La “lunga marcia” di Gesù dalla Galilea a Gerusalemme, che occupa la parte centrale del Vangelo di Luca, ha proprio in apertura un grappolo di scenette di vocazioni (9,57-62), che sono narrate pure da Matteo con una semplificazione (8,18-22). Seguiamo anche noi Gesù che con i suoi discepoli sta attraversando la Samaria. All’improvviso sbuca un tale che ha il profilo di un entusiasta: «Ti seguirò dovunque vada!». Cristo gela subito questo fervore che non di rado affiora anche ai nostri giorni in alcune persone e che è simile a un fuoco di paglia.
 
Esse assomigliano a quei semi che cadono tra i sassi del terreno, per usare la famosa parabola evangelica. Costoro «ricevono la Parola con gioia ma non hanno radici; credono per un certo tempo, ma nel tempo della prova vengono meno» (Luca 8,13). Gesù smitizza quell’enfasi, mostrando le dure esigenze della sua sequela e lo fa con un’immagine incisiva e potente di povertà, distacco e donazione, divenuta proverbiale: «Le volpi hanno le loro tane e gli uccelli del cielo i loro nidi, ma il Figlio dell’uomo non ha dove posare il capo».
 
Ecco, subito dopo, farsi avanti un altro che è pronto a seguire il Cristo, ma chiede solo la dilazione di tempo necessaria per un grave lutto familiare, la celebrazione dei riti funebri per il padre deceduto. A prima vista la replica di Gesù sembra crudele: «Lascia che i morti seppelliscano i loro morti; tu, invece, va’ e annuncia il Regno di Dio». È ovvio che egli non vuole cancellare il quarto comandamento sull’onore da riservare ai genitori.
 
Il suo monito dal tono paradossale vuole, in realtà, esaltare con una forza provocatoria l’assolutezza e la drastica nettezza della vocazione per il Regno di Dio. Una scelta che esige un distacco profondo dal passato per protenderci verso la meta. Inoltre Gesù ammicca al doppio significato di «morti». Ci sono, certo, i morti fisici, i defunti; ma c’è anche una morte spirituale, quella di coloro che, immersi nelle cose, si curano solo di realtà materiali, di cadaveri. Prima di seppellire i morti, bisogna preoccuparsi di non essere morti.
 
Entra in scena un terzo aspirante che è, sì, disponibile alla vocazione, ma chiede solo di avere il tempo per un congedo dalla sua famiglia. Lapidaria la replica di Gesù: «Nessuno che mette mano all’aratro e poi si volge indietro è adatto per il regno di Dio». Il riferimento allusivo di questa frase di Gesù è alla vocazione del profeta Eliseo da parte di Elia [...]. Eliseo era stato autorizzato, infatti, a lasciare il lavoro di aratura per salutare con un pranzo d’addio i genitori e il clan (1Re 19,19-21). La reazione di Gesù è chiara ed è coerente con le precedenti risposte: esistono beni così alti che esigono rinunce radicali.
 
Il trittico di scenette che abbiamo ora narrato è tutto fondato sulle parole di Cristo che piombano come una spada destinata a tagliare i compromessi, gli accordi al ribasso nelle scelte esistenziali e morali, le cautele e gli egoismi interessati di cui siamo costantemente testimoni e spesso attori. C’è una scelta primaria rispetto alla cura delle realtà morte, pur rispettabili; ci sono valori per i quali si devono sacricare anche certi affetti e convenienze.
 
 
Gianfranco Ravasi
 
(tratto da www.famigliacristiana.it)

 

 
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