di varcare una soglia – attraverso una iscrizione, una tessera, una appartenenza specifica – ma immette in uno spazio abitato da una comunità. Un cortile che “sa di casa” ed è molto diverso da una piazza che è aperta, ma anonima.
 
Il cortile, come anche l’atrio per l’inverno, è spazio di incontro, accoglienza, gioco, attività, senza alcuna specializzazione specifica, perché deve poter far “sentire a casa” categorie molto diverse di persone, soprattutto di bambini e ragazzi. Esso deve segnalare il significato dello spazio strappandolo all’anonimato e marcandolo con la presenza di una storia e di una identità, che nel caso di Reggiolo è lunga e gloriosa.
 
La comunità contrassegna la struttura oratoriana nello stesso modo in cui una famiglia si costruisce la propria casa. La gestione degli spazi è funzionale alle attività, ma anche simbolica dell’identità che si mette in gioco e si intende generare. La comunità dell’oratorio deve riconoscersi in una narrazione – sia delle vicende passate, sia della identità cristiana – ma anche restare continuamente aperta e in movimento per accogliere le diverse generazioni di ragazzi che la abiteranno.
 
La struttura oratoriana dovrà presentarsi molto aperta e progressivamente introdurre nei diversi spazi specializzati per le specifiche attività che vi si svolgono. Gran parte di questi spazi devono restare plasmabili non solo per le esigenze di polifunzionalità, ma anche per potersi adattare a diverse identità.
 
Al centro della vita oratoriana devono esserci gli adolescenti: per la loro disponibilità di tempo e la loro richiesta di spazi altri da abitare al di fuori delle mura domestiche, essi sono la generazione che maggiormente ha l’esigenza di contrassegnare lo spazio con le tracce del proprio passaggio. Ogni cinque anni circa passa dall’Oratorio una generazione di adolescenti e devono trovare una identità a cui appartenere e la possibilità di adattarla lasciando traccia della loro originalità.
 
Per questo le strutture di un oratorio devono esprimere un proprio “carattere”, che racconti la storia delle generazioni che vi si sono succedute, ma anche la possibilità di accogliere nuove narrazioni e nuove marcature. Non può essere pensata come una struttura definita una volta per tutte, ma deve rimanere simbolicamente flessibile per nuove accoglienze ed esigenze.
 
Tra queste una dimensione rilevante occupano oggi i ragazzi e le famiglie che non si riconoscono nella nostra tradizione culturale e religiosa. Le marcature dell’identità cristiana dovranno esser perciò eloquenti e delicate, tali da non nascondere una appartenenza e una storia – quasi dovessimo vergognarcene – ma risultare accoglienti di ogni forma di diversità.
 
In Oratorio è bene che non vi siano spazi dedicati a una sola attività altamente specializzata. Ci sono altre agenzie nel territorio qualificate nella formazione specifica di alcune attività: sportive, espressive, artistiche… e dobbiamo lasciare loro il compito di perseguire l’eccellenza. A noi compete piuttosto l’accoglienza e la versatilità nei confronti dei nuovi ragazzi e delle nuove generazioni.
 
 
don Giordano Goccini
(incaricato per la Pastorale Giovanile della diocesi di Reggio Emilia - Guastalla e dell'Emilia Romagna)
 
 
 

 

 
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