Quando il dottor Jamal Dakdouki ha chiesto alla madre quanti anni avesse il figlio che stava visitando, la donna ha risposto: “La prossima guerra, avrà otto anni”. A Gaza, gli anni si contano in conflitti: ogni estate nuovi scontri, e quest’anno non sembra fare eccezione, con l’ennesimo scambio di razzi lanciati tra un lato e l’altro del confine.
 
Il peso delle violenze, unito alla crisi umanitaria aggravata dalla chiusura dei valichi, ha distrutto un’intera generazione: i bambini e ragazzi di Gaza sono soli, depressi, affamati e senza sogni. Dakdouki è uno psicoterapeuta, direttore del The Galilee Society e membro dell’equipe di medici di Physicians for Human Rights – Israel, con cui si reca nella Striscia fra le 5 e le 6 volte all’anno.
 
Qui, lo psicoterapeuta istruisce dottori, operatori sociali, infermieri e a volte insegnanti a fronteggiare la crisi “invisibile” di Gaza, quella psicologica. L’ultima spedizione si è tenuta il 7 e 8 giugno. “Io entro a Gaza dal 2008. La situazione non è mai stata così miserabile, così difficile. Le condizioni sono disumane. Manca elettricità, acqua potabile, anche i medicinali più banali.
 
Senza contare che l’acqua di Gaza è contaminata e salata. Prendiamo il mare di Gaza: ci finisce tutta la sporcizia della Striscia. Il mare ora puzza, è sporco, non va bene neanche per nuotare”. Al quadro si aggiunge la disoccupazione, che fra i giovani supera il 60% e coinvolge anche quanti riescono a laurearsi, qualsiasi sia il loro campo di studio.
 
“Senza lavoro, si fa tanta fatica a vivere e andare avanti, a trovare un pezzo di pane, un pomodoro – commenta Dakdouki – e quando non ci si nutre bene, ciò colpisce anche lo stato psicologico delle persone. Sono deluse, depresse, affamate, e questo accresce tanti fenomeni sociali non desiderabili, come la violenza, l’aggressività, il suicidio”.
 
A causa del “tabù” sul suicidio non vi sono ricerche e dati ufficiali sul numero dei suicidi fra i giovani. Tuttavia, per Dakdouki è chiaro che il fenomeno sta diventando preoccupante, e riguarda soprattutto i ragazzi fra i 16 e i 25 anni. “Il suicidio viene dallo stress continuo – spiega lo psicologo – i giovani stanno sempre a Gaza, nessuno può muoversi, viaggiare. La vita non cambia, i giorni si assomigliano tutti.
 
Si svegliano, stanno a casa, poi vanno a dormire. Escono a fare qualche passeggiata, ma rimangono nel quartiere. Non c’è niente che li interessi, che li motivi, che porti a vivere e a sperare. Quando uno non ha speranze, pensa di morire: ‘Se non ho il diritto di vivere una vita serena, perché esisto?’ Per questo, al primo ostacolo affettivo, al primo conflitto con i genitori, sul lavoro, in una relazione amorosa, appena fallisce qualcosa, decidono di mettere fine alla loro vita”.
 
La sofferenza psicologica non riguarda solo gli adolescenti di Gaza, ma anche i più piccoli. “C’è un dato secondo cui circa il 90% dei bambini di Gaza è stato testimone di eventi traumatici: esplosioni, guerre, missili, sparatorie. Il 90% ha visto un altro ragazzo venire ucciso, imprigionato, ferito. Questo ‘mondo di guerra’ è vivo nella mente dei bambini.
 
Per questo tanti di loro hanno disturbi nel parlare, si fanno la pipì addosso, sono iperattivi, stressati, il livello d’apprendimento si riduce, non rendono più e c’è tanta dispersione scolastica. Non si sentono protetti, perché anche i loro genitori, fratelli e  sorelle maggiori sono danneggiati nella psiche. Così rimangono da soli, senza cure e attenzioni.
 
A ciò si aggiunge che mancano le basi nutrizionali: non c’è latte, carne e pesce. Ciò danneggia anche il sistema nervoso. I bambini li vedi nei campi di Gaza senza scarpe, vestiti male, e si vede che stanno male”. “D’altra parte – continua Dakdouki – mancano le strutture, i centri psicologici. Non ci sono psicologi abbastanza preparati per aiutarli, non ci sono centri che facciano diagnosi.
 
Si aspetta che la situazione peggiori e alla fine si va per terapia farmacologica dallo psichiatra, ma non dallo psicologo”. “L’occupazione, l’assedio, la mancanza di pace – conclude – distruggono queste generazioni, uccidono i loro sogni. La cosa grave è che i traumi avranno effetto pure a lungo andare: se anche un giorno ci fosse la pace, questi disturbi della personalità e le tracce di questa sofferenza andranno avanti per tantissimi anni. Il bisogno di cure psicologiche a Gaza è molto, molto urgente”.
 
 
(articolo tratto da www.asianews.it)
  

 
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