Il più antico titolo mariano è quello di Madre di Dio. Il concilio di Efeso del 431 con la proclamazione di  Maria, come Madre di Dio, lo sancisce ufficialmente. La divina maternità è dunque il titolo più antico, esso rimanda ad un mistero che riguarda Maria sia nella sua persona, sia nel ruolo che ella ricopre all’interno della storia della salvezza, anzi è il mistero fontale di tutta la figura di Maria, come emerge molto bene nel capitolo VIII della costituzione dogmatica sulla Chiesa Lumen gentium del Concilio Vaticano II. 

Merito del concilio Vaticano II è stato quello di riproporre, dopo almeno quindici secoli, il mistero della divina maternità di Maria in tutta la sua ricchezza teologica, limitandosi non a fare una sintesi di tutto quanto si era detto in precedenza, ma a rileggere il fondamentale mistero di Maria nell’ambito della storia della salvezza (le cose nuove), e questo grazie dall’apporto delle  Sacre Scritture, per le quali  il concetto della divina maternità non viene limitato al solo momento genetico della concezione e del parto, ma abbraccia tutto l’arco della vita di Maria.
 
Vita che si intreccia con quella di Gesù, arrivando alla progressiva unione con il Figlio salvatore. La maternità di Maria non è solo generativa, ma anche partecipativa. Concezione, parto, nutrimento, crescita, costituiscono solo le prime essenziali tappe di questa maternità, che matura e si perfeziona «fino a stabilire una perfetta conformità tra madre e Figlio ed a stabilire una loro intima e costante unione nell’opera della salvezza, da Nazaret a Betlemme, da Cana a Gerusalemme, dal Calvario all’assunzione al cielo» (MEO S., Madre di Dio, in NDM, 823).

Il consenso di Maria nell’annunciazione mette in evidenza che esso è dato nella piena libertà e coscienza ed esprime un serio responsabile impegno di fronte all’invito divino di un servizio totale a Cristo e alla sua opera salvifica (LG 53.56). Riguardo alla maternità di Maria è interessante cogliere quanto il vangelo proposto nel celebrare questa realtà ci propone, Luca, infatti, nel narrare la nascita di Gesù, e la sua presentazione ai pastori, evidenzia come tra madre e figlio ci sia un rapporto profondo, che va al di là del fatto fisico. L’evangelista, sottolinea, come lei serbava nel suo cuore tutto quanto veniva detto di Gesù suo figlio, un conservare per poi meditare tutti questi avvenimenti alla luce della parola di Dio.
 
È questo l’atteggiamento tipico della vera fede, per cui alla stregua di numerosi padri della chiesa, si può affermare che «Maria concepì il Figlio prima nel suo cuore che nel suo corpo». Maria dunque «diventa “più” madre credendo. La sua è una maternità nel senso più completo, per il fatto che fu anche intuizione profonda, assecondamento totale, disponibilità e cooperazione senza riserve» (NDM, 828). Al fatto fisico Maria unisce una grande, profonda partecipazione interiore, questa è la grandezza di Maria, della sua maternità divina.

Maria vive la sua divina maternità salvifica sotto l’impulso dello Spirito Santo, dall’inizio alla fine della sua vita terrena, in un progressivo cammino di fede, di speranza, di obbedienza, di carità, consacrando tutta la sua esistenza all’opera salvifica del Figlio. Contemplare Maria come Madre di Dio, è imparare sul suo esempio ad accogliere in noi il Verbo fattosi uomo, un’accoglienza che si fonda sull’ascolto attento e interiore della Parola di Dio, una parola che si trasforma in vita in noi, rendendoci così anche noi partecipi dei misteri della salvezza. Perché anche noi siamo chiamati ad essere partecipi del realizzarsi del Regno di Dio.

 
P. Gino Alberto Faccioli, ISSR "Santa Maria di Monte Berico"
 
 
 
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