Allora il Signore Dio plasmò l'uomo con polvere del suolo e soffiò nelle sue narici un alito di vita e l'uomo divenne un essere vivente.
 
Siamo terra, humus, adamah', che nel linguaggio biblico è il terriccio rosso di Canaan.
 
E alla terra torniamo per l'ultimo abbraccio materno.
 
Da sempre le civiltà hanno celebrato la sua potenza generativa, la forza accogliente del grembo-madre che sa fare spazio, sa modellarsi intorno al seme che diviene pianta, sa coprire teneramente quanto resta...
 
Da sempre le civiltà conoscono i ritmi della terra, le necessità, le leggi, e le tramandano dentro l'antica sapienza contadina, che tutto ha appreso lungo le coordinate di un'intima convivenza, di una lenta, amorosa osservazione.
 
Come in un delicato rapporto d'amore, la terra-amante insegna l'attesa, la pazienza, l'ascolto. E scopriamo che bisogna lasciarla riposare, farla germogliare di nuovo, prestare attenzione alla gestazione, alla sua gravidanza collettiva, darle il tempo di ricreare.
 
A questa cura per la gestazione risale l'antico imperativo di Esodo: Per sei anni seminerai la tua terra e ne raccoglierai i frutti, ma il settimo anno la lascerai riposare e rimanere incolta; i poveri del tuo paese ne godranno e le bestie della campagna mangeranno quel che rimarrà. Affinché anche la terra, come il popolo, lo schiavo e l'animale, godesse dello shalom sabbatico nel ciclo degli anni. Affinché ogni vivente ricordasse che i beni sono per l'umano, in quanto ad esso donati, ma che nessuno può su di essi vantare diritti di proprietà. Poiché di Dio è la terra e quanto è in essa.
 
E' madre la terra, anche nella sua capacità di istruire l'umano, di rammentargli il suo limite, insito nella parabola esistenziale da terra a terra, e il suo senso, inscritto nel buio del concepimento e nell'irruzione della fioritura; senso contenuto nell'imperativo di Genesi: crescete, moltiplicate. Siamo nati per dare frutto e prendercene cura.
 
Di questa analogia tra noi e la terra parla Adriana Zarri (Un eremo non è un guscio di lumaca, Einaudi): Quando d'estate innaffio l'orto mi sembra di essere terra e piante... Quando deposito il seme nella terra ampia, distesa, accogliente, ci sento dentro la vicenda dei sessi, la generazione, l'incarnazione; e la terra -secondo antiche arcaiche splendide simbologie che abbiamo svenduto per quattro soldi di sociologismo- è la donna, Maria, la chiesa, sono io in ascolto del Verbo, del seme di Dio. Quando semino, mi sento terra, mi sento ventre: donna gravida.
 
A ricordarci che nessun ventre è sterile, che a ciascuno è comandata la cura, la sollecitudine materna, capace di far crescere l'altro, di vedere il buono dentro cose.
 
Ma la terra che calpestiamo non è quella dell'Eden perduto. Nemmeno è quella, così donna, così femminile, di cui parla la scrittura, che ha mestruo di latte e miele.
 
E la storia che abitiamo si è scordata da tempo quel rapporto incantato con il creato, che è così fondamentale per insegnarci a contemplare e a godere.
 
Dire terra, da tempo immemorabile, è rammentare la prevaricazione inarrestabile dell'uomo sull'uomo: terra da conquistare, terra rossa e sterile, imbevuta del sangue dei miseri, nel cui nome si invocano battaglie, nel cui nome si coltiva l'odio che divide famiglie, stirpi, popoli.
 
Terra che avvelena gli animi, recide i legami, impedisce nuovi concepimenti.
 
E ora, terra di fuochi: dove a bruciare non sono solo rifiuti, ma il futuro nostro e dei nostri figli.
 
Terra di fuochi, che si fa grembo per accogliere le tonnellate di “monnezza” velenosa, nel nome potente di Mammona.
 
Terra di fuochi, dove ci si ammala solo a camminarci sopra; dove il frutto del cavolfiore annerisce senza fiorire, triste allegoria della nuova sterilità.
 
Dove germinano, splendidi, i rossi pomodori che le recenti analisi hanno dichiarato pericolosamente cancerogeni e che stanno come un monito sull'altare di don Patriciello.
 
Terra di figli belli, come tutti i figli, perché abitati dalla spinta verso il futuro, dall'ansia del domani, dalla speranza che tutto sia migliore.
 
Figli come Mesia, Luca, Tonia, Francesco, cui il futuro è invece stato negato, dalla malattia, che qui uccide percentualmente molto più che altrove, i cui sorrisi splendono nella chiesa di Caivano, dove i santi e le madonne in trono sono stati sostituiti dai loro volti.
 
Terra, ancora una volta, presa in mano dalle donne, dalle madri, che hanno deciso di trasformare il dolore in lotta per la vita, che hanno voglia di vederla fiorire di nuovo, resa feconda dalla speranza che non muore, dalla forza che viene da un sogno condiviso, dalla pace di chi sa di aver fatto quanto era giusto.

 
Chiara Saletti
 
(articolo tratto da Combonifem)

 

 
Salva Segnala Stampa Esci Home