Ciàula – indimenticabile personaggio della galleria pirandelliana – sale dal ventre della zolfatara,  un gradino dopo l'altro, col suo carico da bestia da soma sopra le spalle e il capo chino fin per terra. La sua storia è la storia di un 'educazione allo stupore, che lo assale, improvviso e gratuito dono, non cercato, nella quotidianità brutale e buia della sua esistenza disumana.

Curvo, quasi toccando lo scalino che gli stava sopra e su la cui lubricità la lumierina vacillante rifletteva appena un fioco lume sanguigno, egli veniva su, su, su, dal ventre della montagna (…). E non vedeva ancora la buca, che lassù lassù si apriva come un occhio chiaro, d'una deliziosa chiarità d'argento. Se ne accorse solo quando fu agli ultimi scalini. Dapprima, quantunque gli paresse  strano, pensò che fossero gli estremi barlumi del giorno. Ma la chiarìa cresceva, cresceva sempre più, come se il sole, che egli aveva pur visto tramontare, fosse rispuntato.

Possibile? Restò -appena sbucato all'aperto – sbalordito. (…). Grande, placida, come in un fresco, luminoso oceano di silenzio, gli stava di faccia la Luna. Sì, egli sapeva, sapeva cos'era; ma come tante cose si sanno, a cui non si è dato mai importanza. E che poteva importare a Ciàula, che in cielo ci fosse la Luna? Ora, ora soltanto, così sbucato, di notte, dal ventre della terra, egli la scopriva. Estatico, cadde a sedere sul suo carico, davanti alla buca. Eccola, eccola là, eccola là, la Luna...C'era la Luna! La Luna! E Ciàula si mise a piangere, senza saperlo, senza volerlo, dal gran conforto, dalla grande dolcezza che sentiva, nell'averla scoperta, là, mentr'ella saliva pel cielo, la Luna, col suo ampio velo di luce, ignara dei monti, dei piani, delle valli che rischiarava, ignara di lui, che pure per lei non aveva più paura, né si sentiva più stanco, nella notte ora piena di stupore.
 
Piange, il piccolo caruso pirandelliano, perché lo coglie la stupefacente epifania della bellezza del mondo. E perché questa inaspettata rivelazione è per lui. Parla a lui e lui accarezza. E la sua esistenza ne sarà illuminata per sempre. E noi, a pensarci bene, un po' lo invidiamo, il povero Ciàula, ancora capace di stupirsi, di commuoversi, di lasciarsi trasformare, da un fatto così ovvio e quotidiano come l'attonita presenza della luna nel cielo, rivelatrice della bellezza che abita il mondo, attraverso la quale può raggiungerci l'infinito abbraccio di Dio.

Ma di cosa sappiamo stupirci, noi, oggi? E quale alfabeto riesce a raccontare e ri-trasmettere il nostro stupore? E' ancora in grado la Chiesa di oggi di lasciarsi sorprendere dall'epifania che chiede asilo dentro le sue stanche liturgie? E' ancora capace il nostro cuore di fare capriole all'annuncio di un Dio di pane che si dona e si condivide per abitare le nostre esistenze? E la nostra voce ha parole che sappiano alzare una lode sincera allo Stupefacente e al Gratuito che non cessa  di darsi a noi?

E' tempo, credo, di tornare a guardare la storia del Nazareno con gli occhi di Ciàula. E' tempo di arrenderci allo stupore che ci incontra e ci sopravanza, per rovesciarci dai troni delle teorie rassicuranti e gettarci nel magma scuro ma ribollente di bellezza che ha casa nel mondo
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Chiara Saletti, Coordinamento Teologhe Italiane 
 
 
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