In occasione della pubblicazione del libro Le organizzazioni non profit e le forme di partnership con gli enti pubblici nella riforma del Terzo settore (Bononia University Press), Retesicomoro ha rivolto alcune domande all’autore, il prof. Alceste Santuari, docente di Diritto dell’economia degli enti non profit e di Partenariati pubblico-privati all’Università di Bologna e autore di numerosi saggi e articoli sul non profit.
 
Prof. Santuari, lei ha già scritto alcuni volumi sulle organizzazioni non profit: perché un nuovo volume sul tema?
 
Il volume prende le mosse dall’esigenza di fornire agli studenti del corso di laurea magistrale in Management dell’economia sociale dell’Università di Bologna – Campus di Forlì un manuale di studio e di approfondimento delle questioni giuridiche correlate agli enti non profit e, in particolare, alla loro dimensione collaborativa (termine sui cui vorrei tornare più tardi) con le istituzioni pubbliche. La recente riforma del Terzo settore (legge delega e decreti attuativi, alcuni dei quali in fase di correzione e integrazione) costituisce la cornice all’interno della quale il volume si colloca.
 
Può sintetizzare le novità introdotte dalla riforma del Terzo settore?
 
Le organizzazioni non profit nel corso degli ultimi decenni hanno subito una trasformazione, che incide sia sulla loro organizzazione interna sia sulla percezione che nella società civile di queste organizzazioni si ha. In particolare, esse hanno sviluppato una chiara matrice economico-imprenditoriale, che permette alle stesse di risultare soggetti non lucrativi idonei ad erogare servizi di interesse generale. La riforma del Terzo settore identifica gli ambiti di interesse generale in cui gli enti non profit sono chiamati ad operare e valorizza e rafforza le finalità di pubblica utilità che le organizzazioni non profit perseguono. Nell’ambito di queste finalità, le organizzazioni non profit sono legittimate a svolgere attività aventi rilevanza economico-imprenditoriale.
 
Sottolinea l’importanza delle finalità perseguite dagli enti non profit: non è stato forse sempre così?
 
La riforma segna una cesura profonda con l’impostazione giuridico-culturale precedente: l’ordinamento giuridico afferma che ciò che definisce (anche sul piano dell’identificazione della tipologia giuridica soggettiva) le organizzazioni non profit è la finalità e non l’attività. In epoca pre-riforma, il fatto che le realtà “caritatevoli” non potessero gestire attività (commerciali), in quanto queste ultime avrebbero snaturato il DNA delle organizzazioni stesse permeava – prima facie – l’approccio nei confronti delle organizzazioni non lucrative. La finalità finiva per essere quasi un “di cui”, invece che il fulcro dell’azione delle organizzazioni non profit. E un simile atteggiamento ha contribuito a far nascere sospetti e diffidenza nei confronti di organizzazioni il cui obiettivo esclusivo risiede nell’assicurare – insieme alle istituzioni pubbliche – che i cittadini possano fruire di servizi di qualità e accessibili a tutti, e, conseguentemente, possano essere garantiti i livelli essenziali delle prestazioni sociali e civili, così come previsto dall’art. 117, comma 2, lett. m). della Costituzione.
 
Perché tanta insistenza, anche nel titolo del suo volume, sulla partnership tra pubbliche amministrazioni e non profit? Non si corre il rischio di far diventare i corpi intermedi serventi rispetto al pubblico?
 
Certamente. Sia la Costituzione, sia la l. n. 833/1978, che ha istituito il Servizio Sanitario Nazionale (di cui quest’anno ricorrono i 40 anni), solo per citare una delle leggi ordinarie che hanno dato attuazione ai principi costituzionali, riconoscono il ruolo e l’azione delle organizzazioni non profit. In questa direzione, anche la legge n. 328/2000 e il dpcm 30 marzo 2001 hanno riconosciuto e valorizzato in modo significativo l’apporto delle organizzazioni non profit nelle attività, progetti e interventi di welfare socio-sanitario. Tuttavia, è bene rimarcare che la riforma del Terzo settore ha avuto il pregio di traslare questo approccio ancorato al principio di sussidiarietà – sancito dall’art. 118, u.c. Cost. – in un testo normativo organico, al quale sia gli enti locali sia le organizzazioni non profit possono attingere per definire i loro reciproci rapporti di collaborazione.
 
Leggendo il volume, si coglie nitida l’impressione che lei differenzi tra gare d’appalto ed altre forme di collaborazione: è corretta questa lettura?
 
Il volume analizza nel dettaglio la questione dei rapporti intercorrenti tra enti non profit ed enti locali (comuni, singoli e associati, e aziende sanitarie). Muovendo dal contesto europeo, che si dimostra attento e valorizzatore delle istanze sociali insite nell’agire non profit, il manuale approfondisce il quadro normativo e giuridico (con molti riferimenti giurisprudenziali) che presidia l’organizzazione e l’erogazione dei servizi di interesse generale. In forza delle loro specifiche caratteristiche e beneficiari – come riconosciuto dalla Corte europea di giustizia – i servizi in parola trovano nelle organizzazioni non profit i loro – direi – naturali erogatori. Ma non solo: il Codice del Terzo Settore (d. lgs. n. 117/2017) stabilisce che gli enti non profit partecipino anche alla programmazione e progettazione dei servizi da erogare.
 
Quindi la riforma ha introdotto un nuovo paradigma di relazioni tra enti non profit e istituzioni pubbliche?
 
La configurazione moderna delle organizzazioni non profit, in specie nella loro veste di imprese sociali, operano quali unità di produzione di servizi ed interventi sul territorio, soprattutto a favore delle fasce più fragili della popolazione. Quest’ultima esprime istanze ed esigenze che non trovano sempre una risposta preconfenzionata da parte delle istituzioni locali, che peraltro sono anche in difficoltà in termini di risorse finanziarie. Enti locali ed enti non profit sono dunque chiamati ad una collaborazione che non metta al centro soltanto la produzione del servizio / intervento, ma anche – e personalmente ritengo soprattutto – la visione che attraverso la programmazione condivisa quel servizio ovvero quell’intervento intende realizzare e proporre. In questa cornice istituzionale, l’ente locale invita le organizzazioni non profit a formulare proposte di azione e progettuali che siano in grado di delineare percorsi di interventi sostenibili, equi, partecipati e inclusivi. Ciò significa considerare i criteri qualitativi, di esperienza nel servizio, il rispetto dei contratti collettivi applicati, nonché la formazione e qualificazione interna, e tutti gli altri criteri e aspetti che le stazioni appaltanti sono di regola chiamate a valutare, in una dimensione in cui il principio costituzionale del buon andamento della pubblica amministrazione (art. 97) si salda in modo organico e logico con i principi di solidarietà, di libera espressione della società civile e di iniziativa economica.
 
Il volume può essere uno strumento di lavoro anche per gli operatori non profit, per i professionisti e per i funzionari e dirigenti della Pubblica Amministrazione?
 
Ritengo che il linguaggio utilizzato, la giurisprudenza citata, nonché i molti richiami incrociati di argomenti possano rendere il volume adatto per i professionisti (avvocati, commercialisti, notai), per gli enti del terzo settore (fondazioni, associazioni, cooperative sociali) e per gli enti locali e le ASL (assessori, dirigenti, direttori di unità, di strutture, ecc.).
 
 
 
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