Polittico, 235 x 405 cm
Boston, Isabella Steward Gardner Museum 
 
 
Era in antico nella chiesa di santa Maria dei Servi ad Orvieto. Il polittico è forse la prima fra le opere orvietane di Simone, ed è databile in stretta connessione con l’altro complesso assai più articolato di S. Caterina a Pisa, 1319, probabilmente nel medesimo momento in cui il pittore rimaneggiava la Maestà a fresco di Palazzo pubblico e produceva – con la bottega – il Crocifisso oggi a San Casciano. Rilevantissima l’eleganza «gotica» e la tensione dinamica e lineare dell’insieme che nello scomparto centrale con la Vergine e il Bambino dà luogo alla più riuscita sintesi simultanea di gesti e di azioni, nel pur vasto repertorio martiniano di questi anni.
 
La rilettura del moto duecentesco del Bimbo che accarezza il volto della Madre diventa così l’occasione per dipingere un Gesù irrequieto e precario – l’altra mano si tende ad afferrare un fiore, il piede destro si sporge in avanti – trattenuto appena in equilibrio per il piede sinistro dalle lunghe dita intrecciate della Madre. Francamente modesto nel complesso pare il peso dell’intervento di bottega sul Redentore, gli angeli e i santi del polittico. La pala di altare conta cinque pannelli: nel medio, la Madonna e Bambino; su entrambi i lati, i santi Paolo, Lucia, Caterina di Alessandria e Giovanni Battista, tutti all’interno di una traforata cornice ogivale. Nelle cuspidi, angeli musici ed i simboli della Passione (la colonna e la frusta della Flagellazione, la croce, la corona di spine, la lancia e la spugna). La figura di Cristo che mostra le sue ferite, suggerisce l’iconografia dell’Ultimo Giudizio.
 
Stilisticamente questo polittico è molto vicino all’Annunciazione dipinta per il Duomo di Firenze e oggi agli Uffizi, specialmente nei particolari delle figure snelle, le lunghe mani aggraziate, i volumi più scorrevoli ed agili. Negli anni recenti la critica unanimemente ascrive il polittico a Simone, che lavorò per i Servi prima di recarsi ad Avignone, nel 1340 come pittore alla corte papale di Benedetto XII.
 
«L’arte di Martini ondeggia, dolcemente inquieta, tra accenti di più rigoroso plasticismo e di più persuasiva spazialità e delicati intarsi di colorismo. I primi sono evidenti nella Maestà affrescata nella sala del Palazzo pubblico di Siena, in cui si esprime totalmente la nuova arte gotica, di un’eleganza dolce e fiorita. I secondi sono riscontrabili nel polittico della Madonna col Bambino, quattro santi, il Redentore e quattro angeli nelle cuspidi, che il pittore esegue per la chiesa dei Servi in Orvieto negli anni 1321-1325 con l’aiuto di Lippo Memmi. È una delle sue più fulgide e preziose creazioni. In essa le figure a mezzo busto, con le loro infinite, sottilissime variazioni, sono come le variazioni di un “tempo” interiore.

L’icona, di straordinario fascino soprattutto per la bellezza del volto della Vergine, di grande evidenza realistica, dall’ovale perfetto, la pelle luminosa, le guance delicatamente arrossate e i grandi occhi luminosi persi in lontananza, riprende il tipo orientale dell’Odighitria. Fuori dagli schemi è la forza plastica dello stupendo partito di pieghe del velo bianco che esce quasi di forza da sotto il manto azzurro notturno bordato di lumeggiature dorate, e la veste del Bambino di un rosa luminosissimo, segnato da intense sciabolate di luce e di colore. Nel gesto delicato della Madre che porge tre rose al Figlio e ne riceve una carezza affettuosa è racchiusa tutta la raffinatezza dell’arte di Simone Martini e tutta la purità della sua pittura, che rimanda costantemente all’intensità della vita interiore e al valore trascendente dell’immagine dipinta».
 
 
ISSR Monte Berico
 
 
 
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