Un giorno, nel luglio del 1994, due anni prima dell’epilogo di sangue delle vite dei sette monaci di Tibhirine, Mohammed, il guardiano musulmano del monastero algerino di Notre Dame de l’Atlas, chiedendo a fratel Christophe dei rampini per estrarre le patate dall’orto gli aveva detto del loro lavoro insieme: «Sai, è come lo stesso sangue che ci attraversa, ci irriga insieme». «Così – commentava Christophe, il più giovane dei monaci – anche per lui il sangue parla soprattutto di vita, di vita comunicata, condivisa».
 
E quando il monastero trasformatosi in «un relitto cistercense nell’oceano dell’islam» attraversava gli anni bui della spirale di violenza, i religiosi di Thibirine, che in lingua berbera significa letteralmente “giardini irrigati”, non avevano abbandonato il loro posto sulla frattura che divide l’umanità dalla barbarie, come vicini di casa consapevoli che quanto li univa ai loro fratelli in terra musulmana è più grande di quanto li separava dal male nascosto che minacciava entrambi.
 
In quegli anni Novanta, funestati del terrorismo, più di trent’anni dopo l’indipendenza dell’Algeria, in questo Paese musulmano tragicamente trafitto dall’odio lastricato dal martirio di quasi duecentomila uomini e donne, l’unica campana che suonava ancora era quella di Thibirine attorno alla quale cristiani e musulmani sperimentavano il respiro rigenerante del dialogo della vita e della quotidianità condivisa.
 
«Le beatitudini sono innanzitutto il Vangelo del vivere insieme» scandiva nel suo diario padre Christian de Chergé, il priore della comunità, che nel suo testamento, una delle pagine spirituali più alte del XX secolo, scriveva come «l’Algeria e l’islam, per me, sono un’altra cosa, sono un corpo e un’anima». Erano così liberamente rimasti nella fraterna apertura come «un segno sulla montagna».
 
E in quest’angolo remoto al mondo cattolico la loro vigile veglia nella preghiera, il loro «martirio d’amore» e la loro morte negli anni di piombo algerino sono rimasti come il sigillo che autentica le pagine scritte giorno dopo giorno di una vita cristiana vissuta in semplicità, quotidianamente gomito a gomito, in simbiosi con i fratelli musulmani, con il Paese, nel silenzio, nell’umiltà e nella speranza che scruta i grandi orizzonti universali e si fa carico dei dolori di tutti.
 
Del loro rapimento e del loro assassinio nella primavera del 1996 si è scritto molto ma non si è ancora detto tutto, anche nel descrivere il contesto di una violenza cieca che ha dato a quella fragile comunità monastica in tempi precari la particolare dimensione di una vita totalmente e gratuitamente donata in anticipo. E servirebbero ancora pagine e pagine per descrivere quella testimonianza di fede, la grazia di una vita disarmata e disarmante che oggi più che mai ci interpella, così semplice e densa dei monaci di questo monastero senza frontiere sui contrafforti dell’Atlante algerino.
 
È quanto hanno voluto sondare in profondità per restituirla dalle sorgenti al presente il cistercense Thomas Georgeon, postulatore della loro causa di canonizzazione e il giornalista di origini algerine François Vayne in Semplicemente cristiani. La vita e il messaggio dei beati martiri di Tibhirine, dato alle stampe dalla Libreria editrice vaticana alla soglia della beatificazione dei diciannove martiri d’Algeria il prossimo 8 dicembre a Orano.
 
È la prima volta che la Chiesa cattolica beatifica dei martiri in terra musulmana. «Un fatto inedito, e allo stesso tempo un messaggio molto forte perché non si tratta di glorificarsi dei nostri martiri di fronte a un popolo musulmano. Sono martiri cristiani uccisi in mezzo a tanti martiri algerini del decennio nero, sono un esempio alla Chiesa non per invitare i cattolici a rivendicare onori ma per invitarli a vivere nella semplicità quotidiana del Vangelo nel rispetto dell’altro, nell’amore incondizionato a Dio e al prossimo» ha detto Thomas Georgeon.
 
«Ricordo l’accoglienza di padre Christian, che non era ancora priore, lui stesso ci apriva il cancello quando arrivavamo, con i piedi nudi nei suoi sandali di corda, simbolo della sua vita donata», racconta François Vayne ritornando alle visite al monastero nella sua infanzia. «Ricordo la processione dei malati che andavano da fratel Luc, in piedi davanti alla porta del suo dispensario, il medico che curava i corpi e le anime. Loro risvegliavano in tutti il desiderio di vivere diversamente».
 
Tibhirine è stata una «presenza silenziosa» che è diventata «parola universale. Una presenza che si faceva accoglienza amichevole fraterna nell’incontro con l’altro». «Siamo invitati a essere a nostra volta segni di semplicità e di misericordia, nell’esercizio quotidiano del dono di sé, sull’esempio di Cristo. Non ci sarà altro modo di combattere il male che tesse la sua tela nel nostro mondo» ha scritto papa Francesco ricordando proprio i martiri di Tibhirine.
 
«Una storia della testimonianza cristiana è stata scritta in Algeria e ha provocato importanti evoluzioni nella concezione della missione, non solo a livello della Chiesa in Algeria, ma di tutta la Chiesa cattolica» confidava a questo proposito il vescovo Tessier a soli due anni di distanza dalla morte dei monaci. «Non si frequentano senza conseguenze le frontiere della violenza e della speranza».
 
E oggi la loro testimonianza invita a interrogarsi sull’attualità della nostra fede, della nostra testimonianza cristiana. La vita dei fratelli dell’Atlas, costruttori di passerelle tra le religioni abramitiche, non appartiene al solo chiostro monastico, non è solo un messaggio che oltrepassa le frontiere religiose ma un invito di bruciante attualità a ricapitolare la nostra vita adesso, per divenire semplicemente cristiani.
 
 
Stefania Falasca
 
(tratto da www.avvenire.it)

 

 
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