Il sole che sorge ti veda sempre con un libro in mano. Le parole di Evagrio non rappresentano un semplice invito alla costruzione di un percorso intellettuale, non sono un esorto all’alimentazione di un’erudizione che non può portare più lontano dei limiti della propria ombra. Il sole che sorge ti trovi con parole vive, tra le mani, anziché con categorie rigide alle quali ricondurre, a forza, la vitalità della cultura e la spontaneità della manifestazione religiosa.
 
La storia del cristianesimo, come degli altri monoteismi mosaici, è storia di una religione del libro. Una religione, cioè, che nel rapporto con il testo scritto, con la sedimentazione materiale del pensiero sfuggente, fonda la propria capacità di nutrire e preservare una traditio. Una religione che nel libro sacro racchiude e custodisce l’ineffabilità simbolizzata della Rivelazione, della parola che cerca di dare una forma a ciò che non la può possedere, nell’intento di rendere universale un messaggio spesso sussurrato, trasmesso nel segreto dell’intimità. La parola attraversa la storia come una presenza costante, modificando forme e destinatari, cambiando la voce in base agli interlocutori e il volto in base alle sensibilità. Parola libera nonostante il vincolo apparente con la trasmissione materiale, parola ricca della pienezza dell’interpretazione, della rivendicazione del diritto allo svelamento dei segreti nascosti tra le lettere. Parola mantenuta feconda dal passaggio di mano in mano, di bocca in bocca, arricchita ad ogni trasmissione da una sensibilità ulteriore, da uno sguardo differente, capace di cogliere, nella complessità del messaggio, un dettaglio sfuggito agli sguardi delle età precedenti. Parole che si sono accumulate - stratificando papiro, pergamena e carta - andando ben oltre i limiti della deteriorabilità di un materiale destinato a perdersi, vincolando anzi alla transitorietà della materia l’essenzialità della trasmissione.
 
Agli anni si sono sommati altri anni, ai pensieri, altri pensieri, lasciando ai posteri un patrimonio sempre più ricco, sempre più denso, di parole da interpretare, di messaggi da preservare nonostante i tempi siano cambiati, le bandiere si siano susseguite, le prospettive si siano modificate. Abitiamo un’epoca che si trova a dover affrontare il paradosso dell’inaridimento culturale, in un contesto nel quale, forse per la prima volta, proprio la cultura potrebbe essere motore universale di un cambiamento del mondo. Ma la storia è perduta, lasciata in un angolo a ricoprirsi di polvere, in attesa di una nuova vitalità, di un nuovo umanesimo. Le biblioteche ecclesiastiche sono scrigni di veri tesori, custodi silenziosi di una memoria religiosa, culturale, storica e scientifica destinata sempre più a non essere ascoltata, di fronte a un’erudizione rumorosa, accelerata, che forse nulla ha a che fare con una Rivelazione a bassa voce, con la voce roca e pacata di una Chiesa che racconta se stessa e le proprie lotte per crescere. E allora dove trovare gli strumenti per dare una vita vera a una parola altrimenti condannata al silenzio? Come trovare il coraggio per provare a fronteggiare, con la pienezza innegabile di un patrimonio culturale, la prepotenza di una superficialità scientifica, che finisce per essere deteriore, innanzitutto, per la dignità dell’uomo? Semplicemente, lasciando perdere le complessità sterili, tornando alle origini della parola sacra, recuperandone il vero destinatario e l’unico interprete. Semplicemente, riportando la parola all’uomo.
 
Le biblioteche degli enti religiosi certamente hanno un orizzonte di ampiezza cronologica e una specificità tematica che non può che essere posta in evidenza, per fare della natura peculiare il vero elemento di ricchezza. Il problema non sarà dunque, nella maggior parte dei casi, l’aggiornamento delle raccolte, quanto la possibilità di rendere ciò che si possiede elemento vivo nel tessuto culturale della Chiesa cristiana, per favorirne la solidità culturale e per consolidarne la capacità critica costruttiva. La parola dovrà essere riportata all’uomo perchè questi se ne possa fare tramite, creatore e custode. La biblioteconomia per molto tempo non è riuscita a travalicare i confini di carta che si era costruita nell’intento di suddividere lo spazio finito delle categorie scientifiche e delle classificazioni. Confini di carta che hanno concentrato l’attenzione sempre più su ciò che vi era dentro ai libri, prescindendo da ciò che, dei libri, rappresenta l’elemento vivificante, dimenticando dunque la centralità del lettore. Si è dovuto attendere molto tempo prima che il filosofo indiano Shiyali Ramamrita Ranganathan, con le sue leggi rivoluzionarie del 1931, riuscisse a rigenerare la concezione della biblioteconomia alla luce di un riscoperto antropocentrismo, che riconosceva l’importanza della biblioteca e delle raccolte librarie soltanto in funzione di chi, di questa stessa vitalità, poteva essere partecipe.
 
I libri sono per l’uso, perchè una preponderanza dell’atteggiamento conservativo non inaridisca il valore stesso della parola scritta. Senza qualcuno in grado di leggerla, non vi potrà essere parola dotata di senso. La storia della Chiesa diventerebbe lettera morta, carta per un’erudizione quasi settaria, per una trasmissione iniziatica della tradizione, anziché per una condivisione con la comunità vivente dei credenti. I libri sono per tutti, perchè non ci è dato sapere chi possiede la chiave per l’interpretazione della verità, o chi ha ricevuto il dono della profezia. Non possiamo, con la nostra povera logica, prevedere gli effetti che una parola rivelata, o una parola trasmessa nel silenzio per secoli, potrebbe avere sugli occhi e sul cuore di un uomo in ricerca. A ogni libro il suo lettore, perchè tutti gli uomini hanno bisogno di guide, per non smarrire la strada in un mondo caratterizzato dalla frammentazione delle idee e dalla moltiplicazione degli stimoli. Se ogni libro può rappresentare spazi peculiari di riflessione, all’interno dei quali dare forme alle idee e cercare la forma dei propri pensieri, è giusto che qualcuno sia in grado di fornire a un cuore in ricerca un’indicazione di direzione. A ogni lettore il suo libro, perchè ogni verità può possedere molti veli a protezione della propria essenza, e ogni lettore, ogni interlocutore del libro, avrà la capacità di varcare soglie diverse.
 
Le biblioteche della Chiesa cattolica possono mostrare la capacità viva, piena, incisiva di porre le basi per una nuova forma di interazione tra la Tradizione e chi ne è il destinatario, svelando le parole dimenticate, mettendole a disposizione di chi ha il coraggio e il desiderio di cercarne l’origine e di immaginarne la sorte. Ogni parola che tace, ogni concetto che si nasconde rappresenta un impoverimento inaccettabile della coscienza e dell’intelligenza della comunità dei credenti. Il rapporto con i libri, il rapporto con il Libro, la relazione viscerale con le parole, con la lingua, con la lettura, con la ripetizione di frasi impresse nel cuore e nella mente, sono atti di forza destinati a renderci forti. Di fronte allo smarrimento dei punti di riferimento, di fronte all’infragilimento di un sistema culturale che si sfrangia, di fronte all’impoverimento dell’immaginazione emotiva e spirituale è necessario recuperare una disciplina intellettuale che diventi disciplina spirituale. Tacere prima di capire. Capire prima di pensare. Pensare prima di parlare. Il rapporto con le immagini che si celano dietro la trama delle parole scritte rappresenta la forza dell’uomo che, nel percorrere strade d’inchiostro, può riscoprire la capacità di sognare il proprio futuro. Ogni parola va condivisa, mettendo a disposizione il proprio patrimonio, affinché la condivisione delle parole divenga condivisione delle sensibilità, e di nuovo si trovi la forza di cercare, dentro di sé, la profondità di verità che travalicano ogni linguaggio.

 
Luca Baraldi
 
 
 
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