Ci sono volte in cui ci si trova a rileggere ciò che si scrive, lasciandosi prendere dal dubbio, dal timore di aver parlato in modo apparentemente troppo sofisticato, guidati più dal gusto delle parole che dalla pienezza dei contenuti. Parlare di cultura, di memoria, di sedimentazione dei processi che portano alla formazione delle identità, alla definizione delle forme di fede e delle manifestazioni religiose, significa mettere insieme istanze complesse, far convivere aspetti che implicano sempre il rischio dell’intellettualizzazione. Significa doversi confrontare con il rischio di abbandonare la via della cultura pensata per gli uomini, della cultura come forma di crescita intellettuale, spirituale, emozionale, a favore invece di un’inaridita forma di erudizione di facciata. Parlare di cultura e di beni culturali significa trovare la capacità di definire in maniera semplice la complessità della storia, pur cedendo ai limiti della traducibilità. A volta la complessità non può essere semplificata, per non correre il rischio di rendere i concetti semplicistici, nel volerli semplificare. Ecco dunque che mi trovo a interrogarmi sulla natura di ciò di cui mi occupo, sul ruolo che ciò che studio riveste all’interno della storia sociale, all’interno del percorso di crescita e di modificazione costante della società umana e della communitas christiana.
 
La grandezza del patrimonio di cui il passato ci ha reso oggi responsabili toglie il fiato, e talvolta pone di fronte a un senso di inadeguatezza, di fronte alla consapevolezza di non poter bastare per fare quanto sarebbe necessario. Ma la paura rende responsabili, e lascia spazio ad un’implacabile fame di crescita, di confronto, di miglioramento. Scrivo seduto su un aereo che, da Tel Aviv, mi sta riportando in Italia, dove il lavoro riprenderà i propri ritmi e le proprie pulsazioni regolari. Torno in Italia dopo alcune settimane che, come sempre capita in Israele, mi hanno riempito il cuore e messo davanti agli occhi la bellezza della testimonianza faticosa, dell’eredità impegnativa, della sacralità di luoghi che necessitano di custodi e di contenuti vivi. Come sempre capita quando si calcano luoghi intrisi di una sacralità e di una pulsione spirituale così antiche e così intense, l’intelletto si fa piccolo, per lasciare spazio all’ascolto attonito, all’adorazione, alla contemplazione e allo stupore. Sto partendo di nuovo lasciandomi alle spalle una Terra che considero Santa per la storia di cui è stata testimone e per la passione viva, controversa, pulsante, che anche oggi ne alimenta il fermento e la costante ebollizione. Resta una grande tristezza, perché la bellezza e la profondità creano un’abitudine istantanea, una facilità all’immersione, un indebolimento dei confini e della rigidità delle identità. La convivenza stretta con la diversità traduce ogni nostra venatura culturale in una forma di unicità, richiamando il ruolo fondante e fondamentale dei luoghi santi come spazi di distinzione e di identificazione. 
 
Questi sono i pensieri che riporto in Italia, interrogandomi sul ruolo effettivo dei beni culturali nello scenario della Chiesa e nell’orizzonte, più ampio e sfuggente, della società italiana. Tornano alla mente i valori espressi nel Concilio Vaticano II, di fronte alla necessità urgente di cambiare forme e linguaggio, per permettere ai concetti, immutati, di mantenersi vivi e di non essere travisati. Penso alla Sacrosanctum Concilium, al messaggio Agli artisti, alla consapevolezza piena del ruolo delle arti per la crescita dell’individuo e dell’intera società. Arte come forma di elevazione e come strumento di riformulazione dell’ecclesiologia. Arte come comunicazione piena, come dialogo vivo, come scambio tra livelli erroneamente percepiti distanti. Penso alla modificazione dell’architettura in funzione di una nuova concezione della liturgia, pensata per essere condivisione, per fornire una dimensione comune alla sensibilità comunitaria. Pensata per fornire uno spazio senza barriere all’ekklesia. Torno in Italia consapevole del fatto che la realtà nazionale ha la sfortuna di essere abituata a una bellezza disarmante, viziata dalla possibilità di trovare opere d’arte e monumenti con una disseminazione capillare sul territorio unica al mondo.
 
Questa abitudine al bello, anziché divenire elemento sostanziale e sostanziante di un sistema culturale e di un sistema di credenza, è divenuta componente banale, scontata, condannata alla scarsa considerazione di cui gode l’ovvio. È giusto, quindi, che la Chiesa si faccia carico di una finalità alta, dell’arte, predisponendo le condizioni perché sia dotata di un valore costruttivo, antropopoietico, capace cioè di creare l’uomo. La Sacrosanctum Concilium parla del “nobile servizio” delle arti, del loro farsi riflesso di ciò che trascende la nostra realtà, del loro farsi carico e radice della dignità dell’uomo. In questo senso, il patrimonio culturale assume su di sé il carisma del valore politico, in senso alto, in riferimento alla polis. È importante sottolineare come la tessitura della disseminazione dei beni culturali sul territorio non parli esclusivamente ad utenze qualificate, ad un pubblico scelto a priori, ma si rivolga all’intera comunità degli uomini, alla totalità delle persone in ricerca che proprio a partire dalla manifestazione artistica, dal sussulto della produzione culturale, possono trovare indicazioni e orientamenti. Pio XII, nell’Enciclica Mediator Dei, riconosce il valore dell’arte per gli uomini, individuandone le fragilità, sottolineando la necessità di produrre un linguaggio che parli a tutti, senza discriminazione di registri interpretativi o di percorsi educativi. Certamente esistono diversi livelli di capacità ermeneutica, di esegesi dell’opera d’arte, ma sarà compito dell’artista – e della Chiesa – fare in modo che resti un sistema comunicativo condivisibile, comprensibile, in equilibrio tra un realismo riduttivo, depauperante, e un simbolismo inaccessibile.
 
Il ritorno in Italia si apre dunque con il pensiero fisso sulle potenzialità di crescita umana che potrebbe offrire un patrimonio culturale opportunamente amministrato. L’identità dei luoghi produce una voce unica, inconfondibile, non esclusiva. Una voce capace di parlare tutte le lingue a tutte le culture, capace di rafforzare le pulsioni e gli interrogativi di chi è in cerca di valori, di stabilità culturale, di dignità umana. I beni culturali, i monumenti, le opere d’arte, rimangono ricordi vivi, che inducono a riflettere su ciò che possiamo fare perché l’esperienza del passato, la sedimentazione dei processi culturali, non risulti isterilita da ragionamenti troppo rigidi, da processi storiografici falsificanti. È necessario mescolare le categorie, fare in modo che le prospettive interagiscano, arricchendosi vicendevolmente. Si devono apprendere gli strumenti del diritto,  perché le intenzioni possano essere tradotte in percorsi operativi; si deve accettare un cambiamento necessario delle forme di comunicazione, per mantenere viva la capacità di parlare le diverse lingue degli uomini.
 
Dobbiamo trovare la forza di condividere un patrimonio che è cuore pulsante della storia dell’umanità in cerca di se stessa. Certamente lo dobbiamo fare tutelando le condizioni di lavoro, proteggendo riserve di competenza che separano in maniera nitida il dominio religioso dal dominio civile, ma lo dobbiamo fare senza alcuna forma di gelosia, senza atteggiamenti possessivi. La voce dei monumenti della Terra Santa è una voce sofferta, che ha gridato non poche volte, e che tuttora si trova a vivere in condizioni precarie. Eppure non ha smesso un solo giorno di parlare, di narrare come testimone la storia di una Fede in cammino, che per ogni punto di arrivo ha un nuovo punto di partenza. La stessa voce va divulgata anche nella nostra terra santa, nello spazio santificato dalla storia cristiana, perché parli in maniera distinta a coloro che credono, perché instilli in chi non crede la forza dello stupor.  La stessa voce può parlare a ciascuno di noi, con parole diverse, con immagini distinte o con emozioni confuse. È importante però che se ne custodisca la fragilità, perché continui ad essere strumento di trasmissione del modo in cui l’ekklesia ha attraversato la storia.
 
 
Luca Baraldi
 
 
 
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