«Le mie radici sono ben piantate nella terra; i miei rami ogni autunno si caricano di frutti.
 
Spremuti, essi offrono un olio buono, che sa lenire ferite e addolcire tristezze. “Getsemani”: nella lingua di queste parti significa “Frantoio dell’olio”; per non dimenticare che le cose migliori si ottengono passando attraverso la strettoia della spremitura. Da molto sono qui in questo podere, a pochi passi dal torrente Cedron, testimone silenzioso di molte storie.
 
Ma non posso dimenticare la storia del profeta di Nazareth che veniva spesso qui a pregare. L’ultima volta che l’ho visto, era una serata strana. Ricordo bene come non si sentisse sicuro, anzi sembrava combattuto. Una lotta tutta interiore, ma che lo portava a sudare e a piangere. Sembrava che i suoi compagni non lo capissero più e lui mi appariva così solo!

Ascoltavo le sue parole bisbigliate; chiamava Dio tra i gemiti, con la stessa paura e al contempo con la stessa fiducia di un bambino che cerca la mano di suo padre. Da una parte avrebbe voluto fuggire lontano; parlava di un calice amaro che non avrebbe voluto bere. Dall’altra parte restava lì, cercando di accogliere fino in fondo un destino che io non conoscevo».

Così mi sembrava che mi sussurrasse uno degli ulivi secolari del Getsemani mentre, a Gerusalemme, tentavo di immaginare la “lotta” (l’agòne) di Gesù e mi chiedevo come può essere possibile che il Figlio di Dio abbia sofferto tanto.
La Lettera agli Ebrei ne parla in 5,7-9: «Nei giorni della sua vita terrena egli offrì preghiere e suppliche, con forti grida e lacrime, a Dio che poteva salvarlo da morte e, per il suo pieno abbandono a lui, venne esaudito.
 
Pur essendo Figlio, imparò l'obbedienza da ciò che patì e, reso perfetto, divenne causa di salvezza eterna per tutti coloro che gli obbediscono». Rileggendo queste righe, però, qualcosa non torna. Se Gesù ha supplicato il Padre «passi via da me questo calice» (Mt 26,39), l’ha chiesto perché era convinto che Dio «poteva salvarlo da morte».
 
Ma allora, perché afferma l’autore sacro che «venne esaudito» (in greco: eisakousthéis = essendo stato ascoltato, esaudito), quando invece a Gesù la morte non fu risparmiata? Comunemente si tende ad aggirare questo problema, dicendo che Dio ha salvato Gesù dalla morte nella sua risurrezione; oppure si dice che egli è stato sottratto al potere della morte, trasformata da Dio in un’esaltazione di gloria.
 
Non vorrei sembrare irriverente, ma non aveva forse Gesù chiesto altro al Padre in quella notte? Non aveva chiesto di essere salvato dalla morte imminente che vedeva profilarsi all’orizzonte del giorno successivo? Certo, nel suo cammino verso Gerusalemme era consapevole di ciò che si sarebbe consumato a breve, e più volte aveva tentato di renderne consapevoli anche i suoi discepoli (cfr. Mt 16,21).
 
Ma ciò non toglie la sua fatica di aderire a questa prospettiva. Come afferma sant’Agostino, la volontà umana che il Figlio di Dio ricevette nel farsi uomo, dovette lottare duramente; non diversamente da ciò che avviene per ciascuno di noi nel momento in cui siamo immersi nel crogiuolo della prova.
 
Se l’umanità di Cristo è qualcosa di reale, non possiamo presumere che l’agonia del Getsemani sia stata solo la tentazione di un momento, subito superata dalla consapevolezza divina del piano salvifico del Padre a favore dell’umanità. Questa domanda mi ha subito riportato con la mente ad una conversazione che Dio mi ha dato la grazia di fare con l’attuale vescovo di Segovia, mons. César Augusto Franco Martínez, una sera d’estate di quattro anni fa.
 
Eravamo sul terrazzo del convento di S. Salvatore a Gerusalemme. Spiegando punto per punto il testo greco di Eb 5, il biblista spagnolo mi disarmò nel mostrarmi che questi versetti risultano coerenti se tradotti in modo più vicino alla lettera del testo: «Cristo, nei giorni della sua vita terrena, avendo offerto preghiere e suppliche con forti grida e lacrime a colui che poteva salvarlo da morte, ed essendo degno di essere ascoltato a causa della sua pietà, poiché era figlio, imparò l’obbedienza da ciò che patì».

La traduzione propostami da César Augusto è perfettamente aderente al testo greco e chiarissima [cfr. C.A. Franco Martínez, «Hebreos 5,7-8 y la oración de Jesús en Getsemaní», EstBib 70 (2012) 521-546]. Forse troppo chiara e scandalosa... Gesù aveva tutte le carte in regola per essere ascoltato dal Padre nella sua supplica: non solo era dotato di profonda pietà, ma soprattutto era figlio!
 
Il testo chiama Dio “colui che poteva salvarlo da morte” proprio perché questo fu il contenuto della preghiera di Gesù: «Salvami da quest’ora!» (Gv 12,27). Ma, evidentemente, questa preghiera non fu ascoltata! Così Gesù poté imparare fino in fondo l’obbedienza da ciò che patì. Questa conversazione notturna sui tetti di Gerusalemme mi aprì così la mente ad una comprensione più profonda di quella terribile conversazione notturna, avvenuta duemila anni fa a poche centinaia di metri di distanza, tra il Figlio di Dio e un Dio divenuto improvvisamente distante e sordo.
 
Il non essere ascoltato dal Padre divenne per Gesù una scuola di obbedienza. In che senso? Se Gesù avesse sperimentato soltanto lontananza e silenzio, sarebbe fuggito, forse. Quella notte, però, egli non cessò di confidare nel Padre; è quanto suggerito dalla parola greca eulabéia (= pietà). Gesù non abbandonò la propria fiducia profonda in lui, nonostante la terribile esperienza di non sentirsi ascoltato.
 
E così la sua confidenza e la sua comunione col Padre assunsero i tratti dell’obbedienza, che in greco è hypakoè, ovvero “ascolto da sotto”, un ascolto prestato in posizione di sottomissione. In questo senso egli, il Figlio di Dio sottomesso al Padre, diventa «causa di salvezza eterna per tutti coloro che gli obbediscono» (Eb 5,9).
 
Fu infatti questa esperienza estrema non risparmiata al Cristo a renderlo pienamente solidale agli uomini; la sua incarnazione si compì pienamente nella sua passione, quando egli percorse le lande più desolate e solitarie che un uomo percorre. Ed è per questa condivisione profonda, imparata appunto nei suoi patimenti, che egli può fungere da vero e sommo sacerdote, ovvero “mediatore perfetto” tra Dio e l’umanità.

Alle nostre fughe dalla realtà, ai nostri dinieghi di fronte ad una sofferenza semplicemente da accogliere e riconoscere, alle nostre pretese che il reale debba sempre essere rispondente all’idea che abbiamo in testa, l’obbedienza imparata dal Cristo dice una parola chiara: obbedisci anche tu! Obbedisci alla storia che stai vivendo, obbedisci alla responsabilità che hai liberamente accolto, obbedisci alla Parola di Dio che non cessa di istruirti anche nella prova.

 
Mirko Montaguti
 
(articolo tratto da www.messaggerocappuccino.it)

 

 
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