Siamo uomini, né terreni né celesti, creature e creatori. Possiamo elevare il nostro pensiero, appesantire il nostro cuore, reagire alla vita con leggerezza o con dolore, permettere a chi ci sta intorno di incatenarci alla terra o di nutrire la nostra anima in ricerca fino alla fine dei giorni. Siamo cristiani, dotati di uno sguardo particolare sul mondo. Né migliore, né peggiore, ma certamente dotato di una propria unicità innegabile. Siamo cristiani, ma siamo, prima di ogni altra cosa, uomini tra gli uomini. La religione è certamente una manifestazione del rapporto dell’umano con il divino, l’attestazione della ricerca della trascendenza. Certamente ogni azione, ogni pensiero maturato in seno ad una strutturazione religiosa di natura e di portata sociale è orientato all’invisibile, a ciò che è “santificato”, in qualche modo separato dal mondo. Certamente ogni forma esteriore di manifestazione dell’invisibile è un ponte fragile che ne permette la connessione e il riversamento nella nostra realtà. Nonostante le evidenze apparenti, non è possibile considerare l’esistenza di una manifestazione religiosa in assenza dell’uomo e della donna, in assenza di quelle coscienze fragili e cangianti che, proprio in funzione della propria capacità di modificarsi, rappresentano il più importante nucleo di origine dell’arte e della cultura.
 
L’arte si manifesta nell’insufficienza e nella necessità di trasmissione di messaggi che devono rimanere immutati, nell’esigenza di mettere in comunicazione realtà i cui linguaggi non possono che comunicare attraverso i colori, attraverso le emozioni dirette, le sensazioni forti. Non sono due mondi che si fronteggiano, ma due mondi che si cercano, due spazi dell’anima che si intrecciano, che si corteggiano, in un erotismo che nutre le pulsioni spirituali, intellettuali, emozionali, che traduce la sterilità del pensiero umano in pensiero che si reinventa, che si accetta e si abbandona all’idea della superfluità della coerenza interna, della lucidità imprescindibile. Nel rapporto tra umano e divino, i beni culturali divengono dunque punti d’appiglio, mani che si stringono, pensieri che si rimescolano. Travalicando i confini del visibile, dell’arte visiva, dell’architettura, ogni forma di sedimentazione della memoria cristiana assume il significato di attestazione storica e di sussulto religioso. L’interrelazione di storia e fermento spirituale ci restituisce la bellezza e la forza carismatica di una religione vitale, in uno scenario contemporaneo che fatica a trovare un proprio ruolo tra gli uomini. I sensi e il cuore, l’anima e la ragione, punti di contatto e di relazione con la realtà in cerca di risposte e di segnali.
 
Non è possibile prendere in considerazione il patrimonio artistico della Chiesa cattolica come la semplice sedimentazione materiale di un’istanza culturale, come il semplice precipitato di azioni e reazioni che la storia ha indotto e subito. Non è possibile considerare la storia dell’arte come una reazione chimica, né è legittimo privare dell’afflato emozionale il frutto del lavoro intellettuale. Il patrimonio di cui siamo eredi e testimoni è un seme vivo e pulsante, coacervo di pensieri cresciuti nella piccolezza delle azioni semplici, delle sensazioni che ogni uomo, nei campi o nello scriptorium, quotidianamente si è trovato a vivere. L’atto di slegare la produzione artistica dalla società all’interno della quale ogni opera è stata concepita, collocata, interpretata, amata oppure odiata, è un atto di violenza, di sterilizzazione del pensiero. Non si può musealizzare il frutto materiale delle pulsioni dell’anima, né si può cauterizzare la vena che nel corso dei secoli ha alimentato la vitalità della cultura cristiana. Il patrimonio culturale della Chiesa cattolica deve essere considerato come una superficie di contatto tra dimensioni spirituali, tra livelli ontologici, come una stratificazione di valori in trasparenza, la cui forma e i cui contenuti cambiano in base al punto di osservazione. Avremo quindi, da una parte, un patrimonio di beni ad attestazione del percorso culturale, artistico, intellettuale, della Chiesa nel suo farsi, di ogni singolo momento della storia del cristianesimo che si innesta nella storia umana. Dall’altra parte potremo invece considerare i beni culturali della Chiesa come voce di una società umana e delle sue sensibilità, dei suoi traumi, delle sue ferite, dei problemi da affrontare e delle paure da fronteggiare. Ci troviamo di fronte al più ricco patrimonio culturale e artistico dello scenario italiano, in un’interrelazione di nature merceologiche e di tradizioni che riverberano la complessità della storia umana con una corrispondente complessità patrimoniale. Memorie scritte, intenzionali e preterintenzionali, biblioteche intere a scandire l’evoluzione intellettuale, sedimentazioni artistiche a carpirne i segreti, a rivelarne le essenze. E poi ancora pietra, argilla e spazi concepiti per accogliere e per separare, per riunire o per isolare, in un percorso di trasposizione dei mondi interiori nelle forme architettoniche.
 
La fecondità del patrimonio artistico e culturale della Chiesa cattolica risiede nel travalicamento della semplice appartenenza confessionale, nella capacità di rappresentazione e di modificazione delle culture e delle dinamiche dell’intera società nel suo farsi, nel suo evolversi di fronte agli eventi della storia. L’importanza del patrimonio, a causa della quale la conservazione cosciente e competente è responsabilità ineludibile, è proprio la capacità di rappresentazione dell’intero scenario della storia umana. Gli archivi ci restituiscono le forme di una società priva di etichette, cassazioni e gerarchizzazioni artificiose ed intellettualizzate, e ci consentono anzi di cogliere, nelle campiture delle visite pastorali, le venature e le falde profonde di realtà complesse, di cui possiamo cogliere l’immagine riflessa nello sguardo delle comunità cristiane. Le arti minori, gli arredi liturgici, i reliquiari, le statue devozionali, le stampe votive, sono tutte manifestazioni decentrate rispetto a quello che abitualmente si considera patrimonio culturale, ma a eguale titolo vanno incluse come le vibrazioni vitali di una produzione condotta a tutti i livelli della società, in un sistema in cui la Fede doveva parlare le lingue degli uomini, e riconoscerne le diversità e le pulsioni. Riconoscere il valore universale del proprio patrimonio culturale significa dunque aprirsi alla necessità del dialogo responsabile, riconoscere la possibilità dell’accesso per il mondo della ricerca, per consentire alla società in cerca di risposte di continuare a crescere, di sperimentare nuove chiavi di indagine, nuove forme di interrogazione. Significa rivendicare il diritto di definire dei limiti e degli spazi di riserva di competenza, di prendere parte a tavoli di discussione per individuare gli interessi comuni, le rispettive responsabilità e le rispettive ricchezze.
 
Chiudersi su se stessi, in un momento in cui la cultura sta abbandonando le priorità di vita degli individui, ed impedire alla società di trovare percorsi produttivi di rigenerazione e di ripensamento dei propri atteggiamenti, è scelta deteriore e pericolosa. La pretesa di parte della società laicista di proseguire nel processo di alienazione condotto, a danno degli enti ecclesiastici, sull’onda della secolarizzazione post-rivoluzionaria e giurisdizionalista, per garantire l’effettiva natura pubblica dei beni è scelta irresponsabile e pericolosa. In una scena in cui la tensione tra attori si conduce prevalentemente per merito di sporadiche occasioni e di pianificazioni fragili, nell’intento di individuare i veri punti di forza, i punti di contatto, gli spazi di intersezione tra prospettive differenti, la Chiesa, nella sua articolazione territoriale, ha la responsabilità di attribuire alla cultura di cui è custode e promotrice il valore di restituzione della dignità dell’uomo di cui, fin dalle proprie origini, è stata portatrice. Significa dunque accettare la responsabilità nei confronti della società intera, senza la pretesa disarmante e pericolosa della superiorità intellettuale, dell’esclusività morale. Il ruolo di ciascuno di coloro che decideranno di occuparsi del patrimonio culturale della Chiesa sarà dunque innanzitutto quello di imparare a riconoscere, nella delicatezza del ragionamento che sa ascoltare il sussurro dell’uomo in ricerca, la potenziale ricchezza del confronto sul terreno neutrale dell’arte e della cultura, in uno spazio in cui la dignità degli uomini si fonda sulla capacità di oltrepassare i limiti dell’utilitarismo, del solipsismo, del facile giudizio e della ragione pretesa. I beni culturali ecclesiastici sono, prima ancora che della Chiesa, dell’intera comunità degli uomini tra i quali la Chiesa è stata chiamata ad essere pietra fondante e testimonianza viva del messaggio di rinnovamento dell’umanità intera. Non solo dunque servi servorum Dei, ma servi servorum hominum, nella consapevolezza della capacità dell’uomo di travalicare i propri limiti, e di tramutarsi, nell’intensità dell’emozione e nello spazio intimo della grandezza di spirito, in un uomo semplice, privo della rigidità del preconcetto e del giudizio preconfezionato.
 
La ricerca costante di risposte, la proposta costante di domande, di tempo in tempo rigenerate in una cultura trasversale alle epoche e alle geografie, traccerà la strada verso una trascendenza apparentemente lontana. I riflessi di una storia umana impressi nelle crettature di una tela, nelle degradazioni di un affresco, ci parleranno di dettagli di primo acchito superflui, per condurci invece a una verità che non può essere messa a tacere. La grandezza dell’uomo, di ogni uomo, risiede nella capacità di emozionarsi di fronte agli eventi della vita. Senza emozione, senza stupore, senza timore, la Fede non resterà che un costume vuoto. Senza il coraggio di scendere a valle e di mostrare la bellezza di ciò che possediamo, la grandezza feconda della pulsione artistica, della sedimentazione culturale, sarà condivisa da pochi eletti, e ci saremo resi responsabili per l’inaridimento del mondo. È tempo di risvegliare la voce di una cultura assopita, di ridare voce ad una vocazione e ad una Rivelazione perdute. È tempo di reimparare a riconoscere, negli uomini che ci circondano, la scintilla dell’opera d’arte che la storia ha prodotto. Che valore avrebbe la cultura, se non vi fossero uomini disposti a riconoscerne il valore universale? Cosa sarebbe la bellezza, se la si nascondesse alla vista? Il patrimonio artistico e culturale della Chiesa è dunque riflesso e nutrimento di una società in perenne evoluzione, è la voce dell’umanità che cresce e cerca la solidità delle proprie radici, per trovare la forza e il coraggio di sognare il futuro della propria terra.

 
Luca Baraldi
 
 
 
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