1. Nel segno dell’amore per la libertà
 
Nella memoria difensiva scritta in carcere p. Tito non ebbe alcun timore nel rivendicare per sé ciò che a suo parere costituiva il grande valore del popolo olandese: «l’amore per la libertà». Quest’amore egli sicuramente lo apprese nella sua casa sin dai primi anni della sua infanzia, quando i suoi genitori lo educarono a non aver paura di professare la propria fede cattolica in un contesto, come quello della Frisia, a stragrande maggioranza di fede protestantica e per di più gravato da un pesante pregiudizio nei confronti dei cattolici, ritenuti cittadini poco affidabili, perché legati al papa.
 
P. Tito poté sperimentare sin dall’infanzia cosa possa voler dire essere diverso dal sentire della maggioranza ed allo stesso tempo non avere alcun timore di esprimere la propria fede e le proprie convinzioni politiche e religiose. Gli studi giovanili, il contatto con altri ambienti e la maturazione di una scelta religiosa arricchirono, in seguito, la prima esperienza fatta all’interno della propria casa. A contribuire al suo percorso di maturità contribuì in modo significativo la possibilità di compiere a Roma, in un collegio internazionale, gli studi filosofici e teologici.
 
Il perfezionamento degli studi compiuto a Roma, dove poté conseguire la laurea in filosofia, gli permise di approfondire e di valorizzare la grande corrente del personalismo cristiano. Nella sua esperienza di uomo e di religioso egli tenne sempre ben presente il valore della persona umana e di ogni persona: un valore così alto che non può essere asservito a nessun’altra realtà o istituzione, ma solo a quel Dio, che è unica sorgente della sua libertà.
 
Questa grande sensibilità nei confronti della persona umana vista nella sua singolarità, prescindendo da qualsiasi appartenenza, fece di p. Tito un uomo molto attento alla realtà del vissuto delle persone e al rispetto loro dovuto. Tutto questo lo portò a non restare imprigionato dentro un concetto di apostolato eccessivamente vincolato alle cosiddette “cose di Chiesa”, ma ad aprirsi a problematiche anche sociali, pur restando dentro un interesse di fede e di promozione di essa. Chiamato ad insegnare materie filosofiche agli studenti carmelitani, egli trovò il tempo per dedicarsi alla conduzione di un giornale cattolico nella cittadina di Oss e per partecipare all’associazione Frisia Cattolica.
 
La Frisia era la sua regione di appartenenza e da un po’ di tempo vari movimenti erano all’opera per contrastare la crescente marginalizzazione della regione e per giungere al riconoscimento del diritto all’uso della propria lingua. P. Tito condivise questa battaglia civile, ritenendo che la difesa di una minoranza e della propria lingua non poteva essere visto come un attentato all’unità della nazione, ma poteva costituire un valido apporto per accrescere il patrimonio comune. Del resto egli era ben convinto che a somiglianza della popolazione protestante anche la comunità cattolica doveva avere la possibilità di celebrare, di pregare e di poter leggere la Bibbia nella propria lingua frisone.
 
Egli non si limitò ad operare all’interno dell’associazione, ma per quanto gli fu possibile si impegnò a ricercare le radici spirituali e culturali del popolo della Frisia. Era del parere che nessuna minoranza può uscire dal proprio isolamento e da un certo vittimismo senza una crescita della propria identità e un recupero delle tradizioni e della propria storia. In questo suo desiderio di dare il proprio contributo, egli compose un corso di lingua frisone, ma soprattutto scrisse in questa lingua storie che riguardavano figure di santi locali o notizie storiche che riguardavano i conventi presenti nella regione.
 
In questo sguardo rivolto al passato egli vedeva una grande occasione di incontro per superare secolari divisioni ed incomprensioni. Cattolici e protestanti, nella riscoperta delle comuni radici e dell’identico patrimonio spirituale, che risaliva ai grandi evangelizzatori Bonifacio e Radbodo, potevano ritrovare la strada di una rinnovata comunione.
 
 
2. P. Tito, uomo di pace
 
La nascita dell’università cattolica di Nimega ed il suo coinvolgimento nell’insegnamento di materie filosofiche e di storia della mistica, gli permisero di approfondire da un punto di vista scientifico, ma anche personale i grandi mistici della tradizione cristiana. Questo contatto con le esperienze e con il pensiero dei mistici lo portò certamente a prendere sempre più coscienza che ogni vero cammino di vita cristiana doveva necessariamente portare alla pace e alla edificazione di una vera comunione tra fratelli.
 
Teresa d’Avila ebbe un posto particolare nel suo pensiero e nella sua vita spirituale. Ed è proprio Teresa che nel ‘Cammino di perfezione’ parla della cura della vita spirituale come l’antidoto migliore per spegnere l’incendio di odio, che si era acceso in mezzo alla cristianità europea.
 
In una conferenza tenuta a Deventer nel 1931 p. Tito ebbe modo di manifestare le proprie convinzioni riguardo al tema della pace. Egli iniziò così: «Voglio iniziare dicendo di aver accettato con gioia l’invito ad esprimere qui stasera il mio amore per la pace, davanti a persone di credo religioso e di partiti diversi e a proclamare la mia fiducia nella pace e la speranza in una pace rinnovata non solo nel mio cuore, ma anche in tutti voi, che come me amate la pace e volete vederla regnare sovrana nel mondo, in luogo di un susseguirsi di una guerra dopo l’altra».
 
In questo suo intervento egli cercò di uscire dal solito schema semplicistico, che riduceva la tematica della pace ad un problema strettamente individuale o al massimo da relegare nell’ambito di una comunità religiosa. Chi ragiona in questo modo è disposto ad accettare passivamente che i rapporti tra gli Stati non possano essere improntati alla logica della pace, ma solo a quella della potenza, seguendo la legge del più forte. Ma accogliere questa logica come criterio decisivo per regolare i rapporti tra gli Stati significherebbe ritenere la guerra come una legge immutabile della storia umana.
 
P. Tito sentiva profondamente l’urgenza di reagire a questo modo di pensare: «Invece no, non solo il nostro sentimento, ma anche la nostra intelligenza si ribella a questa idea. Si fa strada in noi, al contrario, la convinzione che quella che sembra una legge, può essere vista come pura decisione umana, come la storia ci fa vedere e che quella decisione può essere cambiata. Può innescarsi una reazione contraria e se tale reazione è sufficientemente sostenuta, non sembrerà più impossibile assicurare la pace nel mondo».
 
Ciò che gli permise di uscire da quel rigido determinismo storico fu la fede nella Pasqua vittoriosa di Gesù Cristo, il Crocifisso-Risorto, che siede alla destra del Padre e che è perennemente presente in mezzo ai suoi. Il riferimento alla regalità del Signore Risorto lo portava ad affermare che non la guerra, ma la pace andava considerata come la parola definitiva, che gravava sulla storia umana.
 
Per p. Tito era quanto mai evidente che il compito e la responsabilità dei cristiani non potevano essere quelle di avallare supinamente le logiche della guerra, che agitavano in quel momento la vita degli Stati europei, ma di proporre in ogni ambito, grazie alla fede nel Signore Risorto, possibili itinerari di pace, come modo nuovo di impostare le relazioni umane e i rapporti economici e politici tra gli Stati.
 
Riferendosi agli apostoli rinchiusi nel Cenacolo dopo la morte e sepoltura del loro Maestro così egli dice: «Se in quel momento di tristezza e di disperazione la prima parola che, nonostante tutto, Cristo pronunziò dopo la sua resurrezione fu quella che gli angeli cantarono sulla mangiatoia di Betlemme, anche in quest’ora grave e angosciosa, quando tanti deridono e dichiarano inutili tutti i progetti di pace, ebbene ancor di più dobbiamo farli nostri, proprio in quest’ora e dobbiamo desiderare la pace e portare all’umanità la pace, come egli ha fatto quella volta».
 
L’utopia della pace dovrebbe essere la nota distintiva di ogni comunità cristiana e all’interno di essa di ogni singolo credente, avendo la forza e la gioia di portare nella politica e nei rapporti quotidiani la possibilità di instaurare relazioni fondate sul rispetto di ogni persona umana, promuovendo la vita e non la morte.
 
Dice testualmente p. Tito: «Bisogna entrare nell’ordine delle idee che la società può fiorire non quando ci si limita a non danneggiare l’altro, ma quando si la concepisce come un mezzo per rendere un servizio all’altro e che si favorisce il progresso con lo scambio di mutui servizi. Non rinchiudiamoci egoisticamente in noi stessi e non apriamo gli occhi soltanto per i nostri interessi, ma rendiamoci conto che la nostra vocazione e la nostra felicità consistono nel far felici gli altri». 
 
 
3. L’ascesa del nazismo e del fascismo e l’esaltazione della forza come motore della storia
 
Bisogna, intanto, tener conto che la fine dell’800 e l’inizio del ‘900 è contrassegnata da una certa inquietudine sociale, perché la rivoluzione industriale ha progressivamente interessato i vari Stati europei. L’affermarsi di questo nuovo modo di produrre portava con sé una concentrazione di manodopera ed un inarrestabile flusso di spostamenti dalla campagna verso i nuovi agglomerati industriali, ma anche da uno Stato verso l’altro, come dalla Polonia verso la Germania.
 
L’altro aspetto da considerare è il tipo di pace che uscì dagli accordi di Versailles, dove la Germania venne caricata, soprattutto per insistenza della Francia, di un debito stratosferico per riparare i cosiddetti danni di guerra. Con questa imposizione la Francia pensava di mantenere lo Stato vicino in regime di debolezza strutturale.
 
La crisi finanziaria generatasi negli Stati Uniti nel 1929 contagiò tutta l’Europa ad eccezione della Russia, che aveva già realizzato la rivoluzione di Ottobre e si era provvista di piani pluriennali di intervento in economia. Questa crisi contribuì ad accrescere nelle varie popolazioni un sentimento di rabbia, di paura, che si traducevano in agitazioni ed instabilità politica.
 
È proprio in questo contesto di insicurezza che si fecero strada sia il fascismo che il nazional-socialismo, raccogliendo la rabbia delle folle ed indirizzandole verso un nemico, che man mano si precisò sempre meglio nella figura dell’ebreo, il quale assommava in sé molteplici aspetti. L’ebreo era l’eterno diverso, ma era anche la personificazione della finanza che strangola.
 
L’esaltazione della forza costituiva per le folle la rassicurazione più eloquente per mettere a tacere le proprie paure ed il proprio senso di insicurezza. La scommessa fascista e quella nazional-socialista fu quella di uscire dall’ideologia liberista per fare spazio ad uno “statalismo organico”, che desse alla popolazione la sensazione di appartenere ad una comunità di uguali.
 
L’Olanda di p. Tito non fu estranea a questi movimenti, anche se in modo molto attenuato. Già prima dell’invasione avvenuta nel 1940 era attivo nel paese lo NBS, un partito di ispirazione nazionalsocialista e dopo l’arrivo dalla Germania di un folto gruppo di ebrei, che erano stati costretti a lasciar il paese, si fece strada un certo disagio per i nuovi arrivati, perché tanti avevano la sensazione che l’Olanda fosse già piena di immigrati.
 
Nella sua attività di professore universitario e di conferenziere p. Tito ebbe modo di cogliere fin dal suo sorgere la perversità dell’ideologia nazista. Nell’ambito universitario egli si preoccupò di tenere un corso di approfondimento su questo tema, dando ascolto alla Congregazione vaticana degli studi, che chiedeva una maggiore attenzione su queste eresie moderne, che negavano lo stesso principio di umanità. Del resto non bisogna dimenticare che nel febbraio 1934 la Congregazione del Sant’Ufficio metteva all’Indice il libro di A. Rosemberg, “Il mito del XX° secolo”.
 
In un discorso tenuto il 16 luglio 1939 egli attaccò in modo aperto la tentazione di accogliere come novità i nuovi principi veicolati dal nazismo, definendo questo movimento come vero e proprio nuovo paganesimo, che poteva costituire una minaccia ben più grave del vecchio paganesimo, che ebbero ad affrontare i missionari dei primi secoli del cristianesimo. «Nella nuova versione – diceva p. Tito – l’amore è condannato e chiamato debolezza; solo lo sforzo personale e la forza fisica prevarrebbero.
 
È detto che “la cristianità con la sua professione di amore ha fatto i suoi giorni e deve essere rimpiazzata dall’ancestrale potenza germanica”. Ma la lezione della storia insegna che l’amore prevale su ogni sforzo umano. La natura è più forte della dottrina. I nuovi pagani dovranno di nuovo dire: “Guarda come si amano l’un l’altro”. Solo allora vinceremo il mondo».
 
Questo impegno a contrastare l’avanzata del nazismo, bollato come neo-paganesimo, p. Tito lo portò avanti sia nell’ambito culturale tra lezioni universitarie e conferenze, sia sul piano operativo, in quanto responsabile della pastorale dell’informazione e delle scuole cattoliche. L’invasione dell’Olanda da parte della Germania nazista costrinse p. Tito a sentirsi responsabile della difesa della libertà del suo paese e soprattutto dei valori umani, così calpestati dall’ideologia nazista.
 
Per lui si trattava di organizzare una resistenza religiosa, che non facesse ricorso alle armi, ma che facesse perno sulla convinzione del cuore, disposto a non cedere: costi quel che costi. Il suo impegno a difesa della libertà di stampa contro le ingerenze del governo imposto dai nazisti tedeschi ed il suo rifiuto di accettare l’ordine governativo di escludere dalle scuole cattoliche i ragazzi ebrei costituirono il modo concreto di come egli intese resistere sul piano operativo all’invasione tedesca.
 
 
4. Di fronte al dramma degli ebrei
 
Il suo istinto di libertà ed il suo profondo rispetto per ogni persona umana gli permisero di cogliere in tutta la sua gravità la tragedia che si era abbattuta sul popolo ebraico. Insieme ad altre personalità olandesi egli pubblicò nel 1936 un libretto dal seguente titolo: “Voci olandesi sul trattamento degli Ebrei in Germania”.
 
In coscienza non si poteva restare indifferenti di fronte a quel dramma, ma bisognava smuovere a tutti i costi l’opinione pubblica, per mettere la macchina nazista di fronte alla propria responsabilità e alla imperdonabile disumanità. In questo suo intervento tra le altre cose egli scriveva: «Ciò che ora si fa contro gli ebrei è un atto di vigliaccheria. I nemici e gli avversari di quel popolo commettono un errore di debolezza».
 
A queste “voci” si unirono in seguito sia l’episcopato olandese sia le altre chiese cristiane, che protestarono contro «la persecuzione a morte dei nostri fratelli ebrei». P. Tito tornò a schierarsi in modo pubblico a favore della causa ebraica, quando si trattò di accettare o meno una circolare del governo nazista, che faceva divieto di accogliere nelle scuole bambini ebrei.
 
Egli, che in quel tempo, svolgeva il ruolo di coordinatore dentro la federazione delle scuole cattoliche, fece pervenire ai vari istituti la seguente missiva: «Vi comunico che anche da noi deve essere giudicata questa circolare del governo come scottante ingiustizia e come un’offesa al compito della Chiesa, che nell’adempimento della sua missione non conosce differenza di sesso, di razza e di popoli».
 
Il 27 ottobre 1939, poco prima dell’invasione tedesca, egli fu convocato in ufficio per dichiarare di non appartenere alla razza ebraica. Egli annotò: «Ho dovuto dichiarare che sono frisone di puro ceppo. Però questo è doloroso per i Giudei. Io debbo restare al loro fianco». Qui c’è davvero tutta la personalità umana e religiosa di p. Tito, c’è tutta la sua maturità di cristiano, che crede che il Regno di Dio abbraccia ogni creatura umana, nessuno escluso.
 
Accanto al dramma degli ebrei, egli si fece carico dell’altro grande genocidio, che riguardò il popolo Armeno, di cui l’opinione pubblica era totalmente disinformata. La predicazione del Vangelo non può non tener conto delle varie violenze e delle tante oppressioni che interessano persone e popoli interi e p. Tito di tutto questo fu profondamente consapevole.

 
Gregorio Battaglia

 

 
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