Le giovani conservano la fede più dei giovani? È ciò che sembra provare uno studio pubblicato congiuntamente dall’Institut catholique de Paris (IcP) e il Benedict XVI Centre for Religion and Society della St Mary’s University di Londra all’inizio del 2018. Questo rapporto sulla pratica religiosa dei giovani adulti dai 16 ai 29 anni in tutta Europa rivela differenze significative tra gli uomini e le donne, soprattutto in Francia.
 
Così, tre donne francesi su dieci di età compresa tra i 16 e i 29 anni s’identificano come cattoliche, contro soltanto due uomini su dieci. Una differenza che si ritrova anche nell’islam, visto che il 12 per cento delle giovani francesi s’identificano come musulmane contro l’8 per cento dei giovani.
 
«Le donne sono di fatto significativamente più inclini degli uomini a identificarsi con una religione perché la popolarità derivante dalla non appartenenza ad “alcuna” religione è più elevata tra i giovani francesi di 17 punti percentuali» (72 per cento contro 55 per cento), osserva Stephen Bullivant, l’autore dello studio, docente di teologia e di sociologia delle religioni alla St Mary’s University. Tale differenza tra i sessi è meno marcata nel Regno Unito, ma comunque esiste.
 
Questo fenomeno, evidente a livello della giovane generazione, si osserva anche nelle generazioni precedenti e riguarda tutte le aree geografiche. Nel 2014, uno studio del Pew Research Center dal titolo The gender gap in religion around the world, realizzato sulla popolazione di 192 paesi dai venti anni in su, ha mostrato che, a livello di popolazione mondiale, l’83,4 per cento delle donne s’identifica con un gruppo confessionale contro il 79,8 per cento degli uomini.
 
Questi 3,5 punti percentuali significano circa 97 milioni di donne in più rispetto agli uomini che affermano di credere in una religione. Inoltre, anche se lo scarto può essere più o meno consistente, non c’è un paese al mondo in cui il numero dei credenti superi quello delle credenti. Questi dati vanno comunque perfezionati, entrando nel dettaglio della pratica a seconda della religioni e delle aree geografiche.
 
Pertanto — prosegue l’indagine del Pew Research Center — in genere «tra i cristiani di molti paesi le donne dichiarano tassi di frequenza settimanale più elevati rispetto agli uomini. Ma tra i musulmani e gli ebrei ortodossi, gli uomini sono più inclini delle donne a dire che assistono regolarmente a servizi in una moschea o in una sinagoga».
 
Al contrario, in termini di preghiera quotidiana, la differenza tra le donne e gli uomini è particolarmente marcata: su un campione di 84 paesi, la media delle donne che dichiarano di pregare ogni giorno supera di 8 punti percentuali la media degli uomini. Come spiegare questo scarto? Molte ipotesi sono state avanzate nel corso della storia, ricorda l’indagine del Pew Research Center: questione di biologia, di psicologia, di genetica, di contesto familiare, di condizione sociale e di mancanza di «sicurezza esistenziale», provata da molte donne, generalmente più colpite degli uomini da povertà, malattia, vecchiaia e violenza.
 
La maggior parte degli studiosi ritiene che sia il frutto di una combinazione di diversi fattori, la cui importanza è oggetto di dibattito. Tra questi, il legame tra i livelli d’impegno religioso delle donne e la loro partecipazione al mercato del lavoro. Così, secondo lo studio del 2014, «le donne che fanno parte della popolazione attiva tendono a manifestare livelli d’impegno religioso più bassi delle donne che non lavorano fuori casa e non percepiscono uno stipendio», e ciò indipendentemente dall’età e dal livello di educazione.
 
Ma questo non spiega tutto. «La presenza dominante delle donne nelle parrocchie implica un’esperienza del fatto religioso concreto nella sua dimensione di relazione, di comunità, di rapporto con i sacramenti, più sviluppata nelle donne», osserva Jacques Arènes, professore all’IcP, che ha partecipato all’indagine del 2018. «La pratica religiosa si trasmette essenzialmente attraverso le donne e sono le madri a suscitare le vocazioni: così, quando le madri non sostengono più i sacerdoti, le vocazioni crollano».
 
E se lo scarto tra religiosità femminile e maschile si conserva nella nuova generazione, come tende a indicare lo studio del Benedict XVI Centre e dell’IcP, le cause potrebbero essere sensibilmente diverse da quelle che spiegavano lo scarto per le generazioni precedenti. «In Francia, l’appartenenza religiosa delle giovani non è segnata dagli stessi determinismi delle loro madri.
 
Nella generazione precedente le donne erano in maggior misura custodi del focolare domestico, della famiglia e di un certo conservatorismo, al punto che, dopo la guerra, alcune correnti politiche anticlericali si opposero all’estensione del diritto di voto alle donne in quanto “votavano come il parroco”». Questa concezione andava di pari passo con l’immagine molto sfruttata nel cinema e nella società, e talvolta vera, del marito che aspetta al bar mentre la moglie va a messa.
 
Oggi a svolgere un ruolo determinante nello scarto è la dimensione di prossimità nella trasmissione. Così, per quanto riguarda le donne dell’indagine dell’IcP e del Benedict XVI Centre, la «trasmissione della fede è presumibilmente avvenuta nel rapporto con la madre, in una certa complicità, laddove c’erano più mancanze tra genitori e figli», osserva Jacques Arènes, direttore dell’École de Psychologues praticiens dell’Institut catholique de Paris.
 
Perché? Jacques Arènes prosegue dicendo: «Come medico specialista osservo sempre più un’angoscia di trasmissione dal lato maschile; i padri fanno più fatica a trasmettere, s’interrogano sulla loro autorità, e i figli fanno più fatica a ricevere». Una constatazione da inquadrare in un altro mistero attuale: il crollo del livello scolastico dei ragazzi. «Dominano ancora nei settori elitisti, ma tra i giovani della media comune il livello dei ragazzi è molto al di sotto di quello delle ragazze.
 
Come le madri sono ancora spesso depositarie del quotidiano e del modo in cui si organizzano i riti, così lo sono per la trasmissione scolastica. Ebbene, fra madri e figlie si passano cose più dirette, più forti, con fenomeni d’identificazione che fanno sì che le figlie siano più coinvolte nelle questioni di trasmissione». Quindi la maggiore religiosità delle donne potrebbe non avere la stessa origine di trent’anni fa. Un’ipotesi che merita di essere esplorata.
 
 
(articolo tratto da www.osservatoreromano.va)
 

 
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