Quante cose promettiamo sempre, ogni giorno! Ogni volta che apriamo l’agenda per segnare un appuntamento, promettiamo che dedicheremo quel tempo a quella persona o a quel lavoro.
 
Ogni volta che ci impegniamo a cambiare alcuni tratti del nostro carattere o alcuni nostri atteggiamenti, ogni volta che esigiamo qualcosa da qualcuno… spesso inflazioniamo in modo un po’ superficiale l’uso del verbo “promettere”: «ti prometto che non ti mentirò più», «ogni promessa è debito» e così via.
 
Promettere è una cosa molto seria, se non altro perché ad ogni promessa corrisponde il dovere di mantenere la parola data. Ogni promessa mette in campo, cioè, un’aspettativa. E se questa non si realizza, la delusione è inevitabile, se non addirittura il senso di essere stati ingannati o traditi.
 
La Lettera agli Ebrei lega il tema della promessa al patriarca Abramo. Non si tratta di una novità; il racconto stesso della Genesi (Gen 12-25) mostra infatti Abramo come destinatario di tre importanti promesse da parte di Dio: «ti darò una terra», «ti darò una discendenza numerosa come la sabbia del mare e le stelle del cielo», «ti benedirò e ti renderò benedizione per gli altri».
 
Il racconto veterotestamentario mostra le vicissitudini del patriarca tra prove di fede e crisi fino al conseguimento dei beni promessi, almeno come “anticipi” o “caparre”. Isacco è il figlio della promessa da cui avrà origine un grande popolo; la grotta di Macpelah acquistata da Abramo in Hebron per la sepoltura della moglie sarà il primo pezzetto di terra posseduto come proprietà; l’incontro con Abramo sarà una benedizione tanto per i vicini (Lot) quanto per gli stranieri (il faraone, Abimélek).
 
L’autore della Lettera agli Ebrei dal canto suo riprende questi temi in più occasioni. «Quando Dio fece la promessa ad Abramo […] giurò per sé stesso dicendo: «Ti benedirò con ogni benedizione e renderò molto numerosa la tua discendenza». Così Abramo, con la sua costanza, ottenne ciò che gli era stato promesso» (6,13-15). I beni promessi vengono ottenuti dalla costanza di Abramo, certo, ma il fondamento di tale ottenimento non è la fedeltà dell’uomo quanto il giuramento di Dio, che non mente! La promessa di Dio «è una decisione irrevocabile» (cfr. 6,17).
 
È il capitolo 11 però il testo in cui il nostro autore meglio mostra l’affidabilità delle promesse di Dio agli antenati, tra i quali spicca ovviamente Abramo. Ciò che Dio promette viene accolto dagli uomini santi dell’Antico Testamento che, sulla base del giuramento di Dio, compiono per fede scelte coraggiose.
 
«Per fede, Abramo, chiamato da Dio, obbedì partendo per un luogo che doveva ricevere in eredità, e partì senza sapere dove andava. Per fede, egli soggiornò nella terra promessa come in una regione straniera, abitando sotto le tende […]. Per questo da un uomo solo, e inoltre già segnato dalla morte, nacque una discendenza numerosa come le stelle del cielo e come la sabbia che si trova lungo la spiaggia del mare e non si può contare» (11,8-12).
 
Poi però il lettore resta spiazzato quando si trova davanti ad un’affermazione inattesa: «Nella fede morirono tutti costoro [Abele, Enoc, Noè, Abramo, Isacco, Giacobbe, Sara], senza aver ottenuto i beni promessi, ma li videro e li salutarono solo da lontano, dichiarando di essere stranieri e pellegrini sulla terra» (11,13). Non sempre, dunque, nel piano misericordioso e fedele di Dio, le promesse si compiono a stretto giro di boa. Anzi, può accadere che colui che riceve la promessa non ne veda il mantenimento. Ciò significa che la provvidenza di Dio travalica i confini ristretti nei nostri tempi e delle nostre generazioni.
 
La Lettera agli Ebrei però sostiene anche che la promessa di Dio serve per dilatare gli spazi delle anguste aspettative degli uomini. Forse Abramo desiderava un figlio; dopo aver ricevuto la promessa al massimo imparò a desiderare una discendenza numerosa. Ma si trattava ancora di aspettative ristrette e limitate. Abramo si aspettava di sconfiggere la propria morte assicurandosi un futuro nella discendenza; e questa aspettativa divenne certa speranza grazie alla promessa di Dio più volte reiterata nei lunghi anni di attesa tra la vocazione di Abramo (da lui ascoltata a 75 anni, secondo Gen 12) e la nascita di Isacco (avvenuta quando Abramo aveva 100 anni, secondo Gen 21).
 
Dio invece lo educò a vincere la paura della morte con la fede nella risurrezione, imparata in occasione della prova cruciale della sua vita: «Per fede, Abramo, messo alla prova, offrì Isacco, e proprio lui, che aveva ricevuto le promesse, offrì il suo unigenito figlio, del quale era stato detto: Mediante Isacco avrai una discendenza. Egli pensava infatti che Dio è capace di far risorgere anche dai morti: per questo lo riebbe anche come simbolo» (11,17-19).
 
In quell’occasione estrema, Abramo riebbe ciò che pensava di aver perduto e imparò così a credere che nulla è impossibile per Dio. La fede nella resurrezione, appresa da Abramo sul Monte Moria, è testimoniata anche dalla bellissima tradizione giudaica della ‘aqedah (la “legatura” di Isacco). È scritto infatti nella Mishnàh che quando Abramo alzò il coltello sul figlio, la vita abbandonò Isacco; ma quando gli angeli fermarono la mano di Abramo, la vita tornò in lui.
 
Insomma, sembra che Dio a volte dilati i tempi dell’attesa, o addirittura smentisca apparentemente le sue promesse, per educare il desiderio degli uomini. In effetti le nostre aspettative spesso sono limitate, legate al nostro piccolo orizzonte e al nostro punto di vista parziale. Dio allarga gli spazi del cuore, insegnandoci a sperare.
 
«Tutti costoro, pur essendo stati approvati a causa della loro fede, non ottennero ciò che era stato loro promesso: Dio infatti per noi aveva predisposto qualcosa di meglio, affinché essi non ottenessero senza di noi la perfezione» (11,39-40).
 
L’incompiutezza delle promesse nella Lettera agli Ebrei diventa però un insegnamento non tanto per i padri (che già hanno vissuto nella fede), quanto per i contemporanei dell’autore e – dunque ­ anche per noi, sempre contemporanei alla Parola di Dio. La Scrittura ci consegna l’anelito di Israele, ascoltato da Dio, da Dio accolto ma non estinto, perché in esso possiamo situarci anche noi. Proprio in quell’anelito di speranza occorre situarci per cogliere in profondità come soltanto Gesù Cristo, pienezza della rivelazione del Padre, possa appagare ogni nostro desiderio.

 
fr. Mirko Montaguti
 
(tratto da www.messaggerocappuccino.it)

 

 
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