Il capolavoro di Buzzati è un testo ambiguo, che si presta a letture differenti, se non, talvolta, contrastanti. Romanzo-paradigma dell’avventura umana, narrazione allegorica del mal de vivre, metafora del non-senso e dell’inutilità della vita, o racconto di un’educazione, che coincide con la totalità dell’esistenza e svela, finalmente, la scoperta che un senso c’è sempre e comunque, come ebbe a dire lo stesso Montale a proposito del Deserto: «gli animali e gli uomini di Buzzati appartengono al mondo interiore di un uomo per cui esiste una verità, sebbene nascosta, e una vita, sebbene tradita dall’uomo, che merita di essere vissuta».
 
In sintesi, il romanzo racconta, attraverso metafore più o meno velate, la vita di Giovanni Drogo, dal suo arrivo a vent’anni alla Fortezza Bastiani, fino alla sua morte. La Fortezza si trova al confine del deserto che in passato veniva spesso invaso dai tartari. E’ isolata sulla sommità di una montagna, un microcosmo che è scandito da regole rigide che  minacciosamente affascinano e «stregano» i suoi abitanti impedendo loro di abbandonarla.
 
I militari che vivono nella Fortezza hanno una sola speranza: quella di vedere arrivare i tartari da quei confini per combatterli e diventare degli eroi. Il protagonista che arriva alla Fortezza convinto di ripartirne subito, è sicuro di sé e sa di avere tutta la vita davanti, di poterne disporre come desidera, aspettando la grande occasione. E in quest’sttesa si consuma tutta la sua esistenza, costretta entro la rigida e monotona disciplina militare. Il grande momento arriverà per Drogo troppo tardi ed egli morirà, solo e malato, senza poterlo cogliere.

Sospesa in un’atmosfera irreale e fiabesca, la fortezza Bastiani racchiude in sé il senso di quella promessa di realizzazione che la vita offre sempre ai giovani (sarà un caso che la Bastiani appaia da lontano in tutta la sua imponenza e grandiosità che si ridimensiona tristemente mano a mano che ad essa ci si avvicini?). E nelle maglie di questa illusione resta impigliato il Drogo, che non è uomo da accontentarsi del poco che una vita borghese e perbenista gli offre. Egli culla sogni di gloria ed avanza verso un futuro luminoso senza dubbi o incertezze.

E’ il destino umano, quello di Giovanni Drogo, sempre in bilico tra l’ansia di infinito e la pochezza del suo essere. Quel nostro sentirci chiamati a qualcosa di enorme, sensazione sempre disattesa, ferita che, quando non assurge a occasione, a breccia (feritoia?), genera amarezza e depressione, lacerante dicotomia, frutto, per il credente di quella scintilla divina impressa dentro di noi, eredità meravigliosa e dolorosa della primigenia immagine e somiglianza di biblica memoria. «tu prova ad avere un mondo nel cuore, che non riesci a dire con le parole…» cantava Fabrizio De Andrè…
 
Eppure il senso è qui, deve esserci, e l’esistenza si dispiega nel ricercarlo, nel tentativo di fuggire alla presa del contingente, del quotidiano, del banale. Scrive Montale: «Cerca una maglia rotta nella rete/ che ci stringe, tu balza fuori, fuggi!/ Va, per te l’ho pregato, ora la sete/ mi sarà lieve, meno acre la ruggine…». Ed è proprio questa speranza a far sì che Drogo resti legato alla fortezza consumandosi in una sterile attesa.

Grande protagonista del romanzo, assieme al tenente Drogo e alla sua fortezza, il Tempo, scandito ad arte dal nostro narratore, attraverso il ticchettio dell’orologio, il gocciolio della conduttura rugginosa, il richiamo notturno della sentinella alle mura (rumori amplificati dal silenzio smisurato e dal deserto), Tempo temuto quale antagonista che tutto rapisce nel suo gorgo, tutto stritola nell’inarrestabile ciclicità degli eventi, di cui si è vittime inconsapevoli.

Ma il nichilismo amaro, che pare dominare il Deserto, è percorso da un’ansia di ricerca che non vuole morire, da un ostinato bisogno di senso, che fa parlare per Buzzati di religione della speranza. E’ proprio nell’ultima pagina del romanzo che Buzzati scrive: «Drogo sentì allora nascere in sé un’estrema speranza. Lui solo al mondo e malato, respinto dalla Fortezza come peso importuno, lui che era rimasto indietro a tutti, lui timido e debole, osava immaginare che tutto non fosse finito; perché forse era davvero giunta la sua grande occasione, la definitiva battaglia che poteva pagare l’intera vita».
 
Non vuol rassegnarsi, Buzzati, all’idea del nulla che tutto divora, e la vicenda da lui narrata, trova proprio nella morte l’extrema ratio dell’intera vita. «Proprio allora dai fondi recessi uscì limpido e tremendo un nuovo pensiero: la morte». Dopo aver a lungo vagheggiato la morte promessa agli eroi, la morte bella, che lo avrebbe coronato di gloria, Drogo è costretto a morire solo, vecchio, inutile e disprezzato, un istante prima che ogni sogno si realizzi; omuncolo rattrappito dagli anni, vittima inerme sbattuta dal caso. «La strada di Drogo era finita; eccolo ora sulla solitaria riva di un mare grigio e uniforme (…). La vita dunque si era risolta in una specie di scherzo, per un’orgogliosa scommessa tutto era stato perduto».
 
La morte di Drogo assume un valore catartico e liberatorio: l’uomo che ha condotto per tutta la vita la sua esistenza nascondendosi all’idea della propria creaturalità e finitudine ( ché in tutto il romanzo la morte è strumento che esalta e perciò stesso mistifica la natura umana), finalmente la fa propria, ritrovando così nel mondo la sua giusta dimensione. Non più lacerato da ansie contrapposte, Drogo va incontro alla morte come un essere unificato ed armonico, ponendo così sulla vita come sulla morte, il proprio personale sigillo.

In questo, la sua figura diventa sincera espressione di eroismo, laddove, una volta rinunciato alla mascherata umana della gloria e dell’onore, il tenente comprende che l’ora estrema è anche l’ora della dignità che non è rassegnazione, capace di risvegliare in lui persino un sorriso, segno del suo nuovo sguardo sul mondo, sguardo che trascende la contingenza per alzarsi in volo, per distanziarsi da un’esistenza presa troppo seriamente:
 
«Questo, Giovanni diceva a sé stesso, sentendosi stringere intorno a sé il cerchio conclusivo della vita. E dall’amaro pozzo delle cose passate, dai desideri rotti, dalle cattiverie patite, veniva su una forza che mai lui avrebbe osato sperare. (…). E subitamente gli antichi terrori caddero, gli incubi si afflòsciarono, la morte perse l’agghiacciante volto, mutandosi in cosa semplice e conforme a natura. (…). Povera cosa gli risultò allora quell’affannarsi sugli spalti della Fortezza, quel perlustrare la desolata pianura del nord, le sue pene per la carriera, quegli anni lunghi di attesa ».
 
Se è vero che l’uomo differisce dalle altre creature proprio per questa consapevolezza di morte (Heidegger parla di «essere per la morte»), sola in grado di ridestarlo alla propria realtà, una realtà individuale e personalissima, come individuale e personalissimo è per ciascuno il proprio morire, la fine del tenente Drogo ne diviene il paradigma narrativo più esplicito.

Una morte dignitosa, umana, consapevolmente assunta, permette così al nostro un vero ritorno a casa: non più naufrago, non più spaesato, non più vittima del limite subìto, Drogo incontra nella morte la sua libertà. Ritrova il suo posto, accetta di essere parte di un tutto cui nulla è richiesto se non la lucida presenza  del proprio sé, sincero, onesto sé, mortale. «Slegarsi da sé è la più alta forma di libertà», scrive Bonhoeffer. La morte torna così a far parte della vita, come la luna, le stelle, che in quell’ultima sera ammiccano al vecchio tenente. «La camera si è riempita di buio, solo con grande fatica si può distinguere il biancore del letto, e tutto il resto è nero. Fra poco dovrebbe levarsi la luna.

Farà in tempo Drogo a vederla, o dovrà andarsene prima? La porta della camera palpita con uno scricchiolio leggero. Forse è un soffio di vento, un semplice risucchio d’aria di queste inquiete notti di primavera. Forse invece è lei che è entrata, con passo silenzioso, e adesso sta avvicinandosi alla poltrona di Drogo. Facendosi forza, Giovanni raddrizza un po’ il busto, si assesta con una mano il colletto dell’uniforme, dà ancora uno sguardo fuori dalla finestra, una brevissima occhiata, per l’ultima sua porzione di stelle. Poi nel buio, benché nessuno lo veda, sorride».
 
Morte, luna, stelle, uomo: ogni cosa al suo posto nella ritrovata armonia del creato. Dopo tanto deserto (che è fatica, disillusione, solitudine), finalmente quello che Alda Merini chiama l’ombra del resurrexit, riscatto laico di chi ha finalmente compreso. La parabola della vita di Drogo è assolutamente laica; non ammicca mai Buzzati ad aperture ultime al Trascendente. Eppure il suo morire, così consapevole, così lucido, ci spinge ad una riflessione esistenziale profonda.

L’eroe per lui è l’uomo ferito, deluso, dominato dagli eventi che è riuscito a cogliere l’attimo, quell’occasione solo sua di essere uomo. E’ colui che, pur consapevole della pochezza del suo vivere, sa che questo gli era richiesto, e di ciò ha imparato a gioire. E’ colui che riesce a parlare di sé attraverso la morte, e poco importa che sia la morte più banale e anti-eroica  per eccellenza: è la sua, fa parte della sua vita, e chiede di esservi integrata. Accettare il limite della propria mortalità significa accettare che si è nel mondo non solo per cambiare le cose, ma anche per essere cambiati.

Giungere “vivi” alla propria morte, ovvero presenti a sé stessi, capaci di apertura agli eventi, rendere essa stessa parola vissuta, è ciò che in molti auspichiamo. Forse è questo desiderio a guidare anche le scelte definitive di quei fratelli che non possono parlare altrimenti che col proprio morire: penso a chi, condannato già da vivo alla morte del silenzio, dell’immobilismo, dell’oblio, non vede altra via che questa per alzare il suo grido.

Forse, per chi non riesce con le sue sole forze lungamente provate a trovare un qualche motivo di speranza, è la morte stessa a divenire speranza… E noi rimaniamo lì, senza parole, capaci solo di stringere una mano, quasi a con-dividere (pur sapendo quanto sia impossibile), a com-patire, ad accogliere; sperando che la nostra speranza di “sani” possa bastare a tutti e due… certi comunque, certi sempre, di una sola cosa: che qualcuno c’è che può capire, condividere, comprendere davvero, e non farà ,Lui, mancare il conforto del suo abbraccio.   
 
 
Chiara Saletti, Coordinamento Teologhe Italiane 
 
 
 
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