La riflessione biblica sulla sicurezza assume sottolineature differenti a seconda dei soggetti: schiavi, nomadi, cittadini, uomini e donne la percepiscono in modi differenti.

Prendiamo il caso delle donne: all'interno del sistema patriarcale, la loro sicurezza è garantita dal clan. Fuori di questo, c'è la morte. Agar, oppressa dalla sua padrona Sara, fugge nel deserto ma viene rimandata a casa dal messaggero divino poiché l'unica possibilità di sopravvivenza per lei e il bambino che porta in seno è all'interno del clan, anche se in schiavitù (Gen. 16). E' solo quando Agar e suo figlio Ismaele verranno scacciati da Abramo, su ordine di Sara, e condannati a morire di inedia, che Dio interviene facendosi lui stesso carico di lei e del bambino nel deserto (Gen. 21).
 
Il clan protegge le donne dalle aggressioni e dalle violenze sessuali. Tale sicurezza è tuttavia ambivalente. Non solo perché le sottomette al controllo maschile, ma, soprattutto, perché, di fatto, offre una falsa protezione.
 
Con molta ironia, la Bibbia racconta ciò che ancora oggi amaramente constatiamo: i pericoli più grandi le donne non li corrono all'esterno, ma in famiglia, dove vengono stuprate come Tamar, violentata dal fratellastro Amnon (II Sam.13); o usate dagli uomini per la propria sicurezza: Abramo che offre sua moglie Sara al re egiziano come merce di scambio per avere salva la propria vita (Gen. 12); Lot che non esita a sacrificare le sue due figlie ai balordi di Sodoma (Gen19). Anche il levita tutela la sua integrità offrendo, come carne da macello, ai suoi stessi compatrioti, la sua concubina in una delle pagine più agghiaccianti delle Scritture (Gdc 19).
 
Già osservando il tema con questa distinzione di genere, cogliamo che la Scrittura non si limita a tematizzare il desiderio di sicurezza, ma pone la necessità di interrogarsi su quale sicurezza, senza suggerire soluzioni universali, astratte o affrettate. La Bibbia, mette in scena la complessità della vita, osservandola da prospettive diverse. E' il suo modo di sottrarsi a quell'uso ideologico del testo sacro, utilizzato per dirimere i nostri dibattiti pubblici sulle grandi questioni politiche all’ordine del giorno. Noi che leggiamo quel testo antico abbiamo il diritto di interrogarlo a partire dal nostro presente, a condizione però di non forzarne il senso.
 
Questa premessa è necessaria per affrontare un tema che ha una sua densità antropologica – sicurezza, etimologicamente, indica la cura di sé – e, allo stesso tempo, viene giocato, politicamente, per avvalorare un certo tipo di scelte.
 
Un mix pericoloso, che già è all’opera nella narrazione biblica. La quale racconta di un popolo nomade, esposto all’incertezza, abituato a fiutare l’insicurezza e ad approntare le difese più efficaci. Una storia in cui l’altro assume la figura della risorsa necessaria per vivere e, contemporaneamente, quella del pericolo da cui difendersi.
 
Come per l’Egitto, trasformato dalla sapienza di Giuseppe in granaio capace di salvare le tribù ebree stremate dalla fame, che, in seguito, diventa terra di oppressione con l’avvento al trono di un nuovo faraone, che opera politiche all’insegna della paura per gli stranieri troppo numerosi (Es 1,9-10). Da questo Egitto e dalla sua politica securitaria e genocida, Israele prende le distanze: ne esce non solo fisicamente ma anche mentalmente, smettendo di seguire il pensiero unico del faraone e ascoltando la parola alternativa che Dio ha dato a Mosè, sul Sinai.
 
Ma, mentre ancora muove i primi passi lungo i sentieri della libertà, ecco che torna a fare capolino il desiderio di sicurezza, seppur pagata a prezzo di una propria volontaria servitù: in Egitto, avevamo carne e cipolle, una sicurezza alimentare che l’avventura della libertà sembra non garantire. E poi, di nuovo, l’intero cammino nel deserto è soggetto alla dialettica tra libertà e sicurezza, mormorando contro quel Dio che domanda di affrontare il rischio. Giunto nella terra promessa, Israele la scopre già abitata da altri popoli, che lo vedono con ostilità.
 
Lo stile di vita alternativo, che traspare dalle dieci parole del Sinai, appare bello e impossibile: come si fa a non desiderare la terra di altri, a non uccidere il nemico, a non cercare alleanze con amici potenti, considerati dèi alla stregua del Dio liberatore? (Gdc 2,11-12). Qui la dialettica è tra la prospettiva ideale, il mito fondatore, la carta costituzionale del Sinai e la ricerca di garanzie concrete. Chi prova a tenere la barra dritta, in questa tempesta di sentimenti opposti, sono le figure profetiche, come Mosè, Giosuè e Samuele.
 
Ma quando quella generazione, portatrice di una memoria identitaria forte, viene meno, tornano alla ribalta le proposte populiste: tutti gli anziani d'Israele si radunarono, e andarono da Samuele a Rama per dirgli: «Ecco tu sei ormai vecchio...stabilisci dunque su di noi un re che ci amministri la giustizia, come lo hanno tutte le nazioni» (1Sam 8,4-5). Bello dire, al Tempio, che noi abbiamo Dio come nostro re; ma appena usciti dal luogo sacro, ecco riproporsi tutti i problemi che solo un uomo forte può affrontare e risolvere.
 
Il profeta elenca i rischi di una simile scelta: «Questo sarà il modo di agire del re che regnerà su di voi. Egli prenderà i vostri figli e li metterà sui carri e fra i suoi cavalieri e dovranno correre davanti al suo carro; ne farà dei capitani di migliaia e dei capitani di cinquantine; li metterà ad arare le sue terre e a mietere i suoi campi, a fabbricare i suoi ordigni di guerra e gli attrezzi dei suoi carri. Prenderà le vostre figlie per farsene delle profumiere, delle cuoche, delle fornaie.
 
Prenderà i vostri campi, le vostre vigne, i vostri migliori uliveti per darli ai suoi servitori. Prenderà la decima delle vostre sementi e delle vostre vigne per darla ai suoi eunuchi e ai suoi servitori. Prenderà i vostri servi, le vostre serve, il fiore della vostra gioventù e i vostri asini per adoperarli nei suoi lavori. Prenderà la decima delle vostre greggi e voi sarete suoi schiavi. Allora griderete a causa del re che vi sarete scelto, ma in quel giorno il Signore non vi risponderà». Nonostante la lucida messa in guardia del profeta, il popolo disse: «No! Ci sarà un re su di noi» (1Sam 8,11-20).
 
Già da questi brevi accenni si coglie una tensione narrativa che prende sul serio il bisogno di sicurezza che, da sempre, abita i cuori umani e, nello stesso tempo, ne mostra le derive. Nessuna demonizzazione di una sicurezza che è desiderio di tranquillità e pace.
 
Come nel progetto urbanistico di una città ridisegnata dal profeta Zaccaria: «Vecchi e vecchie siederanno ancora nelle piazze di Gerusalemme; ciascuno col suo bastone in mano per molti suoi giorni. Le piazze della città saranno affollate di fanciulli e fanciulle che si divertiranno nelle sue piazze» (8,4-5).
 
O nella visione del profeta Isaia: Essi costruiranno case e le abiteranno; pianteranno vigne e ne mangeranno il frutto... Non si affaticheranno invano, non avranno più figli per vederli morire all'improvviso; (...) Il lupo e l'agnello pascoleranno assieme, il leone mangerà il foraggio come il bue, e il serpente si nutrirà di polvere. Non si farà né male né danno su tutto il mio monte santo», dice il Signore (Is 65,21-25).
 
O come leggiamo ripetutamente nei Salmi, dove il desiderio di sicurezza suona il campanello d’allarme di fronte al pericolo che mina lo shalom: O Signore, Dio mio, salvami da chi mi perseguita, liberami; affinché il nemico, come un leone, non sbrani l'anima mia lacerandola...(Sal 7,1-2).
 
Ma, insieme al riconoscimento di questo giusto desiderio, la Bibbia interroga lettrici e lettori sul tipo di sicurezza agognata, sulle scelte operate per realizzarla. Un’interrogazione che mette in discussione ogni “falsa sicurezza”, per quanto tinta di colore religioso. I profeti usano parole dure, al riguardo: “Guai a chi costruisce una città sul sangue, una città sopra un delitto” (Abacuc 2,12).
 
«Dal più piccolo al più grande, sono tutti quanti avidi di guadagno; dal profeta al sacerdote, tutti praticano la menzogna. Essi curano alla leggera la piaga del mio popolo; dicono: "Pace, pace", mentre pace non c'è» (Ger 6,13-14). Parole da meditare, in tempi in cui la fede viene interpretata come “ideologia rassicurante” (J. B. Metz), dove la sicurezza ha preso il posto della salvezza.
 
La Scrittura è una casa ospitale dalle porte aperte, i cui abitanti dibattono con passione sulla vita e sulle scelte che la promuovono. E' prezioso anticorpo alle semplificazioni interessate, scuola di pensiero critico che ci spinge ad interrogarci sul senso del prendersi cura di sé, del prossimo, della città e della terra tutta.

 
Lidia Maggi
 
(articolo tratto da alzogliocchiversoilcielo.blogspot.com)

 

 
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