“Ora è sparsa l’acqua della vita,
e tutta la lunga scala
è da ricominciare”
(C. Campo)
 
È difficile immaginare un modo per evitare di parlare, anche in questa sede, di crisi. Potrei certamente provare a proporre una riflessione che non tenga conto della contingenza, per concedere maggiore respiro alla pregnanza del pensiero, in un orizzonte slegato dal peso della materialità. Oppure potrei cercare di rielaborare il volto di questa fase storica per recuperarne la valenza in un orizzonte storiografico più ampio, per cercare, cioè, di produrre una percezione sdrammatizzata, in un certo senso finanche mitizzata. Se tuttavia decidessi di intraprendere questo percorso evasivo, darei una ben misera dimostrazione di ciò che – credo – dovrebbe essere la cultura nella nostra dimensione di vita: luce, forma e direzione.
 
Luce, perché il pensiero può trascinare oltre la soglia dell’ombra le sfumature, i dettagli, le piccole e grandi cose silenziose che ci circondano. Perché la cultura è essa stessa soglia, tra la coscienza e l’accettazione passiva, tra la sterilità facile e la fatica fertile, tra l’individualismo muto e la condivisione critica. Luce che certamente può illudere o abbagliare, complicando, con la nostra capacità di interpretazione, anche la capacità di distinzione del falso dal vero, ma certamente condizione di esercizio del libero arbitrio e di manifestazione dei carismi.
 
Forma, perché la cultura conferisce a chi se ne fa creatore la capacità di plasmare concetti e rappresentazioni della realtà, consentendo così di trovare la forza di immaginare mondi alternativi, di individuare strade mai percorse e zone inesplorate. Consente a chi se ne fa custode di immaginarsi differente da ciò che è, garantendo così che sempre nuove forme e nuove concezioni di vita trovino spazio, perché l’uomo e la società possano crescere e costantemente migliorarsi.
 
Direzione, perché la cultura, mostrandoci la pluralità di strade tra le quali ogni giorno siamo chiamati a scegliere, ci dota di tutti gli strumenti necessari a formulare giudizi fondati e legittimi. Non indica in modo forzato un’unica  direzione, ma ci fornisce la bussola affinché possiamo farne uso, rendendoci nel contempo responsabili delle nostre scelte e consapevoli della nostra posizione e del nostro ruolo nel mondo. La cultura, dunque, da questo punto di vista, non può che essere presa in considerazione in funzione dell’uomo – che ne è contemporaneamente produttore e destinatario – e della realtà in cui vive.
 
La capacità del patrimonio artistico di attraversare il tempo e lo spazio certamente non è condizione sufficiente perché lo si possa considerare estraneo alla realtà, della quale è invece interlocutore costante, silenzioso e attento. Cercherò quindi di rispettare il respiro originario della produzione culturale, di connotazione eminentemente umana, alla luce di un’arte che è prodotta dall’uomo perché l’uomo possa elevarsi dalla realtà. Elevarsi, senza distaccarsene. Credo quindi che parlare di crisi sia doveroso, ma che sia altrettanto doveroso cercare di declinarne la portata in maniera costruttiva, cogliendone cioè la valenza indiretta per ritrovarne le potenzialità. Per quanto apparentemente contraddittorio, ogni fase di crisi – in senso lato – può essere certamente un elemento deteriore, ma opportunamente affrontato può rappresentare un’occasione.
 
La continuità vissuta in maniera acritica può portare alla staticità, la staticità alla stagnazione, la stagnazione alla fragilità del pensiero e all’aridità dell’immaginazione. Crisi e cultura dunque sono elementi che non possono essere presi in considerazione che alla luce di questa necessità di porre nel movimento, nella dinamica, nella capacità costante di cambiamento e di reazione,  la possibilità della società di reagire ai traumi della storia. Non esiste cultura statica, nemmeno in un sistema culturale tendenzialmente lineare come quello religioso. Non può e non deve esistere cultura statica, perché la società è un organismo in movimento, perché ogni uomo è mosso e costantemente modificato dagli intrecci dei  pensieri e delle emozioni. Di questa società e di questo uomo la cultura è il frutto e deve poter essere – giorno dopo giorno – il nuovo seme.

 
Luca Baraldi
 
 
 
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