Il rapporto tra cultura e religione è uno spazio difficile da definire, una linea di demarcazione tra dimensioni i cui punti di contatto sono cangianti, inafferrabili, mobili come lo sono le forme di relazione del credente con Dio. I processi di interrogazione, i percorsi, individuali e collettivi, di ricerca di una risposta, di una verità, sono mutevoli, non riconducibili ad un modello, ad una linearità statica. La pulsione religiosa, la fame di Dio, si esprime per ogni uomo in modo diverso, e per ogni uomo sarà diversa la manifestazione dell’emozione religiosa. Si crede con le mani, con gli occhi, col cuore, e ogni sensazione che scaturisce dal rapporto con l’invisibile inevitabilmente ricerca – e produce – un riflesso visibile. La cultura scandisce il passo di una storia in cui il pensiero si evolve, in cui Dio e gli uomini si rapportano in uno spazio di disordine increato, in cui le pulsioni che elevano l’uomo travalicano i limiti dell’uomo di terra, ne rievocano la potenziale grandezza, l’originario splendore.
 
La cultura è una rete di pensieri e parole, di storie trasmesse a conservare memoria, è l’orientamento di una Tradizione che, preservando le origini, rende chiara la meta. La Chiesa rappresenta questa soglia, questo punto di contatto tra umano e divino, questo termine di relazione tra livelli ontologici che, pur non riuscendo a trovarsi, non cessano di cercarsi. La cultura cristiana rappresenta l’energia viva di questa pulsione, di questa tensione di ricerca e di nostalgia. Ci sono momenti in cui l’uomo perde la propria materialità, in cui il desiderio di rendere visibile l’invisibile gli conferisce la capacità di plasmare le emozioni, di immortalare il sentimento religioso in un oggetto, di conservare intatto lo stupore. Ogni oggetto, ogni manifestazione materiale di questa urgenza – sia essa quadro o statua, miniatura o rosone, chiostro o mosaico – è emblema dell’umano che ritrova, in sé, l’impronta del divino. Ogni prodotto dell’uomo rappresenta la sedimentazione dell’anima che cerca se stessa, della Chiesa che fonda la propria esistenza sulla bellezza di un patrimonio che preserva, fuori dal tempo, la tangibilità dello stupore.
 
I beni culturali della Chiesa sono orme nella storia, segni del tempo trascorso a ricercare la verità della Fede. La Chiesa è depositaria e responsabile della tutela del proprio patrimonio, forma impressa dalla mano dell’uomo a rappresentare la bellezza di Dio. L’uomo ha bisogno di radici profonde, per ritrovare la propria humanitas, la pienezza dell’humus della prima creazione, dell’atto divino che dalla terra plasmò l’uomo. La Chiesa ha bisogno di radici per preservare il valore della propria missione tra gli uomini. Radici da ricercare nella storia, che è spazio esteso, e da ritrovare nella memoria di ciò che è stato. La cultura cristiana conserva voci e volti dal passato, forme e luci della Fede che si rigenera, che si perde e si ritrova nella profondità dei cuori e nell’estensione delle menti. La responsabilità della tutela di questo patrimonio corrisponde al bisogno di difendere la Tradizione dall’oblio, dalla dispersione, dalla separazione tra l’oggetto materiale e la pulsione che ne indusse la creazione. Questa stessa responsabilità stabilisce i confini di una cultura che riconosce se stessa, di una ricchezza che si alimenta e si sa alimentare della persistenza vibrante di un’emozione.
 
In un tempo in cui le culture si infrangono, in cui l’arte è bene commerciale, in cui la religione deve giustificarsi di fronte alla presunta illegittimità della ricerca dell’invisibile, la bellezza delle opere del passato – vicino e lontano –ci restituisce l’irruenza delle origini, la vitalità della stupefazione. La ricchezza di questo patrimonio va tuttavia difesa in una società che non può che riconoscerne la bellezza, desiderarne la conservazione. È una ricchezza che richiede cure minuziose, marchiata com’è dalla fragilità della creazione umana, dalla transitorietà della materia. È una ricchezza complessa, che rende necessarie cautela nel manipolarla e coscienza nel riconoscerne il valore, nell’orientarne la portata e nello svilupparne le potenzialità per la societas christiana. Una ricchezza che racchiude in sé la natura poliedrica del bene creato sulla soglia tra visibile e invisibile. I beni culturali si collocano in uno spazio di intersezione di discipline, in cui storia, antropologia, marketing, diritto, chimica, economia interagiscono a definire una complessità che non può essere negata. La trama di questa complessità è incanto da condividere, è Fede da rivelare. La scaturigine di questo desiderio è la forza silente del roveto che arde. Legno inerte e fiamma di vita.
 
In un dialogo tra competenze e necessità, tra sensibilità e prospettive differenti, la sfida che ci poniamo è quella della gestione del più ricco patrimonio storico e artistico del mondo. Un patrimonio originato nella fecondità del desiderio di manifestare la pulsione religiosa, creato per dare forme a ciò che non ne possiede, per condividere con la semplicità della percezione diretta l’ineffabilità dell’esperienza interiore. La sfida che ci poniamo è imparare, insieme, a maneggiare con cuore attento, con mano sicura, la fragilità del segno visibile che la Fede ha impresso nel cuore degli uomini. Insieme, abbiamo la responsabilità di garantirne la protezione, di animarne la promozione, di favorirne la fruizione. Perché la Fede va condivisa, nella consapevolezza che nulla parla al cuore degli uomini come la sensazione limpida dell’esperienza stupefatta di chi è venuto prima di noi. Insieme portiamo sulle spalle il peso della più dolce tra le responsabilità: mantenere in vita, dell’invisibile, la trama divina e la forma visibile.
 
 
Luca Baraldi
 
 
 
Salva Segnala Stampa Esci Home