Nel mese dedicato alle madri, ecco alcune riflessioni attorno ad Accabadora di Michela Murgia (Einaudi).
 
Il romanzo di Murgia possiede uno sguardo largo sulla figura della madre, come colei che dà forma e genera alla vita, ma anche colei che accompagna nella morte o che, pietosa, “aiuta” il destino degli agonizzanti a compiersi (Accabadora è, in sardo, colei che finisce, e questo era il ruolo che la comunità aveva riconosciuto tacitamente a Bonaria Urrai, protagonista con la piccola Maria del romanzo).

Maria è una bambina generata due volte, dalla povertà di una donna e dalla sterilità di un'altra. Figlia di due madri, dunque, in un rapporto talvolta ambiguo, ma che non impone, per esigenze di chiarezza o per necessità dettate da fragilità psicologiche, la scelta di una delle due e l'esclusione dell'altra. Si tratta della così detta figliolanza d'anima, istituzione nata entro la consuetudine di una società arcaica a struttura matriarcale – quella sarda -  ma che resiste ancora qua e là (la stessa Murgia è figlia di due madri, come dice la dedica in calce al suo romanzo), come una sorta di affido permanente, ove si conserva il rapporto con la madre biologica.

Così lontana dalla nostra idea dell'esser madri e dell'esser figli, la maternità d'anima pare poggiare su una modalità allargata di concepire la famiglia, quasi di matrice tribale, che vede possibile la cura dei figli altrui senza l'assunzione del privilegio del nome di madre: in tredici anni che visse con lei, nemmeno una volta Maria la chiamò mamma, che le madri sono una cosa diversa.

A chi le parla dell'anomalia di una figliolanza ottenuta per sottrazione, Michela Murgia ribadisce trattarsi piuttosto di una maternità per moltiplicazione. Poiché nascere non accade una sola volta, ma innumerevoli altre, attraverso un sofferto cammino di cadute e risurrezioni, ecco che non c'è nessun vivo che arrivi al suo giorno senza aver avuto padri e madri a ogni angolo di strada. E così, la madre d'anima si dice disposta ad accompagnare la figlia in questo percorso di nascita continua, attraverso la fatica di inventare un rapporto non dato all'origine, ma costantemente in divenire.

Alla base di questa maternità, dunque, un gesto di elezione, una scelta generata, nel romanzo, da uno sguardo capace di vedere realmente la piccola Maria come nessuno (tanto meno la madre naturale) era riuscito a vederla: Maria era come un niente, la scadenza che ti devi segnare o la dimenticherai. (…). Gli occhi della vecchia furono i soli a vedere (…). Perché le colpe, come le persone, iniziano a esistere se qualcuno se ne accorge. Uno sguardo “altro” sulle cose di sempre, capace di dar loro una dignità, una nuova occasione, che ricorda molto lo sguardo con cui Gesù di Nazaret accostava i reietti, i colpevoli, i condannati al nulla e li rendeva capaci di nuovi inizi. Sguardo che vede il buono e lo chiama ad uscir fuori, sguardo che sa attendere, che impara i tempi della pazienza, perché conosce la fatica di dar forma e il dolore del parto. Bonaria Urrai, infatti, non fece mai l'errore di invitare Maria a sentirsi a casa propria (…). Si limitò ad aspettare che gli spazi rimasti vuoti per anni prendessero gradualmente la forma della bambina.
 
Femminile materno declinato nel segno della responsabilità verso coloro che ci sono affidati, della cura della vita colta nel suo nascere e nel suo finire, ma anche e soprattutto strutturato entro un tessuto comunitario coeso e solidale. La comunità risulta essere l'altra protagonista del racconto di Murgia, una comunità “al femminile” in realtà, come doveva essere quella della Sardegna rurale, che è sorretta dalle sue donne e dal loro pensiero, dal loro modo di stare nel mondo e di leggerlo. Abitata da uno sguardo di pietà e di gratitudine verso le cose e la vita che vi scorre dentro, forte di una capacità empatica che accorcia le distanze.

Entro il grembo comunitario si svolge la vita dei singoli, si nasce e si muore, attraverso gesti e riti condivisi. E' la comunità e la sua concezione di famiglia che sta alla base e legittima la maternità di Bonaria Urrai. I legami familiari si ri-dicono entro quelli di appartenenza alla comunità, in modo che ciascuno si trova ad avere, oltre ai genitori biologici, innumerevoli altri padri e madri, per tradizione  chiamati tzii e tzie, senza vantare tra loro legami di sangue, e che hanno in qualche maniera condiviso con i più giovani il loro percorso di crescita.

I figli divengono così promessa di futuro, di cui farsi carico. Singoli che si inseriscono nel fluire della storia comune, tenuti assieme dal bagaglio culturale che la comunità stessa ha generato e attraverso il quale a ciascuno è possibile comprendere e decifrare il senso del presente. Così nei versi famosi di Gibran si celebra il legame filiale che trascende la nostra piccola storia per confluire in quella universale del genere umano.  

I vostri figli non sono i vostri figli.
Sono i figli e le figlie della fame che di se stessa ha la vita.
Essi non vengono da voi, ma attraverso di voi.
E non vi appartengono benché viviate insieme.

Il romanzo chiama ad una riflessione sulla nostra idea di maternità e di comunità. Assistiamo oggi ad un'enfatizzazione del diritto ad essere madri, ad esserlo a tutti i costi per  rispondere al bisogno di una  propria realizzazione. Assistiamo, anche, all'idealizzazione della figura del figlio, concepito come nostro prolungamento, chiamato a confermarci nel ruolo di madri. Mi pare che manchi, talvolta, una riflessione più ampia sul senso del generare, che può avvenire nell'ombra e nella rinuncia al proprio protagonismo, che esige di decentrarsi a favore dell'altro che ti è affidato perché tu lo cresca. Si tratta di imparare a fare spazio, a lasciar andare, a recidere. Con un movimento di fuga dal proprio centro.

Oggi più che mai è urgente, credo, riscoprire la storia individuale come parte della storia della comunità. Re – imparare a lavorare per un progetto ampio, capace di andare oltre le singolarità. Ascoltare i nostri passi che camminano in una direzione condivisa, verso un bene comune. Oggi più che mai è urgente, infine, recuperare il pensiero che vede nei figli la speranza di un futuro che continua e al quale siamo chiamate a prender parte per quanto è possibile. Un futuro edificato su legami di solidarietà e condivisione, più che su appartenenze etniche o familiari cui sottostare.

La piccola protagonista del romanzo, del resto, ha appreso dalla sua esperienza l'importanza dei legami veri e forti, quelli vitali e indissolubili che trasformano una semplice vicinanza in familiarità. A chi le chiede il senso del suo rapporto con la madre biologica, risponde infatti: Siamo mamma e figlia, sì... ma non proprio una famiglia. Se eravamo una famiglia, non si metteva d'accordo con voi... cioè, io credo che voi siete la mia famiglia. Perché noi siamo più vicine.

Ecco, credo sia necessario, per noi oggi, fare un passo indietro e rinunciare all'arrogante pretesa di stabilire i canoni che costituiscono la “vera” famiglia. Necessario è, invece, metterci in ascolto (convinti di poter apprendere cose buone) di tutte quelle realtà che, pur nella fatica e nella diversità, sanno con pazienza dissodare piccoli pezzetti d'amore che rendono belli rapporti tra gli esseri umani. Di qualunque natura essi siano.

 
Chiara Saletti, Coordinamento Teologhe Italiane 
 
 
 
Salva Segnala Stampa Esci Home