Il tema vocazionale, dal punto di vista ad gentes, è scottante e interpella ogni comunità cristiana. Solitamente l’enfasi, per ovvie ragioni di necessità ed opportunità, è posta sul calo delle vocazioni ad intra, cioè quelle sacerdotali, religiose e di speciale consacrazione, che sono chiamate a svolgere il loro servizio pastorale all’interno dei confini del nostro Paese.
 
Eppure, il fenomeno della cosiddetta decrescita vocazionale interessa anche i missionari/e ad gentes, vale a dire di coloro che si consacrano per annunciare e testimoniare il Vangelo in terre geograficamente lontane o comunque straniere. A questo proposito s’impone necessariamente una seria riflessione, non foss’altro perché come leggiamo nel Decreto del Concilio Vaticano II sull’attività missionaria della Chiesa Ad Gentes: «la Chiesa è per sua natura missionaria ».
 
Questa dimensione, stando al magistero di papa Francesco, è quella che rappresenta in modo efficace, come paradigma, la «Chiesa in uscita» capace d’intercettare le periferie geografiche ed esistenziali del nostro tempo. A questo proposito, con sano realismo, dobbiamo riconoscere che i numeri delle vocazioni missionarie italiane non sono confortanti. Secondo i dati forniti dalla fondazione Missio, organismo della pastorale missionaria della Cei, il numero dei missionari italiani oggi si attesta intorno alle 8mila unità.
 
Entrando nel dettaglio, e facendo un confronto con quanto è avvenuto nel corso degli ultimi vent’anni, i dati dicono che diminuiscono i missionari con vocazione ad vitam (cioè sacerdoti appartenenti a società di vita apostolica, religiosi e religiose), ma aumentano i laici che decidono di fare un’esperienza missionaria per qualche anno/o qualche mese (famiglie o singoli).
 
Il picco dei missionari italiani inviati in tutti i continenti si registrò nel settembre del 1990: in occasione del Convegno missionario nazionale di Verona se ne contavano 24.250 (di cui circa 800 laici, 700 fidei donum, mentre il resto erano prevalentemente religiosi/e). Poi il calo graduale, fino al dato di 15mila nel 2000 (registrato in una ricerca dell’Ufficio di Cooperazione missionaria tra le Chiese) che faceva dell’Italia il secondo Paese al mondo per invio di missionari (dopo la Spagna, con circa 19mila).
 
Nel 2008, il numero è sceso a 10mila e alla fine del 2014 si è attestato attorno alle 8mila unità (3.000 laici, 500 fidei donum, mentre il resto sono ad vitam). Non è facile avere un quadro attuale dei missionari che fanno parte dei vari istituti esclusivamente ad gentes, ma alla fine del 2008 la Conferenza degli Istituti missionari italiani (Cimi) contava 2.100 italiani in missione.
 
Per spiegare questo numero, però, c’è da precisare che della Cimi fanno parte solo le famiglie ad gentes (ovvero Pime, Missionarie dell’Immacolata, Missionari Comboniani, Missionarie Comboniane, Missionari della Consolata, Missionarie della Consolata, Missionari Saveriani, Missionarie di Maria – Saveriane –, Missionari d’Africa – Padri Bianchi –, Società Missioni Africane, Missionarie di Nostra Signora degli Apostoli, Missionari Verbiti, Missionarie Mariste, Francescane Missionarie di Maria).
 
Una lettera del maggio 2009 scritta dalla Cimi ai vescovi italiani denunciava il continuo calo dei missionari ad vitam (appartenenti a congregazioni religiose o istituti di vita apostolica ad gentes) e l’innalzamento della loro età media, che si attestava intorno ai 63 anni. Attualmente è attorno ai 68 anni. Se, allora, di crisi stia- mo parlando, dobbiamo riconoscere che essa consiste nella discontinuità, un passaggio che segna una differenza marcata tra un prima e un dopo.
 
Ecco che allora il cambiamento della domanda vocazionale nella società italiana dice come occorra rinnovare in profondità le modalità dell’annuncio evangelico, in un mondo villaggio globale, nella consapevolezza, come dice papa Francesco, che «la Chiesa è missionaria per natura; se non lo fosse, non sarebbe più la Chiesa di Cristo, ma un’associazione tra molte altre, che ben presto finirebbe con l’esaurire il proprio scopo e scomparire».
 
Queste parole, tratte dall’incipit del suo messaggio in occasione della Giornata missionaria mondiale 2017, la dicono lunga su un’urgenza ecclesiale che non può essere disattesa, prendendo davvero coscienza del mandatum novumaffidato duemila anni fa da Gesù agli apostoli. È, infatti, evidente che in un mondo in rapida evoluzione – in una stagione della storia segnata da profonde ferite, lacerazioni e ricerche di una speranza che non deluda – oggi più che mai occorre riaffermare la responsabilità missionaria delle Chiese locali.
 
Tutto ciò nella consapevolezza che sia la visione teologica, come anche le relative declinazioni della missione, non possono prescindere da quegli uomini e quelle donne che hanno fatto la scelta di andare, fino agli estremi confini del mondo.
 
 
Giulio Albanese
 
(articolo tratto da www.avvenire.it)

 

 
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