C'è una storia. Non mi stanco di ripeterla. Mi capitò di leggerla in un libro di G.G.Marquez, molto tempo fa...
 
Riguarda un paese,
un borgo di pescatori,
perduto nel nulla/ovunque,
aria intrisa di noia,
un susseguirsi monotono di giorni,
le stesse parole vuote,
gli stessi giorni vuoti,
gli stessi volti vuoti,
gli stessi corpi vuoti,
dove non vi sia ricordo di passione, né di slancio vitale....
Un giorno qualunque a un ragazzo accadde di avvistare al largo una strana sagoma galleggiante. Si mise a urlare. L'intero villaggio accorse. In un luogo come quello, anche una sagoma insolita era motivo di eccitazione. E si piazzarono sulla spiaggia, a guardare, in attesa. Finché il mare, lentamente, senza fretta, portò quella cosa, e per gran delusione generale, la depositò sulla sabbia.
Un uomo morto.
I morti sono tutti simili tra loro; non rimane altro da fare che seppellirli. In quel villaggio era usanza che fossero le donne a preparare il morto per la sepoltura. Pertanto trasportarono il cadavere in una casa: le donne dentro, gli uomini fuori. Quando si accinsero a ripulirlo dalle alghe e dal verde del mare, il silenzio fu grande.
D'un tratto però, la voce di una donna ruppe il silenzio...
“Se avesse vissuto tra di noi, avrebbe dovuto chinare il capo per entrare nelle nostre case. E' troppo altro...”
Annuirono tutti in segno di assenso.
Di nuovo calò un profondo silenzio. Ma si udì la voce di un'altra donna...
“Mi chiedo che voce avesse...Simile al sussurro della brezza? Come il rombo delle onde? Chissà se conosceva la parola segreta, che al solo pronunciarla, una donna raccoglie un fiore per porselo tra i capelli?”
E tutte sorrisero.
“ancora silenzio. E, di nuovo, la voce di un'altra donna...
“Queste mani...Che grandi! Cosa avranno fatto? Avranno giocato con dei bambini? Avranno veleggiato per i mari? Avranno combattuto numerose battaglie? Avranno edificato case? Chissà se sapevano accarezzare e abbracciare il corpo di una donna?”
Si misero tutte a ridere.
E si sorpresero nel constatare che il funerale era diventato una resurrezione: un sussulto nella loro carne e si riaffacciavano sogni a lungo creduti sopiti, ceneri divenivano fuoco, sulla superficie della loro pelle, nella rinnovata vitalità dei loro corpi, affioravano desideri proibiti...
Da fuori i mariti assistevano a quanto stava accadendo alle loro mogli ed erano gelosi dell'uomo affogato, perché si rendevano conto che aveva un potere di cui essi non disponevano. Pensavano ai sogni che non avevano mai avuto, alle poesie che non avevano mai scritto, ai mari che non avevano mai visto, alle donne che non avevano mai amato.
 
Si ha sempre qualcosa da dire dinanzi ai morti.
Ma quell'uomo morto...Non aveva nome né storia...
Dinanzi a quel vuoto immenso rimasero sgomenti. Il silenzio intorno si fece assoluto e l'abisso insondabile..
Di norma nelle sepolture sono i vivi ad essere investiti di incarichi. In questo caso la situazione era opposta; era l'uomo morto a presiedere la liturgia con il mistero del suo silenzio... Dietro di lui il silenzio e il mistero del mare.
 
E il suo silenzio era lo spazio del ricordo. Il suo corpo morto era carico dei loro ricordi perduti...Era una poesia.
Dal silenzio si udirono parole nuove. Le storie che raccontavano su quell'uomo erano storie su se stessi: giacché i sogni erano risorti dal cimitero in cui erano stati sepolti. Adesso i loro corpi erano risorti. Erano vivi di nuovo. L'anima si ricongiungeva alla carne. Erano sogni fàttisi carne.
(R. Alves, Parole da mangiare, Qiqajon)
 
Questa è la nostra storia.
La storia di tempi cupi, in cui pare che il grigiore di ceneri copra ogni cosa. Nessuno slancio ideale, nessun vento di rinnovamento, nessun progetto futuro né meta comune verso cui incamminarsi.
Heidegger direbbe che, dal nostro mondo, gli dei sono fuggiti¹. 
E con loro, il senso del trascendente, lo stupore e la meraviglia. E la nostra capacità di sognare. Un tempo così povero – continuerebbe il filosofo – che nemmeno ci accorgiamo della nostra povertà.
E' su questo nada che fa irruzione il morto del racconto.
Come uno squarcio. Come un grido. Sfacciatamente. Impudicamente. Con la sua nudità, fragilità, mostruosità.
Un poeta, direbbe ancora Heidegger. Capace di attivare parole, e che, giunto al termine della notte,  ne ha saggiato l'abisso e vi riporta l'orrore.
Con il poeta le domande prendono voce e ricomincia il canto.
Un canto povero, invero, ma che resiste. E abita la terra, il villaggio, le persone. Che emerge dal silenzio (il vuoto del mare) ed è esso stesso silenzio, ma riesce a risvegliare ciò che giace, sopito, dentro i cuori umani: parole, risa, racconti, sensi, memorie, che ci consegnano la possibilità di una resurrezione.
 
Ci piacerebbe tornare a fare silenzio, dentro e intorno a noi, per riuscire ad accogliere quelle parole totalmente umane donateci, in un tempo ancora non tempo, in un luogo ancora non luogo da chi ci chiamò a divenire interlocutori e parlanti.
Tornare ad imparare l'ascolto di parole che sono cose, capaci di dare consistenza alla nostra verità più profonda, e di rimetterci in relazione con la verità degli altri.
Parole capaci di ospitare le domande, i dubbi, i cammini.
Di dar fiato alle preghiere.
Di risvegliarci dall'oblio.
Di aprire spazi profetici alla speranza.
 
E' di parole siffatte che si nutre la poesia, linguaggio oggi desueto eppure così necessario: Monasteri -scriveva padre Turoldo ai suoi monaci- oasi dove Dio continui a creare le cose più necessarie: la poesia, la musica, il canto.
Di tale profonda bellezza dovremmo tornare a nutrirci, se è vero che non di solo pane siamo chiamati a vivere, ma anche di una Parola, che abita ben oltre il confine della sacralità, che sa riempire di sacro il quotidiano, che sa educarci a rinvenire lo spirito che lo abita.
Tempo è di tornare a tacere, per ascoltare il canto della parola poetica, e, da questa convocati, tornare ad essere soggetti politici nel mondo.
Politici nel rinnovato sforzo di prendersi cura di quanto ci è stato affidato: i corpi, i cuori, le libertà.
Nello spazio lento della pausa estiva, tale è il nostro augurio, con la consapevolezza che nulla di quanto più ci appartiene andrà mai perduto.
Buone vacanze...
 
 
Chiara Saletti, Coordinamento Teologhe Italiane 
 
 
¹ Martin Heidegger, Perché i poeti?, in Sentieri interrotti: Heidegger affronta il senso della poesia nel mondo contemporaneo e, riconoscendolo come un tempo di penuria, privato nel suo orizzonte della presenza divina e dell'anelito del trascendente, attribuisce alla poesia il compito salvifico di “inseguire la traccia degli Dei fuggiti. (…). Ecco perché nel tempo della notte del mondo il poeta canta il Sacro”, per poi concludere, dinanzi a questa assoluta povertà, che “il canto resta, che nomina la Terra”.
 
 
 
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