Dopo i musulmani del Gujarat, dopo i cristiani dell’Orissa, adesso tocca agli stessi indù che non la pensano come loro. Sta facendo discutere in queste ore in India l’aggressione fondamentalista di cui è stato vittima lo swami Agnivesh, un’ottantenne indù molto noto per le sue battaglie in difesa del rispetto dei diritti umani in India.
 
Un gruppo di giovani appartenente ai movimenti legati alla galassia del Bjp – il partito nazionalista del premier Narendra Modi – lo ha attaccato martedì all’uscita di un albergo nel distretto di Parkur, che si trova nello Stato del Jharkhand, dove si trovava per partecipare a un’iniziativa promossa dalle popolazioni locali di etnia santal, in difesa dei propri diritti sulle terre. Lo swami Agnivesh – nel suo abito color zafferano – è stato gettato a terra e umiliato spogliandolo del suo turbante.
 
Emblematica l’accusa rivolta dai giovani all’esponente indù: «Sei qui per convertire i tribali al cristianesimo». Un’accusa che non deve stupire: lo swami Agnivesh è una figura da decenni impegnata nel dialogo interreligioso; ha partecipato più volte – ad esempio – agli incontri delle religioni per la pace organizzati dalla Comunità di Sant’Egidio nello Spirito di Assisi.
 
E, coerentemente con questa presenza, è stato sempre a fianco dei cristiani nel denunciare le campagne promosse contro di loro dai movimenti nazionalisti indù. Basta questo oggi in Jharkhand per finire nel mirino dei movimenti fondamentalisti indù, che da quando sono arrivati al governo di questo Stato indiano nel 2014 hanno fatto salire alle stelle le tensioni tra gruppi religiosi.
 
Anche se è evidente che a dare fastidio è in realtà ben altro: la manifestazione alla quale lo swami Agnivesh avrebbe dovuto partecipare mirava a denunciare il tentativo delle autorità locali di modificare la legislazione locale che tutela i tribali riguardo ai diritti sulle terre in cui vivono da sempre.
 
E sulle quali oggi grandi gruppi economici hanno messo gli occhi. Nell’India di Modi, però, è evidentemente più comodo dipingere lo swami Agnivesh come qualcuno al servizio «degli stranieri» (e infatti dopo l’aggressione fisica in queste ore stanno continuando a diffamarlo anche sui social network).
 
Un’ultima annotazione: tutto questo avviene nello stesso Stato – il Jharkhand – dove si trova Ranchi, la città dove è scoppiato lo scandalo della compravendita di neonati che vede al centro le Missionarie della Carità, le suore di Madre Teresa. E forse può anche aiutare a capire come mai una vicenda che – pur gravissima – riguarda una sola delle 244 case delle Missionarie della Carità in India, si stia trasformando in un processo mediatico sommario a carico di Madre Teresa e di tutte le sue suore.
 
 
Giorgio Bernardelli
 
(articolo tratto da www.mondoemissione.it)
  

 
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