“Perché, se sono alessandrini, non venerano i nostri stessi dèi?”. Questa era la domanda che nel I secolo a.C. ponevano i cittadini greci di Alessandria d’Egitto agli ebrei che abitavano ormai da quasi tre secoli la stessa città, così come ci racconta lo storico ebreo Flavio Giuseppe, vissuto nel I sec. d.C. Vogliono esserne cittadini, dicono gli abitanti di Alessandria, ma sono di un’altra religione, per di più del tutto diversa dalla nostra.
 
Affrontando questo problema, non dimentichiamo che mentre i greci adoravano molte divinità, gli ebrei erano rigorosamente monoteisti. La loro situazione ad Alessandria può essere per noi l’occasione per qualche riflessione molto attuale. Nel nostro percorso sul libro della Sapienza, giunto ormai quasi alla fine, ci siamo imbattuti in un libro scritto poco più di duemila anni fa da un ebreo colto residente proprio ad Alessandria d’Egitto. Un libro scritto direttamente in greco, che tenta di gettare un ponte tra due mondi: quello giudaico e quello greco, appunto.
 
Verso la fine del libro della Sapienza, nell’ultimo capitolo (Sap 19,13-17), troviamo un testo all’apparenza misterioso e certamente non facilissimo, che ci aiuta a capire quale era la situazione reale degli ebrei del tempo, ad Alessandria. Il lettore si troverà a prima vista spiazzato da un testo come questo che tra l’altro non cita alcun nome proprio e non aiuta a capire di chi si sta parlando. Lo presentiamo, per poi commentarlo con un po’ di calma…
 
19,13 Sui peccatori, allora, piombarono i castighi, non senza aver avuto, come segni premonitori, la forza delle folgori; giustamente, infatti, essi soffrivano a causa delle loro malvagità perché avevano manifestato un odio davvero profondo verso gli stranieri. 14Quelli non accolsero degli sconosciuti che arrivavano; questi, invece, resero schiavi degli ospiti che erano benefattori. 15E non solo: certo ci sarà una visita per loro, perché accolsero con ostilità gli stranieri; 16questi, dopo averli accolti festosamente, quando già partecipavano ai loro diritti, li maltrattarono con terribili fatiche. 17Furono perciò colpiti di cecità, come quelli quando, alla porta del giusto, avvolti in tenebre immense, cercavano ciascuno l’ingresso della propria porta.
 
Il v. 13 allude agli egiziani del tempo dell’esodo e all’episodio delle piaghe d’Egitto narrato appunto nel libro dell’Esodo. Gli egiziani, scrive in questo versetto l’autore della Sapienza, sono stati puniti con le folgori a motivo del loro odio verso gli stranieri, cioè nei confronti degli ebrei che ormai da tempo abitavano il paese. Non dimentichiamo che il libro dell’Esodo si apre ricordando che gli egiziani, dopo aver accolto gli ebrei, iniziano a odiarli e a opprimerli, trattandoli come schiavi. È infatti cambiato il governo; adesso – come potremmo dire noi oggi — comanda Salvini, il nuovo faraone che ha preso il posto del vecchio il quale, invece, aveva accolto favorevolmente gli ebrei, al tempo di Giuseppe.
 
Il v. 14 introduce all’improvviso un confronto, comprensibile solo a chi ha un’ottima memoria biblica, come certamente l’avevano i lettori del libro della Sapienza. Gli egiziani del tempo dell’esodo sono per l’autore del libro peggiori degli abitanti di Sodoma i quali, secondo il racconto contenuto nella Genesi (cfr. Gen 19), si erano rifiutati di accogliere i due uomini in visita a Lot, nipote di Abramo; si trattava di due angeli in veste umana, secondo il racconto della Genesi. I sodomiti li rifiutano in quanto stranieri, e persino cercano di violentarli. Gli egiziani, secondo il nostro autore, hanno fatto peggio con gli ebrei: hanno reso infatti schiavi stranieri che in realtà erano loro benefattori.
 
Qui il v. 14 introduce un’idea importante: gli ebrei sono certamente stranieri in terra d’Egitto, ma sono in ogni caso stranieri che hanno lavorato per il bene del paese, divenendone appunto i benefattori. I migranti, dunque, non costituiscono necessariamente un pericolo; anzi, sono per lo più una risorsa: è quanto l’autore della Sapienza scriveva per difendere il suo popolo, duemila anni fa: e la storia si ripete ancora oggi. Gli ebrei si considerano non stranieri, ma ospiti in terra d’Egitto, persone che lavorano appunto per il bene del paese.
 
I vv. 15-16 annunciano una “visita” nei confronti degli egiziani; si tratta di una visita divina, cioè di una punizione per aver oppresso gli ebrei. Certamente siamo di fronte a un testo che oggi non suscita più tanta impressione; i governanti che in Italia e in Europa chiudono le frontiere tra il plauso di tanti cittadini non hanno il minimo timore di una punizione divina nei loro confronti né, del resto, il Dio in cui crediamo agisce in realtà così, distribuendo castighi a destra e a manca a chi non gli ubbidisce.
 
E tuttavia il testo della Sapienza contiene una qualche verità: la conseguenza dell’oppressione nei confronti dell’altro non potrà che essere negativa per coloro che la mettono in atto. In altri termini, e come abbiamo già visto nel corso del nostro commento al libro della Sapienza, il male trova la sua punizione in se stesso. Chi semina vento, raccoglie tempesta, per usare un’espressione biblica (cfr. Os 8,7).
 
Nei due versetti appena ricordati (Sap 19,15-16) troviamo un altro tema interessante. Gli egiziani hanno oppresso gli ebrei che già partecipavano ai loro diritti. Si tratta qui dei diritti civili, del diritto alla cittadinanza. L’autore del libro sposta così sottilmente l’attenzione dai tempi dell’esodo a quelli in cui lui si trovava a vivere, alla fine del I sec. a.C., come si è detto.
 
La situazione degli ebrei ad Alessandria era la seguente: la società alessandrina era suddivisa in diversi strati; all’apice si trovavano quei cittadini che godevano dei pieni diritti civili: i conquistatori romani, prima di tutto, e, assieme a loro, i greci, fondatori della città al tempo di Alessandro Magno. All’ultimo livello c’era il popolino egiziano.
 
Nel mezzo, il numerosissimo gruppo degli ebrei che sino all’arrivo dei romani avevano goduto di una discreta autonomia interna, nonché di forti esenzioni fiscali. Con la venuta dei romani, gli ebrei si trovano declassati a livello del popolo egiziano privo di cittadinanza e sottoposti per lo più a un pesante aggravio fiscale (è sempre anche un problema di soldi…!). Da qui inizia la loro lotta per ottenere la pienezza dei diritti di cittadinanza, che tuttavia verranno loro negati, molti anni dopo, dall’imperatore Claudio.
 
Questa lotta per la piena cittadinanza non piacque affatto ai cittadini greci e romani di Alessandria che iniziarono a nutrire sentimenti antigiudaici sempre più forti, sentimenti che all’epoca dell’imperatore Caligola sfoceranno in veri e propri tumulti antigiudaici. Gli ebrei sono stranieri, e non debbono avere privilegi né possono permettersi di lottare per farlo.
 
L’autore del libro della Sapienza si batte invece, evidentemente, per la posizione opposta; certamente è consapevole che gli ebrei sono stranieri ad Alessandria, ma ritiene che possano e debbano essere accolti; in quanto poi nati e residenti ad Alessandria (è il problema dello ius soli, del quale oggi si discute) debbano avere pieni diritti di cittadinanza. Come si è detto, questa battaglia verrà perduta e gli ebrei non saranno mai considerati cittadini a pieno titolo. La Bibbia resta tuttavia come documento profetico – benché non ascoltato neppure ai tempi nei quali è stata scritta – e denuncia di situazioni ingiuste.
 
Il risultato dell’azione degli egiziani nei confronti degli ebrei è descritto sotto l’immagine della cecità; il testo allude qui alla piaga delle tenebre piombata sull’Egitto, secondo il racconto del libro dell’Esodo. Contiene tuttavia anche un’altra allusione, di nuovo al racconto del libro della Genesi relativo agli angeli che non furono accolti dagli abitanti di Sodoma, i quali vengono puniti anch’essi con la perdita della vista (cfr. Gen 19).
 
Rifiutare allo straniero i propri diritti è così da un lato un vero e proprio atto di cecità, dall’altro causa di un ulteriore accecamento: il rifiuto dell’accoglienza dello straniero porta un popolo a chiudersi in se stesso, nella propria pretesa autosufficienza, ignorando drammi e tragedie dell’altro e iniziando a costruire così la sua propria rovina.

 
Luca Mazzinghi
 
(tratto da alzogliocchiversoilcielo.blogspot.com)

 

 
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