Dopo aver presentato, attraverso il documento della chiesa italiana per il decennio 2010-20120 (leggi qui »), le scelte educative della Chiesa, passiamo in rassegna il documento che, per la prima volta, i Vescovi italiani dedicano all’oratorio: Il laboratorio dei talenti. Nota pastorale sul valore e la missione degli oratori nel contesto dell’educazione alla vita buona del Vangelo.
 
Nonostante, come vedremo, l’oratorio ha segnato almeno da 450 anni la storia della dedizione della comunità cristiana verso i giovani, in tutti questi secoli non c’è mai stato un documento ecclesiale, quindi oltre la singola diocesi o la singola famiglia religiosa, che mettesse a tema l’oratorio come strumento privilegiato per l’educazione alla fede delle giovani generazioni.
 
Potremmo dire che, da un lato, tale mancanza è una lacuna abbastanza sorprendente, comprensibile forse per la mancata diffusione sul territorio nazionale della proposta oratoriana; dall’altro lato, una mancanza che forse sta semplicemente a confermare che la cura verso le giovani generazioni è così strutturale alla comunità cristiana da non doversi nemmeno sottolineare.
 
La scelta dei vescovi, con il documento pubblicato all’inizio del 2013, vuole forse raccogliere le diverse esperienze di cura dei ragazzi presenti nel nostro territorio nazionale, rilanciando un nome che richiama anche un luogo, uno stile, una presenza che si ritiene indispensabile.
 
È innegabile che, a differenza di altre esperienze di cura per i ragazzi, l’oratorio richiami un tempo e uno spazio disponibili nella vita di tutti i giorni: l’oratorio non è una proposta a spot, una tantum, ma la sua forza l’ha trovata nei secoli e soprattutto dalla fine dell’800 proprio per l’apertura quotidiana, la dedizione nei momenti feriali, la disponibilità ad accogliere in ogni momento.
 
È proprio la cura della comunità cristiana per i piccoli, per chi sta scoprendo la propria identità che si manifesta nelle trame della quotidianità, riconoscendo che solo nella vita di tutti i giorni si può seminare il buon seme che, a tempo debito, potrà dare frutto. Facciamo scorrere il documento dei Vescovi, ripartendo dal n. 42 del documento del decennio della Chiesa Italiana, unico numero in cui è evocato l’oratorio:
 
«La necessità di rispondere alle loro esigenze porta a superare i confini parrocchiali e ad allacciare alleanze con le altre agenzie educative. Tale dinamica incide anche su quell’espressione, tipica dell’impegno educativo di tante parrocchie, che è l’oratorio. Esso accompagna nella crescita umana e spirituale le nuove generazioni e rende i laici protagonisti, affidando loro responsabilità educative.
 
Adattandosi ai diversi contesti, l’oratorio esprime il volto e la passione educativa della comunità, che impegna animatori, catechisti e genitori in un progetto volto a condurre il ragazzo a una sintesi armoniosa tra fede e vita. I suoi strumenti e il suo linguaggio sono quelli dell’esperienza quotidiana dei più giovani: aggregazione, sport, musica, teatro, gioco, studio».
 
 
Prima parte: Memoria e attualità dell'oratorio
 
Il documento parte con un capitolo fondativo dell’esperienza oratoriana, ovvero la sottolineatura dell’inscindibile legame tra oratorio ed educazione: non si da oratorio senza una scelta educativa, l’oratorio non è un mero ritrovo aggregativo, nemmeno un club riserbato a pochi eletti, bensì è un luogo che fa dell’educazione la sua missione, soprattutto nel mondo di oggi, dove:
 
“Il carattere di “emergenza” nell’ambito educativo, secondo le acute analisi di Benedetto XVI, è dato dalla perdita delle fonti che alimentano il cammino umano: la natura, la Rivelazione e la storia. Solo nel loro “concerto” si ritrovano «le indicazioni per un’educazione che non è imposizione, ma realmente apertura dell’“io” al “tu”, al “noi” e al “Tu” di Dio». Si tratta dunque di «ritrovare le fonti, il linguaggio delle fonti», come esorta il Santo Padre, per interpretare e discernere le condizioni attuali del nostro impegno educativo e proseguirlo con passione e speranza, senza cedere a sfiducia e rassegnazione”. (n.1)
 
Oggi l’oratorio ha una missione che si radica nelle scelte che la storia ci ha consegnato in merito alla cura per chi sta crescendo, una storia che, tra l’altro, sotto lo stesso nome ha raccolto esperienze diverse e, allo stesso tempo, ci consegna una capacità di adattabilità al cambiare della società. A questo proposito, il n. 2 del nostro documento definisce l’oratorio come
 
“esperienza dinamica”, ovvero come uno snodo educativo capace di attivare ricordi, suscitare immagini, creare legami. Conferma ne viene dalla stessa varietà semantica del termine, indicante, a un tempo, un luogo adibito per la preghiera, un particolare genere musicale e uno stile educativo tipico del nostro Paese; l’uso del termine nel linguaggio comune della gente richiama poi un’esperienza di vita buona legata ai tempi della giovinezza.
 
Come raccogliere la ricchezza delle diversità che noi oggi vogliamo raccogliere sotto il nome oratorio?
 
Dove e come potrà essere individuata questa memoria dell’oratorio? Essa deriva da un intreccio di intuizioni, esperienze, attività ed opere, frutto della grazia dello Spirito, del genio creativo di non pochi Santi e, nondimeno, di scelte pastorali ponderate e fedelmente perseguite nel tempo da singole Chiese locali. (n.3)
 
Percorrendo la storia della cura educativa per i giovani scopriamo alcune caratteristiche che hanno percorso l’intera storia dell’oratorio:
 
«Nell’opera dei grandi testimoni dell’educazione cristiana, secondo la genialità e la creatività di ciascuno, troviamo i tratti fondamentali dell’azione educativa: l’autorevolezza dell’educatore, la centralità della relazione personale, l’educazione come atto di amore, una visione di fede che dà fondamento e orizzonte alla ricerca di senso dei giovani, la formazione integrale della persona, la corresponsabilità per la costruzione del bene comune». (n.4)
 
E il denominatore comune di tutte le esperienze che, in modo molto rapido il documento ricorda, è la
 
prossimità alle giovani generazioni, amate, accolte e sostenute nella loro concretezza storica, sociale, culturale e spirituale. (n.4)
 
Appunto, come si diceva nell’introduzione, la scelta vincente dell’oratorio è l’incarnazione, ovvero la scelta di abitare il tempo e lo spazio dei giovani, è il vivere insieme il “qui e ora” del momento, della fase di crescita. Pensato con questa prospettiva, l’oratorio si è dato tempi e spazi conseguenti, che, tra l’altro, nella chiesa, nessuna altra istituzione ha occupato.
 
Ne vengono di conseguenza tre caratteristiche che il n.5 del documento mette in evidenza:
 
Gli oratori non nascono come progetti “fatti a tavolino” ma dalla capacità di lasciarsi provocare e mettere in discussione dalle urgenze e dai bisogni del proprio tempo (…); la seconda caratteristica è quella di aver saputo valorizzare e abitare la qualità etica dei linguaggi e delle sensibilità giovanili, promuovendo, a un tempo, musica, teatro, letteratura e, contemporaneamente gioco, sport e festa – formazione umana, culturale e spirituale –, prevenzione sociale, accompagnamento familiare e avviamento al lavoro.
 
Tuttavia tali proposte non sono state concepite in senso solo strumentale in vista dell’educazione religiosa, ma sono state percorse fino in fondo, nella loro capacità di educare alla relazione e alla responsabilità, come condizione di apertura dell’io (…). L’oratorio, infatti, ha sempre custodito come sua preoccupazione primaria l’educazione alla fede delle giovani generazioni (terza caratteristica) (…). La vera genialità dell’oratorio è di aver saputo declinare questo stile in epoche, luoghi, persone e situazioni tra loro molto diverse ed oggi per noi ancora esemplari.
 
Oggi gli oratori devono essere rilanciati anche per diventare sempre più “ponti tra la Chiesa e la strada”. Lo ricordava il Beato Giovanni Paolo II parlando ai giovani di Roma: «Condividendo la vita dei vostri coetanei nei luoghi dello studio, del divertimento, dello sport e della cultura, cercate di recare loro l’annuncio liberante del Vangelo. Rilanciate gli oratori, adeguandoli alle esigenze dei tempi, come ponti tra la Chiesa e la strada, con particolare attenzione per chi è emarginato e attraversa momenti di disagio, o è caduto nelle maglie della devianza e della delinquenza».
 
La sfida pertanto è quella di far diventare gli oratori spazi di accoglienza e di dialogo, dei veri ponti tra l’istituzionale e l’informale, tra la ricerca emotiva di Dio e la proposta di un incontro concreto con Lui, tra la realtà locale e le sfide planetarie, tra il virtuale e il reale, tra il tempo della spensieratezza e quello dell’assunzione di responsabilità.

 
Ottavio Pirovano
cooperativa Aquila e Priscilla
 
 
 

 

 
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