Opera su tavola, 225x125 cm
Siena, Basilica di San Clemente in Santa Maria dei Servi
 
 
In Toscana, dopo la feroce battaglia di Montaperti «lo strazio e ’l grande scempio che fece l’Arbia colorata in rosso» vinta nel 1260 dai senesi guidati da Provengano Salvani e Farinata degli Uberti, contro Firenze guelfa, trionfano i ghibellini. L’evento ha gravi conseguenze sui commercianti senesi d’oltralpe, banchieri intraprendenti che trafficano fra Roma, le Fiandre, la Francia e l’Inghilterra, come esattori della curia pontificia. Molti imprenditori, prendendo a pretesto la scomunica papale che grava sulla città e sui suoi cittadini, si rifiutano di pagare i loro debiti.
 
Ma la guerra ha anche implicazioni sul piano artistico: Coppo di Marcovaldo, artista fiorentino, è fatto prigioniero dai senesi e per riscattarsi dipinge la Madonna del Bordone nel 1261, come recita il me pinxit ancora visibile sul lato inferiore della tavola, al tempo del priore generale Jacopo da Siena (1257-1265). Sia o no vera la notizia, potrebbe al massimo costituire l’occasione per ricevere la committenza della tavola.
 
Coppo doveva già godere di qualche fama, se i Servi senesi, che proprio allora stavano allestendo la loro chiesa con il favore della Repubblica, ricorsero a lui per la tavola allora destinata all’altar maggiore e che corrispondeva alla propensione verso questo tipo di tavole già espresso dall’Ordine per la chiesa di Orvieto, ove si trovava una Madonna già attribuita a Coppo. La Madonna del Bordone impressiona molto Guido da Siena e i suoi seguaci, perché porta una ventata rispetto all’arte di Cimabue e introduce le novità fiorentine nell’ambito del chiaroscuro, del volume e della spazialità.
 
«La Madre di Dio, con veste scura a pieghe geometriche segnate in oro e un velo bianco sul capo, è rappresentata seduta su di un ricco trono con spalliera a lira, i piedi poggiati sul cuscino. Volge lo sguardo mesto e dolce al devoto (il volto è stato però ritoccato da un pittore duccesco) e tiene con la sinistra, quasi del tutto coperta da un panno bianco con linee decorative rossastre, il Bambino cui sorregge delicatamente con la destra uno dei piedini. Gesù, volto piuttosto verso la Madre, tiene nella sinistra il rotolo della legge e alza la destra in segno di benedizione. Ambedue hanno il capo circondato da aureola. Anche la semplice grafìa delle pieghe di tipo ornamentale diventa elemento dinamico-pittorico e definisce il volume. Il disegno è molto fluido ed assai limpido, le inserzioni tonali delicate e sempre ben accostate.
 
Emergono dallo sfondo dorato Michele e Gabriele, l’angelo della cacciata dell’uomo dall’Eden (Gen 3, 24) e l’angelo che annuncia la redenzione (Lc 1, 26-38): in Maria, infatti, il Verbo si è fatto carne (Gv 1, 14) e si è compiuta la salvezza. I due piccoli angeli sembrano fare con la mano un gesto di saluto e di venerazione. Al tipo bizantino della Panaghia Angeloktistos, evocato nella Madonna del Bordone, il grande maestro, “il più significativo ed alto precedente fiorentino della pittura di Cimabue”, ha saputo conferire intensa espressività fatta di maestà e dolcezza».
 
La pala incontrò il favore dei senesi se rimase più di cinquant’anni sull’altar maggiore, da dove pare sia stata rimossa nel 1317, quando con qualche ridipintura per rendere l’incarnato del volto della Vergine con i tratti ormai affermati della pittura duccesca, lasciò il posto alla Madonna del Popolo di Lippo Memmi.
 
 
ISSR Monte Berico

 

 
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