Si cerca, nella vita, necessariamente e incessantemente. Magari anche inconsapevolmente o maldestramente. Comunque si cerca. Si cerca un lavoro, si cerca una casa. Si cerca un figlio. Si cercano il cibo e l’acqua. Si cerca un po’ di riposo. Si cerca un’intesa. Si cerca la strada. Si cerca la propria identità. Si cerca un amore. Si cercano gli amici. Si cercano le risposte. Si cerca una via d’uscita. Si cercano le parole. Si cerca la fortuna. Si cerca aiuto. In tutto, al fondo, si cerca la Verità. Si cerca il Bene. Si cerca la Gioia. Si cerca Dio.
 
Gesù rimane a Gerusalemme in ricerca. Nemmeno il Figlio di Dio è preservato dal dover cercare: è la natura propria dell’uomo il “tendere a”, e Lui, che è uomo più di ogni altro, cerca. Domanda un significato al suo essere, brama una direzione, un orizzonte, una felicità – sì, anche Lui. E’ preso dal bisogno di comprendere: domande e risposte ai dottori, ricerca dialettica.
 
E’ attratto dalle “cose del Padre”, dalla Sua volontà. Ne avverte il richiamo, ne subisce il fascino. La insegue e in essa insegue la propria missione. Rincorre la propria identità profonda volgendosi al Padre.
 
Così perde i suoi. O forse si potrà dire che ora li sta cercando in modo diverso. Che sta provando a ricollocarli, a riposizionarli in un nuovo ambito: chi sono costoro per me, chi sono io per loro? Che significa che questo è mio padre e quella mia madre? Come dovrò essere loro figlio? Gesù cerca il Padre del cielo e cerca sé; così cerca Maria, Giuseppe e tutto il suo clan, i suoi rapporti. Ne cerca la verità, ne invoca il senso. A causa di ciò, paradossalmente, li perde.
 
Maria e Giuseppe cercano Gesù. Ogni genitore cerca il proprio figlio. Con i sensi, con la mente, col cuore. Ne ascolta i bisogni, ne scruta i sogni, ne coccola le bellezze, ne corregge i difetti. Cerca per lui il meglio, scova i pericoli da cui proteggerlo, sceglie i cibi più nutrienti, svela i sentieri più sicuri.
 
Tutto questo è cercare il proprio figlio, ma anche, allo stesso tempo, il senso del proprio esistere come genitore. Cercare e trovare un figlio è cercarsi e trovarsi – nascere, in definitiva – come genitori. Perdere un figlio è, anche, perdere la propria identità genitoriale. Basta la sola impressione che un figlio non abbia più bisogno dei suoi a togliere ai genitori un pezzo di vita.
 
Quel figlio è anche la loro identità. Per questo l’angoscia di Maria e Giuseppe è talmente profonda. E insieme a Lui, ora inseguono se stessi. Gesù figlio è il volto con cui Dio si è loro rivelato, li ha legati a sé, li ha collocati dentro un orizzonte di salvezza. Perdere Lui è – anche – perdere il Padre, in definitiva è perdersi. Cercarlo è cercarsi. Tornano dunque in ricerca di Lui, in ricerca del Padre, allo stesso tempo in ricerca di sé.
 
Si ritrovano, infine, ma solo di fatto. Si rivolgono a Lui in modo non più adeguato e Gesù non manca di segnalare la distanza. Il rapporto che c’era è perduto definitivamente e pensare di riprodurlo è un errore. Non possono più cercarlo e pensare di trovarlo come hanno sempre fatto, perché Lui, ora, si trova altrove, nelle cose del Padre suo.
 
Cercare la verità di sé e dell’altro lì ha fatti perdere. Cercare il Padre e la sua volontà li ha allontanati l’uno dagli altri. Paradosso sorprendente. Tornare a Nazaret sarà anzitutto continuare a cercare e dunque a cercarsi. Gli uni gli altri e insieme il Padre, ma verso qualcosa di nuovo seppur in continuità con ciò che l’ha preceduto.
 
Cercare, perdersi, cercare, ritrovarsi. Ogni volta lasciando qualcosa e qualcuno per poi rinnovarlo, riscoprirlo. C’è una naturalità e una necessarietà del perdersi e trovarsi legata proprio al nostro cercare e cercarci. Vicinanza e distanza, prossimità ed estraneità, comunione e divisione, comprensione e scontro.
 
Il cercare – altro, un Altro – di cui la vita si nutre fa di questo “andare e venire” la legge delle nostre relazioni. E’ il segreto del loro sviluppo e della loro maturazione ma anche una delle ragioni che le rende complesse. Il fatto che il Figlio dell’Uomo si sia sottomesso a questo ne fa una Redenzione.
 
Guardare l’altro come uno che sta cercando/cercandosi – e dunque cercandomi – magari in modo maldestro, confuso, indisponente, addirittura deprecabile o insincero. Concedergli comunque questa verità. Questo ci darebbe una sapienza diversa nell’affrontare le fatiche e le conflittualità che rendono spesso le nostre relazioni – soprattutto quelle familiari ma non solo – delle vere e proprie pazienze.
 
Il nostro sguardo si allargherebbe diventando comprensivo, capace cioè di abbracciare l’altro nella sua interezza, comprese le parti di lui che ancora non ha trovato, che sta continuando a cercare, che non sa raggiungere o che nemmeno sa di volere. Troverebbero una collocazione diversa e, forse, una maggior pacificazione, persino quelle fratture irriducibili e insanabili che ciascuno prima o poi incontra e si trova costretto a portare.

 
Cristiano Mauri
 
(articolo tratto da www.labottegadelvasaio.net)

 

 
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