Io sono un povero cristiano qualsiasi e come posso ardire di diventare il vicario di Nostro Signore tra gli uomini? Con questo dubbio fra' Pietro Angelerio del Morrone sale al soglio pontificio con il nome di Celestino V.  È attorno ai travagli e alle fatiche  del suo brevissimo pontificato che ruota il dramma di Ignazio Silone (L'avventura di un povero cristiano), narrando della vita semplice del santo eremita, uomo illetterato ed ingenuo, estraneo agli affari del mondo, uomo arrendevole posto sul trono affinché rispettasse gli interessi costituiti […], non rubasse e lasciasse rubare quelli che, per tradizione di famiglia, per così dire, ne avevano diritto (con allusione alle potenti famiglie cardinalizie degli Orsini, dei Colonna, dei Caetani).

Uomo puro e immerso in totale armonia con il mondo che lo circondava, capace di essere talmente felice, da sentire crescere l'erba. Gioiosamente ed illusoriamente innamorato del Vangelo sino ad essere convinto che con questo solo si potesse governare anche l'istituzione potente della Chiesa medievale: Io sono rimasto al Pater Noster e al Vangelo. Nelle parabole del Vangelo, voi lo sapete come me, le relazioni tra gli uomini sono sempre personali e dirette. Vi è sempre il padre con i figli e i servi, il padrone della vigna con i vignaioli; il pastore con le pecore e gli agnelli...

È invano che la sagacia machiavellica del futuro Bonifacio tenta di portare a ragione la ridicola utopia del buon Celestino, dichiarando che no, non si governa col Pater Noster: questi rimarrà ostinatamente convinto che la radice di tutti i mali, per la Chiesa, è nella tentazione del potere. E con altrettanta ostinazione rifiuterà di benedire le spade di coloro che in nome dell'unico Cristo si accingono a portar guerra ai fratelli: Col segno della Croce e i nomi della Trinità, si può benedire il pane, la minestra, l'olio, l'acqua, il vino, se volete anche gli strumenti da lavoro, l'aratro, la zappa del contadino, la pialla del falegname e così di seguito; ma non le armi.

Quello di Silone è il racconto, amaro, di un fallimento: fra' Pietro, non più Celestino, morirà nelle segrete della rocca del Fumone, nemico temuto di uno dei più potenti pontefici medievali, in quello che, agli occhi del lettore, pare più il tentativo di tacitare la propria coscienza che un abile atto di equilibrio politico.

Dinanzi alla disfatta ormai prossima, all'imminente abdicazione, alla fuga, Celestino rifiuta di ammettere che la fine dei seguaci del Cristo sia ormai prossima, dichiarando con spirito profetico la forza immortale dell'amore: Vi sarà sempre qualche cristiano che prenderà Cristo sul serio, qualche cristiano assurdo, come ama dire Bonifacio. Poiché gli stessi che lo tradiscono, non possono distruggere il Vangelo […] Per cui ogni tanto qualcuno lo riscoprirà e accetterà con animo sereno di andare allo sbaraglio.
 
Nella prefazione al libro, l'autore racconta di aver tratto ispirazione dalla tradizionale commemorazione dell'incoronazione di Celestino a papa, che ancora oggi si svolge alla basilica di Santa Maria di Collemaggio, colpito dal persistere nelle pratiche devozionali di una memoria così antica e controversa che, come egli stesso dichiara, è testimone  di una storia del cristianesimo popolare che non coincide con quella della gerarchia, e, poiché non si esprime sempre nei libri, anche i laici ignorano. Una devozione che ha saputo sommessamente ma tenacemente custodire la forza dello scandalo cristologico, portarne avanti le speranze, divenendo terra di elezione dell'utopia, che per Silone altro non è che il mito del Regno inaugurato dal Nazareno.
 
Se è vero che lo Spirito soffia e rinnova i sogni, soffia e ridà fiato ai cuori fiaccati, soffia e risveglia gli sconfitti, oggi vogliamo sentire sulla pelle il soffio fresco dei tempi nuovi, tempi di cristiani ostinatamente “assurdi”,  che tornino ad inginocchiarsi dinanzi alle folle venute ad acclamare, sappiano rinunciare alle insegne di antichi poteri, vengano ad abitare i luoghi dell'umanità, le periferie, le frontiere, amino - perché no? - prendere un telefono per dire: Buonasera! Come va? E' il papa che parla... È un augurio, caro Francesco, anche in nome di Pietro dal Morrone...
 
 
Chiara Saletti, Coordinamento Teologhe Italiane 
 
 
 
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