L’icona del Beato p. Tito Brandsma, di ampie dimensioni, eseguita quest’anno secondo lo stile e le norme teologiche dell’iconografia bizantina, è un’immagine sacra “scritta” su tavola. La finalità dell’icona non è di carattere ornamentale, bensì sacramentale, vale a dire: mostrare alla contemplazione della Chiesa in preghiera la presenza della persona di p. Tito, trasfigurata dall’azione trasformante dello Spirito Santo che l’ha reso somigliante a Cristo Gesù (Rm 8,29), a Colui che il nostro frate ha scelto di seguire nella forma di vita religiosa carmelitana e poi nel dono di sé nel martirio per la fede e la libertà.
 
Per questa ragione, nella fascia superiore dell’icona al centro è raffigurato il Volto di Cristo impresso nel drappo di lino (“mandilion”), che evoca la sua passione, morte e risurrezione: è il Volto del Martire per eccellenza, il Volto dell’amore. Al di sotto, una frase della Regola del Carmelo che cita 2Tm 3,12: «Pie vivere in Christo», («Vivere con pietà in Cristo»), vale a dire, vivere la vita cristiana impegnandosi a coniugare vangelo e vita quotidiana, fede e storia, contemplazione e azione, amore verso Dio e amore verso il prossimo. È così che l’ha vissuta p. Tito.
 
La fascia centrale dell’icona, la più ampia, mostra infatti la persona di p. Tito con le seguenti particolarità:
• il volto manifesta alcuni tratti somatici del Volto di Cristo raffigurato in alto;
• sia il volto che l’abito carmelitano presentano schiarimenti luminosi, per dire che la Luce di Dio (1Gv 1,5) irradia dall’interno della persona del nostro frate, dalla Luce che lo abita interiormente;
• le sue mani, che simbolicamente evocano l’agire della persona, dicono le sue «opere belle», riflesso della bellezza della luce divina (Mt 5,16), poiché ha agito sempre in conformità a Cristo e al suo Vangelo, è stato il testimone-martire di Cristo (nella mano destra ha la Croce) e l’annunciatore fedele della sua Parola (nella mano sinistra ha il rotolo della Parola di Dio);
• il colore rosso della Croce e del rotolo della Parola evoca la fiamma ardente dell’amore di Dio che mai si consuma e, in consonanza con la tradizione spirituale del Carmelo, evoca la predicazione del profeta Elia: il profeta che sorse «come fuoco», la cui parola «bruciava come fiaccola» (Sir 48,1).
 
Nelle fasce superiori e inferiori dell’icona vengono raffigurate quattro piccole icone, che rappresentano quattro scene della vita del Beato Tito. Nella fascia superiore, alla nostra sinistra la prima piccola icona rappresenta p. Tito come frate carmelitano. Egli medita e si nutre della Parola di Dio e dell’Eucaristia, così come il profeta Elia al torrente Kerith – evocato dal corvo che porta il cibo (1Re 17,6) – e al monte Horeb – evocato dalla Montagna (1Re 19,5-8).
 
In tempi difficili, come quelli di Elia e di p. Tito, il pane della Parola di Dio e del Corpo del Signore sono di Luce, di sostegno (la Bibbia aperta e il lume acceso) e di fecondità (il cespuglio verdeggiante) al cammino complesso, tortuoso e a volte arido dell’umana esistenza, perché ci parlano del Dio Amore (com’è scritto nella Bibbia aperta: 1Gv 4,8) e che solo l’amore vince di fronte all’odio e alla violenza che rendono disumana la vita. Così crede la Chiesa, così ha predicato e scritto p. Tito nel suo ministero di presbitero, di professore universitario e di giornalista. Egli sta seduto su di un “trono” con un suppedaneo per indicare l’esemplarità del suo stile di vita.
 
Sempre nella fascia superiore, alla nostra destra la seconda piccola icona che rappresenta la spiritualità mariana di p. Tito. Qui viene raffigurato il Monte Carmelo, a memoria dei santi padri del Carmelo, ovvero della prima comunità dei frati carmelitani (inizi sec. XIII), fondatrice dei “Fratelli della B. V. Maria del Monte Carmelo”, che dedicarono la chiesetta del loro primo monastero a Santa Maria, la Madre di Dio, in segno di protezione materna e di relazione familiare con Lei, poiché la sentivano come loro Sorella nella fede.
 
Qui la Madre di Dio è raffigurata come la Vergine Orante, rivestita dell’abito carmelitano, che, tramite l’ascolto della Parola, per l’azione creatrice dello Spirito Santo ha generato in Lei il Verbo divenuto uomo, nostro Fratello, Maestro e Signore. P. Tito assume anch’egli la postura di orante di fronte alla Vergine, che invoca come Madre e Sorella.
 
Tra p. Tito e la Vergine Orante vi è un girasole: evoca la sua immagine preferita di Maria donna contemplativa rivolta sempre verso Cristo, Sole di giustizia che sorge dall’oriente (Lc 1,78; Ml 3,20). Per il Beato Tito, venerare la Vergine Maria vuol dire sentirsi chiamati a diventare “un’altra madre di Dio” (Lc 8,21), cioè a concepire il Verbo di Dio e a donarLo al mondo, perché il mondo riscopra di essere amato da Dio (Gv 3,16-17) e ritrovi in Gesù il Senso vero della vita.
 
Nella fascia inferiore, alla nostra sinistra la terza piccola icona che rappresenta un episodio della vita di p. Tito, prigioniero n. 58 nel campo di concentramento di Amersfoort. Il 3 aprile di quell’anno, 1942, era Venerdì Santo. Un gruppo di prigionieri del campo chiede a p. Tito di tenere una conversazione spirituale sulla Passione del Signore. Egli accetta volentieri.
 
Seduto su di una cassetta di patate e attorno a lui i suoi compagni di prigionia, il nostro frate, con grande pathos e parole di consolazione e di pace, parla della passione del Signore accostandola alle loro sofferenze. Un testimone al processo di beatificazione dirà: «Siamo tornati in silenzio alle nostre baracche; nessuno parlava: lo Spirito di Dio ci aveva sfiorati!».
 
Chi ha “scritto” l’icona ha voluto “rileggere” questo episodio seguendo il modello iconografico della Cena pasquale di Gesù. È come se – con la presenza di p. Tito seduto su di un “trono” e nella mano destra il Crocifisso, con la tavola-mensa circolare sulla quale risplende un lume acceso e attorno ad essa i compagni di prigionia – quell’angolo del campo di concentramento fosse divenuto il Cenacolo del Signore, dove la Parola di Dio, superando i fili spinati dell’odio, convoca attorno al Figlio Crocifisso Risorto, rende tutti fratelli e illumina anche le notti più oscure dell’esistenza. È il mistero dell’amore appassionato di Dio per l’umanità, evocato dal drappo rosso, amore che ci attira a sé (Gv 12,32) perché più forte dell’angoscia e della morte (Rm 8,35-36).
 
Sempre nella fascia inferiore, alla nostra destra la quarta piccola icona che rappresenta la morte di p. Tito nel lager di Dachau con una iniezione di acido fenico, avvenuta nell’infermeria del campo il 26 luglio 1942. Qui chi ha “scritto” l’icona “rilegge” l’ultimo momento della vita terrena di p. Tito seguendo il modello iconografico dell’incontro di Gesù con la Samaritana al pozzo di Sicar (Gv 4).
 
Ormai stremato nel fisico, ma non nello spirito, p. Tito incontra l’infermiera di Dachau, verso la quale il nostro frate mostra sentimenti e parole di compassione. Così testimonierà l’infermiera al processo di beatificazione: «Egli ha avuto molta compassione di me. […] Mi diede la sua corona del rosario. Io gli dissi che non sapevo pregare, e lui: basta che dica “prega per noi peccatori”. Allora io risi. Tutti i malati mi guardavano con disprezzo, lui con compassione».
 
Il quel luogo altamente disumano, la presenza benedicente di p. Tito (vedi la mano destra) ha donato all’infermiera l’acqua viva della Parola e le ha mostrato il volto misericordioso di Dio che libera dalla malvagità. Per p. Tito la morte è ingresso nella pienezza della vita divina, nel grembo paterno e materno di Dio (la tenda rossa) che accoglie tutti nel suo Amore fedele ed eterno.
 
Ancora nella fascia inferiore, in corrispondenza verticale con il Volto di Cristo, vengono riportate alcune frasi della preghiera che p. Tito compose nel carcere di Scheveningen (gennaio-marzo 1942). Riportiamo la preghiera per intero:

«Quando ti guardo, o Gesù,
comprendo che tu mi ami,
come il più caro degli amici;
e sento di amarti
come il mio bene supremo.
 
Il tuo amore, lo so,
richiede sofferenza e coraggio;
ma la sofferenza è l’unica
strada alla tua Gloria.
 
Se nuovi dolori
si aggiungono nel mio cuore,
li considero come un dolce dono,
perché mi fanno più simile a te,
perché mi uniscono a te.
 
Lasciatemi solo, in questo freddo:
non ho più bisogno di nessuno;
la solitudine non mi incute paura,
perché tu sei vicino a me.
 
Fermati, Gesù,
non mi lasciare!
La tua divina presenza
rende facile e bella ogni cosa».
 

Pia Giannetto
in collaborazione con fr. Egidio Palumbo

 

 
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