Il brano evangelico dell’Annunciazione ci introduce nella vicenda di Maria; è un episodio fondamentale per Maria, lo si può considerare come agli albori della sua profonda e nuova esperienza di Dio¹. È questo un testo molto noto, e che si presta a molte interpretazioni, tra cui quella che lo coglie come il racconto della vocazione di Maria. Si apre con il saluto che l’angelo rivolge a Maria: «Rallégrati, piena di grazia: il Signore è con te» (Lc 1, 28). Il saluto dell’angelo a Maria è un vero e proprio invito alla gioia. Motivo per il quale Maria è invitata a gioire è perché ha trovato grazia presso Dio, questa grazia traccia a fondo la personalità della giovane ragazza di Nazaret, una grazia che avvolge tutta la personalità di Maria, e che da essa è pienamente trasformata, per questo è la piena di grazia.


Riguardo a questo verbo è interessante la lettura proposta da Giovanni Paolo II nell’enciclica Redemptoris Mater, una lettura fatta alla luce di un passo della Lettera agli Efesini: «Benedetto sia Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, che ci ha benedetti con ogni benedizione spirituale nei cieli, in Cristo. In lui ci ha scelti prima della creazione del mondo, per essere santi e immacolati al suo cospetto nella carità, predestinandoci a essere suoi figli adottivi per opera di Gesù Cristo, secondo il beneplacito della sua volontà. E questo a lode della sua grazia, che ci ha dato nel suo Figlio diletto» (Ef 1, 3-6). In questo inno l’apostolo Paolo usa il verbo echarìtosen (ci ha dato grazia), che ricorda da vicino il lucano kecharitoméne, per cui afferma Giovanni Paolo II, in Maria si realizza ciò che Dio Padre da sempre aveva pensato, tutto questo grazie a quella benedizione con cui “Dio Padre” ci ha colmati “nei cieli, in Cristo”.

Il saluto dell’angelo genera un turbamento nel cuore della giovane, tuttavia ciò non smarrisce la forte personalità della giovane, capace di interrogare il mistero divino: «si domandava che senso avesse un tale saluto» (1, 29b). Questa precisazione di Luca mette in evidenza come Maria non abbia perso la calma, pur trovandosi di fronte ad un evento che la scuote, suo desiderio è capire, per cui cerca chiarezza e luce per la sua coscienza. Ma ancora l’angelo invita a “non temere”: «Non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio» (1, 30), nell’invitare Maria a non avere paura l’angelo fa risaltare nuovamente la gratuità dell’azione di Dio, il quale si interessa a Maria per il sovrabbondante suo infinito amore misericordioso.

Il trovare grazia presso Dio si realizza nel compimento di un’antica promessa di Dio, da secoli attesa: «Ecco concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù» (1, 31). In queste parole dell’angelo emerge come duplice sia il ruolo di Maria, un legame fisico, biologico che dice una piena partecipazione materna alla generazione di Gesù, e un legame di responsabilità: «lo chiamerai Gesù», conferendogli il nome (in Matteo è Giuseppe che conferisce il nome al nascituro) Maria si assume in pieno la propria responsabilità verso il figlio. Questo nonostante i versetti 32-33 affermino che il destino di Gesù è indipendente da Maria: «Sarà grande e chiamato Figlio dell’Altissimo; il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine». Non è Maria che rende grande Gesù, ma è lei coinvolta nella grandezza del Figlio.

La domanda di Maria consente all’angelo di manifestare la reale e piena portata della nascita del Messia. «Lo Spirito Santo scenderà su di te e la potenza dell'Altissimo ti coprirà con la sua ombra. Perciò colui che nascerà sarà santo e sarà chiamato Figlio di Dio. Ed ecco, Elisabetta, tua parente, nella sua vecchiaia ha concepito anch'essa un figlio e questo è il sesto mese per lei, che era detta sterile: nulla è impossibile a Dio» (1, 35-37), questa risposta dell’angelo, è da considerarsi il cuore del racconto lucano, a noi, di questi, interessano gli aspetti mariani, che si concentrano nel versetto 35: (Le rispose l’angelo:  «Lo Spirito Santo scenderà su di te, su te stenderà la sua ombra la potenza dell’Altissimo. Perciò colui che nascerà sarà santo e sarà chiamato Figlio di Dio»).

Pregna di significato è anche la risposta che Maria da alla richiesta dell’angelo: «Ecco la serva del Signore: avvenga per me secondo la tua parola» (1, 38). Il termine serva è un hapax del Nuovo Testamento, definendosi serva Maria chiarisce la propria identità con estrema lucidità e consapevolezza, frutto già di una instaurata profonda relazione con il Padre, con Gesù e con lo Spirito.

Il racconto dell’annunciazione preso nella sua globalità ci descrive Maria come persona libera, una libertà fondata sulla chiamata di Dio, un Dio che attraverso l’angelo la interpella e la chiama a rispondere liberamente, quindi una libertà di relazione. Ma non solo, infatti, la libertà di Maria è umile: “sono la serva”, ardita e capace di affidarsi: “avvenga di me quello che hai detto”. Ecco qui svelato il segreto del suo cammino: Maria è persona talmente libera «da abbandonarsi a Dio raggiungendo la sua perfezione, da sbilanciarsi sulla Parola in pienezza di dedizione»². Scrive Giovanni Paolo II nella Redemptoris Mater: «Nell’Annunciazione, infatti, Maria si è abbandonata a Dio completamente, manifestando l’obbedienza della fede a Colui che le parlava mediante il messaggero e prestando “il pieno ossequio dell’intelletto e della volontà”. Ha risposto, dunque, con tutto il suo “io” umano, femminile, e in tale risposta di fede erano contenute una perfetta cooperazione con la grazia di Dio che previene e soccorre ed una perfetta disponibilità all’azione dello Spirito santo, il quale perfeziona continuamente la fede mediante i suoi doni» (RM 13). Dopo questo, anche se breve approfondimento, di un testo conosciuto, cerchiamo di far emergere quali sono i tratti del vero discepolo presenti nel brano.
 
Un tratto, che si può considerare fondamentale nel discepolo e che possiamo ritenere il primo che Maria ci insegna, proprio a partire da questo testo è: l’abbandono. Esso è espressione di fede profonda nel Signore della vita, fede che mi porta a rispondere in modo pieno totale a Dio, certo di non rimanere deluso. Con questo termine generalmente si intende l’atto attraverso il quale si lascia a Dio la cura della propria persona e del proprio destino. Tuttavia l’abbandono non è un atteggiamento passivo per cui ci si sottomette incondizionatamente alle iniziative di Dio, ma è un atteggiamento della volontà che rinuncia alle proprie deliberazioni e lascia che sia Dio a determinare i motivi dell’agire. Questo si evince molto bene nella Vergine Santa nel racconto dell’annunciazione, giovane ragazza qual era probabilmente aveva fatto progetti riguardanti il suo futuro, poi l’inatteso invito di Dio comunicatole tramite l’angelo, l’ha chiamata a scelte diverse, nate si nella libertà, ma che hanno potuto iniziare il suo realizzarsi grazie alla scelta fatta di fidarsi di Dio e a Lui, abbandonarsi.

L’abbandono è dunque dono di sé, rinuncia alla propria volontà, e di conseguenza è un supremo atto d’amore, segnato dalla carità più pura, alla cui base però c’è un’esperienza d’amore, quell’amore che sgorga dal Cuore di Dio, che in Cristo si è donato totalmente, per cui l’abbandono diventa la risposta a questo amore preveniente di Dio, per cui l’abbandono, diventa arte di amare, «amare Dio sinceramente e disinteressatamente, senza altro desiderio che quello di diventare lo strumento della sua azione nel mondo, senza angustie per l’avvenire, preoccupati solo di consacrare l’istante presente all’Amore»³.

L’abbandono, è via e mezzo attraverso cui poter rispondere agli inviti di Dio. Via perché conduce l’anima alla perfezione dell’amore, mezzo perché ci permette di esprimerlo.  È solo per amore, cioè per desiderio di unirsi totalmente a Dio tanto che ogni proprio desiderio scompaia, che l’anima si abbandona in Dio. La rinuncia a ogni iniziativa, a ogni volere, è compiuta perché Dio possa agire nell’anima con la massima libertà, secondo i suoi progetti. Progetti che chi sceglie Dio desidera far propri, per cui mette a disposizione del Signore tutte le sue risorse, cioè tutto se stesso, come insegna l’episodio dell’obolo della vedova, la quale mette nel tesoro del tempio tutto quanto aveva, Marco esprimendosi in greco, afferma che nel tesoro del tempio aveva donato tutta se stessa, perché aveva messo la sua vita (cf. Mc 12, 41-44).

Un altro tratto del discepolo che Maria mette in luce in questo testo è quello del timore. Va subito specificato che con timore non si intende aver paura di Dio, bensì come di fiducia che nasce dalla fede in lui, anche Maria è stata esortata dall’angelo a non temere. È vero nel nostro immaginario quando parliamo di timore, subito pensiamo ad eventuali castighi da parte di Dio, ma non dobbiamo dimenticare che il timore di Dio è un dono dello Spirito Santo, come tale non può essere fonte di paura, bensì principio di sapienza.   È un dono che ci fa crescere contemporaneamente nelle virtù della speranza e della temperanza, è quindi un dono che apre la volontà al rispetto filiale di Dio, e di conseguenza ci allontana dal peccato perché sappiamo che ciò dispiace a Dio, e quindi si opera in modo da piacere a Lui. Questo è alla base dell’agire dei santi,  infatti il loro agire ha sempre come fine ultimo il piacere al Signore, non agli uomini, ogni loro gesto, ogni loro azione aveva unicamente il fine di piacere a Dio, di comportarsi secondo il precetto dell’amore insegnato da Cristo con la stessa vita, amare il prossimo non come se stessi, ma più di se stessi.
 
 
P. Gino Alberto Faccioli, ISSR "Santa Maria di Monte Berico"
 
 
¹ Non va dimenticato che Maria è figlia del popolo ebraico, e come tale cresce religiosamente. Il Dio dei Padri che “conosce” e che prega nello Shema è l’unico Signore, fuori di Lui non c’è altro Dio (cf. Dt 6, 4). L’angelo Gabriele nell’annunciazione le parla di un Dio che è Padre, di un Figlio e dello Spirito Santo. 
² MARTINI C.M., Libertà che si dona. In Meditazione con Maria nella santa Casa di Loreto, Casale Monferrato (AL) 1995, 38.
³ TESSAROLO A., Cuore di Gesù, in DES, 698.
 
 
 
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