Capita spesso di trovarlo al computer mentre batte freneticamente sui tasti: in ufficio, su un autobus o in sala d’attesa dell’aeroporto. Connesso a internet, ovunque sia, padre Jean-Luc Morin redige verbali, scrive notizie, contatta i confratelli, organizza i suoi spostamenti. «La tecnologia è formidabile», dice il sacerdote che da 26 anni è consacrato nei padri del Sacro Cuore di Gesù di Bétharram, noti come Betharramiti, una piccola congregazione religiosa nata a fine Ottocento non lontano da Lourdes.
 
La rete significa soprattutto lavoro per uno come lui che a 57 anni divide la vita tra la parrocchia di Pibrac (vicino a Tolosa, in Francia) e Italia, Terra Santa, Costa d’Avorio e Centrafrica: nazioni che visita regolarmente in quanto superiore dei  Betharramiti in questa parte di mondo.
 
Francese nato in Algeria, padre Jean-Luc la vocazione all’integrazione ce l’ha nel Dna. L’ha messa davvero in atto però solo quattro anni fa quando ha scoperto BlaBlaCar, il servizio che permette di condividere con altri il tempo e le spese di un viaggio offrendo un passaggio come guidatore oppure prenotando sulla piattaforma un posto in macchina da semplice passeggero. «Viaggiare in business class? Non ci penso proprio», mi dice con un sorriso contagioso. «Sulla strada con i miei compagni di viaggio di BlaBlaCar ho fatto di tutto: dai consigli matrimoniali alla direzione spirituale, ma sempre chiedendomi “chi sono io per giudicare?”. L’umanità che incontro ha tanto da insegnarmi».
 
 
Padre Jean-Luc, quando ha scoperto BlaBlaCar?
«Quattro anni fa. Per il mio ruolo devo girare molto in macchina ma i lunghi tragitti da solo mi annoiavano. Ho sentito parlare di BlaBlaCar e ho provato: invece di andare in autostrada da Tolosa a Nizza ascoltando la radio e rischiando di addormentarmi, stavo con le persone. Mi si è aperto un mondo».
 
Le è piaciuto così tanto che oggi offre passaggi come guidatore esperto.
«In realtà ho iniziato da subito come guidatore. Il vantaggio è doppio: conosci belle persone e condividi le spese. Fin dal primo viaggio, mi sono reso conto che il servizio mi aveva pagato tutto il pedaggio e parte della benzina. Inoltre ho la grazia di incontrare persone. Come prete, anche se cerchi di essere aperto, vivi sul tuo binario. Hai la tua parrocchia e le altre realtà che frequenti: alla fine le persone sono sempre le stesse. Invece lì incontri la società».
 
Che generi di persone trova?
«All’inizio solo giovani: per agganciarli mi sono guardato la serie Games of Thrones. Ho caricato ecologisti, anarchici, di tutto: mi sono reso conto che c’è un gran bisogno di parlare e che – malgrado l’immagine della Chiesa non sia bella per gli scandali che la riguardano – quando hanno sotto mano un prete tutti si sbottonano. Più sono lontani dalla Chiesa e più sono desiderosi di avere un rapporto di verità: è appassionante».
 
Come reagisce chi viaggia con lei quando scopre che è prete?
«Fin dall’inizio tolgo il colletto e non lo metto sul mio profilo online. È una barriera: chi sa subito la mia professione si sente in dovere di dirmi che conosce quel cardinale, che ha fatto la prima Comunione in quella chiesa… L’interesse per me è essere aperto all’umanità che incontro, che ha tanto da insegnarmi. Presto o tardi però – visto che non lo nascondo – il fatto che sono prete arriva».
 
Parla mai di fede a bordo?
«Non c’è bisogno: quando sei con una sola persona in macchina, il viaggio diventa già un confessionale ambulante. Tu incontri una persona che non vedrai più, sei libero di tacere oppure di aprirti. Non ci si guarda in faccia, si fa la strada insieme e man mano risale la vita. Inoltre la relazione non è basata sul guadagno: non è come stare dallo psicologo che alla fine riscuote la tariffa. Vale anche per me: questa gente mi evangelizza. Io avevo certe idee sui divorziati, sugli hippie e invece conoscendoli ho scoperto che in tutti c’è sete di trovare senso alla vita. Viaggiare con loro mi ha riconciliato con la società».
 
Ha incontrato persone di fedi diverse?
«Non faccio selezione di profilo, se c’è uno lo prendo: il Signore me lo manda. Una volta andavo da Chambéry a Tolone, nel sud. Ad aspettarmi al punto d’incontro, c’era un musulmano vestito con la tunica tradizionale e con la barba: mi sono detto “Ho preso uno dell’Isis”. Invece abbiamo incominciato a parlare della Trinità e il dibattito era talmente interessante che ho sbagliato strada e mi sono ritrovato a Grenoble. Abbiamo perso due ore ma ci abbiamo riso sopra! Un’altra volta a Nizza ho caricato un ragazzo cattolico che era stato a Taizé e aveva fatto le Gmg, un altro a cui piaceva fare festa e infine una ragazza islamica attirata da Gesù. Eravamo una squadra improbabile eppure abbiamo parlato e cantato insieme per tutto il viaggio: in qualche modo ci siamo riconosciuti».
 
Tanti musulmani?
«Moltissimi. Uno tra i primi è stato Hakim, un ragazzo tunisino che aveva seguito la scuola alberghiera e che dopo il diploma aveva fatto esperienza tra la Normandia e Lione. C’era stato da poco l’attentato al Bataclan, gli ho chiesto come si sentiva: “Io sono nato in Tunisia, poi ho preso la nazionalità francese. Non voglio scegliere: sarebbe come decidere tra la donna che ti ha messo al mondo e quella con cui vuoi passare la vita”. Per me la sua storia è rappresentativa di quella di molti giovani islamici che ho incontrato. Un’altra volta avevo a bordo una madre musulmana che veniva dall’Algeria per visitare i figli sparsi per la Francia. Parlava poco ma alla fine del viaggio ha tirato fuori la sua carta d’identità e mi ha mostrato che era di Sidi Bel Abbès, la città dove sono nato io. Ci siamo abbracciati».
 
Qual è l’incontro più bello che ha avuto?
«Floriane. Faceva la mediatrice culturale e organizzava visite al museo di Renoir per bambini, pensionati e carcerati. Veniva da una famiglia di origine ebrea ma laicista. Ogni mese andava al Louvre col suo compagno a visitare un reparto del museo, così le ho chiesto di raccontarmi la sua emozione estetica più forte. “Le nozze di Cana di Veronese nella sala della Gioconda. Ma non è l’estetica che mi colpisce”, mi spiegava. “In quel quadro ci sono 133 personaggi, tutti giocano e si divertono ma al centro c’è una persona da sola. Credo sia Gesù: mi ha colpito che l’amore è lì eppure nessuno si interessa a lui. Quando l’ho visto mi sono messa a piangere e non riuscivo a staccarmi”. A partire da questo discorso, come un puzzle, è arrivata a dirmi che desiderava sposarsi ma il suo ragazzo non voleva. Si sentiva sola proprio come l’uomo nel quadro. Alla fine ha riconosciuto che il suo essere ebrea la rendeva legata per sangue a Gesù, quel personaggio che la attirava e che finalmente ritrovava in tante fasi della sua vita».
 
In conclusione, cosa ha guadagnato dai viaggi?
«Sono esperienze spirituali che mi nutrono come prete. Grazie alle persone che trasporto, tante idee e pregiudizi cadono: posso dire di aver incontrato la Samaritana e Zaccheo e di essermi sentito come loro».
 
 
Ilaria Beretta 
 
(tratto da www.famigliacristiana.it)

 

 
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