«Lui stasera dorme qui». È una sera di dicembre 2015. Lino torna a casa dalla moglie con Mohamed, 22enne maliano. «Va bene», è la pronta risposta di Giuseppina, che subito provvede a sistemargli una stanza. «Amici del circolo Gallo Rosso - racconta oggi Lino - mi avevano detto che c’erano dei ragazzi usciti dal Ceis di Serravalle, dopo aver ottenuto lo status di rifugiato, che non avendo un tetto sotto il quale dormire avrebbero passato la notte ai giardini. Di fronte all’emergenza come potevo dire di no?».
 
Mohamed è rimasto con loro a Fregona per qualche mese. «Con un po’ di francese ci si capiva per il necessario. Era autonomo nella sua stanza con angolo cottura e bagno vicino; lo aiutavamo con il mangiare e talvolta con un passaggio alla fermata della corriera per andare a scuola a Vittorio Veneto. Quando era a casa era disponibile a dare una mano, anzi - sorride Lino - quando mi vedeva che lavoravo nel campo mi diceva: “Tu lavori ancora e sei vecchio: lascia fare a noi che siamo giovani!”».
 
Dopo qualche mese si spostò in canonica a Sonego, ma solo per un mese, perché poi serviva per altre attività, e quindi tornò con altri amici africani in una casa vicina a Lino e Giuseppina: «Faceva dei lavoretti saltuari e cercava di aiutare gli amici che invece non trovavano. E quando non aveva più lavoro ne soffriva molto. Poi si era chiuso, aveva dei problemi, ed è tornato in Africa, in Costa d’Avorio, con una colletta degli amici ».
 
Lino e Giuseppina raccontano con gioia le loro storie di accoglienza, cominciate tanti anni fa. «Ospitiamo da sempre stranieri a casa nostra, anche nell’appartamento che affittiamo qui sotto di noi. È il mondo che viene da noi. Per noi e i nostri figli è bello e naturale ».
 
Ma come è possibile, in una terra che negli ultimi tempi non brilla per ospitalità? La voce di Lino comincia a tremare nel racconto. «A 19 anni - ricorda - ho messo tutto in valigia e sono andato in Svizzera a cercare lavoro. Erano i tempi dei referendum contro gli stranieri. Un clima pesantissimo nei confronti degli italiani: ci chiamavano “zingari”. Io vedevo questi svizzeri che ci guardavano storto e mi chiedevo: “Ma perché? Cosa ti ho fatto di male?”.
 
Non sapevo la loro lingua, quindi non potevo parlare e farmi conoscere. Sulla stampa un martellamento continuo contro gli italiani. Poi per fortuna ho trovato uno svizzero che mi ha aiutato ad inserirmi in quell’ambiente. Ecco io rivedo qui oggi lo stesso clima di allora e rivedo me stesso in questi ragazzi: l’ostilità che ho subìto io la riscontro nei loro confronti. E non ho esitato a comportarmi come quello svizzero. È gente che ha bisogno, come avevo bisogno io».
 
Da qualche settimana nell’appartamento a pianterreno che ha ospitato gente di tutte le nazionalità abitano due ragazzi del Mali usciti dalla casa dell’Associazione 12 Ponti di Vittorio Veneto (di cui Lino fa parte). «Ora hanno un lavoro, quindi ci pagano l’affitto perché è giusto così. Sono molto educati e discreti, e chiedono permesso per ogni cosa».
 
Avendone la possibilità, pagano. Ma non è facile trovare case nemmeno da affittare. «Anche qui vicino ci sono diverse case sfitte. Ma piuttosto di affittarle a stranieri le tengono vuote. Io però non mi nascondo e anzi dico anche ai ragazzi di andare in giro, di farsi conoscere. E a dire il vero, quando compare qualche “nero”, se dicono che è amico mio, allora tutti si tranquillizzano. Sono diventato - sorride Lino - una specie di garante».
 
Come si spiega questa ostilità? «È la paura del diverso, dello sconosciuto - irrompe Giuseppina - anche se solo per sentito dire, perché questi ragazzi non hanno mai fatto del male. Anzi, hanno solo l’interesse di comportarsi bene per farsi accogliere!».
 
Come vede il futuro? «Secondo me - conclude Lino - passerà questo brutto clima. Sono arrivati gli albanesi e sembrava il finimondo. Ora chi ne parla più? Prima ancora lo stesso con i meridionali. Poi sono arrivati i rumeni, ora chi ne parla? Succederà di nuovo così. O almeno lo speriamo. Di una cosa però sono certo: la sicurezza non si fa con i muri. Non a caso a casa mia non c’è nemmeno un cancello. Per fortuna ci sono delle realtà positive di accoglienza (come i circoli del Gallo Rosso e di Sonego, l’area Fenderl a Vittorio...) e laddove si semina, qualcosa di buono nasce.
 
Il messaggio che deve passare è che queste sono persone normali che hanno bisogno, come noi abbiamo avuto bisogno in passato. E domani, chissà chi ne avrà».
 
 
Alessandro Toffoli
 
(tratto da L'Azione, settimanale della Diocesi di Vittorio Veneto)
  

 
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