Settant'anni fa, nel campo di Auschwitz, Etty Hillesum finiva la sua vicenda terrena e ritornava nelle forti braccia di Dio. Era una giovane intellettuale olandese di ventinove anni. Ebrea di buona famiglia e di immense inquietudini. Aveva scelto di abitare insieme al suo popolo l'orrore che si stava preparando, entrando nel campo di transito di Westerbork di dove, dopo circa un anno e mezzo, fu inviata ad Auschwitz per non uscirne più.

Dal treno che la portava all'ultima destinazione riuscì a gettare il manoscritto del suo diario (Diario 1941-1943, Adelphi), preziosa testimonianza di un itinerarium in Deum tanto incandescente quanto personalissimo, impossibile da inquadrare entro le strettoie dogmatiche di una religiosità codificata.

Il “suo” Dio Etty lo incontra a partire dall'ascolto della vita, del suo ritmo, delle sue fatiche. Un ascolto puro, assoluto, non ingombro dal retaggio delle sue convinzioni, che si concretizza in un vero e proprio far spazio dentro di sé all'altro che mi interpella, mi incontra, mi cambia: la mia vita- scrive la giovane- è un ininterrotto ascoltar dentro me stessa, gli altri, Dio. E quando dico che ascolto dentro, in realtà è Dio che ascolta dentro di me. La parte più essenziale e profonda di me che ascolta la parte più essenziale e profonda dell'altro. Dio a Dio.

Un incontro con Dio nato dal grembo della propria dolente esperienza, in cui Etty riuscì a rintracciare tra le pieghe di una quotidianità stentata l'apertura verso l'infinito. Come per l'Israele dei Padri, che seppe scorgere un Dio liberatore a partire dalla sua esperienza di schiavitù, un Dio madre-nutrice a partire dalla sua esperienza di fame, un Dio fedele a partire dalla sua infedeltà di figlio, così è stato anche per la giovane olandese, capace di cantare Dio come un lago di profondissima pace, una sorgente interiore, da dietro il filo spinato.

Per lei allora il mondo, le cose, le persone, divennero luoghi teologici fecondi e carichi di senso, capaci di parlarle della presenza del Dio benevolente, nonostante se non addirittura dentro, il male. Un Dio lontanovicino, secondo la terminologia coniata da un'altra grande amante di Dio come Marguerite Porete. Intimo e nascosto nel fondo del cuore, ma sempre altro, indisponibile, non catturabile: immanente e trascendente.

E in quanto alterità, Dio diviene per Etty il “tu” dinanzi al quale chinarsi, il compagno di viaggio cui rivolgere i propri pensieri, il Dio-persona cui affidarsi. Nelle pagine del diario la fiducia in questo “tu” va aumentando giorno dopo giorno, sino a innalzare il canto dell'abbandono assoluto nel mare d'amore che si apre: è proprio così che mi sento, sempre, costantemente, come se fossi tra le tue braccia, mio Dio.
 
Quella di Etty non fu però mai una fuga. La pace che abitava il suo cuore non le impedì di vivere dentro l'orrore, né di porsi la tragica domanda sulla bontà di Dio. Dinanzi all'assurdità degli eventi, il suo cuore amante riuscì a non cadere nel dramma del  nichilismo. Riuscì invece a fare quel salto nel vuoto che la portò a non incolpare l'amato per quanto accadeva, ma a scendere così in profondità nella verità dell'Altro, da scoprirlo nudo e fragile, innocente lui stesso e disarmato. Etty incontra l'impotenza di Dio, e se ne innamora. Un Dio che chiede di esser salvato dentro il cuore degli uomini, chiamando i giusti alla responsabilità. Etty ascolta il suo richiamo e, convinta che salvare Dio sia la sola cosa che le permette di salvare anche la propria umanità, si offre come grembo a questo figlio così fragile.

Mio Dio, sono tempi tanto angosciosi. Stanotte per la prima volta ero sveglia al buio con gli occhi che mi bruciavano, davanti a me passavano immagini su immagini di dolore umano. Ti prometto una cosa, Dio, soltanto una piccola cosa: cercherò di non appesantire l'oggi con i pesi delle mie preoccupazioni per il domani – ma anche questo richiede una certa esperienza. Ogni giorno ha già la sua parte. Cercherò di aiutarti affinché tu non venga distrutto dentro di me, ma priori non posso promettere nulla. Una cosa, però, diventa sempre più evidente per me, e cioè che tu non puoi aiutare noi, ma che siamo noi a dover aiutare te, e in questo modo aiutiamo noi stessi. L'unica cosa che possiamo salvare di questi tempi, e anche l'unica che veramente conti, è un piccolo pezzo di te in noi stessi, mio Dio. E forse possiamo anche contribuire a disseppellirti dai cuori devastati di altri uomini.
 
Sì, mio Dio, sembra che tu non possa far molto per modificare le circostanze attuali, ma anch'esse fanno parte di questa vita. Io non chiamo in causa la tua responsabilità, più tardi sarai tu a dichiarare responsabili noi. E quasi a ogni battito del mio cuore cresce la mia certezza: tu non puoi aiutarci, ma tocca a noi aiutare te, difendere fino all'ultimo la tua casa in noi. Ci sono persone che all'ultimo momento si preoccupano di mettere in salvo aspirapolvere, forchette e cucchiai d'argento, invece di salvare te, mio Dio. E altre persone, che sono ormai ridotte a semplici ricettacoli di innumerevoli paure e amarezze, vogliono a tutti i costi salvare il proprio corpo. Dicono: me, non mi prenderanno. Dimenticando che non si può essere nelle grinfie di nessuno se si è nelle tue braccia (Diario, 12 luglio 1942).

Le pagine del diario non si aprono mai all'invettiva e al risentimento, non condannano, non dividono l'umanità in buoni e cattivi, ma spingono a scendere in fondo, fino a cogliere la radice comune che ci rende Uno, che ci permette di sentirci parte di un unico potente insieme. Il guadagno di questa giovane donna fu quello di uno sguardo puro sul mondo e sugli uomini, tanto puro da spingerla a non riuscire a vedere brutta la vita neppure dietro il filo spinato. Uno sguardo teso alla profezia, intesa come la capacità di vedere ciò che altri non vedono, capacità di aprire alla speranza.

E come Isaia riuscì a vedere il deserto fiorire, così Etty imparò a guardare al reale non per quello che esso era, ma per ciò che poteva essere. Riuscì a scorgere il suo pezzo di azzurro tra le maglie di recinzione, scoprendo infine che la bellezza abitava anche lì, come possibilità sempre presente. E che il mondo ne era gravido,o, per dirla con Muraro, era incinto del suo suo meglio.
 
 
Chiara Saletti, Coordinamento Teologhe Italiane
 
 
 
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