Dopo la lavanda dei piedi, dopo i discorsi di addio, dopo che Giuda se n’è andato, dopo il comandamento nuovo, Gesù per l’ultima volta rivela chi lui è; per l’ultima volta adopera la formula «io sono». L’ha già adoperata tante volte. Ha detto «io sono il pane», «la luce del mondo», «la porta», «il pastore», «la via» (Giovanni 6, 35; 8, 12; 10, 7.9.11; 14, 6). Ora aggiunge: «io sono la vera vite» (Giovanni 15, 1).
 
Il profeta Osea aveva paragonato Israele a una vite rigogliosa che produceva frutto in abbondanza (cfr. Osea 10, 1); il profeta Isaia aveva cantato l’amore di Dio per questa vigna, una vigna che lui stesso ha coltivato, curato, liberato dai sassi, zappato, potato, ma in cambio quale frutto ne ha ricavato?
 
Nessuno! Il viticoltore si aspettava l’uva, la vigna non ha risposto alle cure prestate, ha dato «acini acerbi» (cfr. Isaia 5, 1-5). La vite non ha portato frutto. Gesù dichiara: «Io sono la vite vera», cioè la vite che non si è inselvatichita, ma che dà frutto abbondante. Lui è la vite amata e curata dal Padre, l’Israele fedele che risponde ai doni di Dio.
 
Gesù è la vite, quelli che credono in lui sono i tralci. Il Padre riversa ogni sua cura sulla vite e sui suoi tralci. Perché la vite dia frutto bisogna tagliare i tralci sterili, inutili, e bisogna potare gli altri. E questo il Padre lo opera innanzitutto attraverso la sua parola che «è viva, efficace e più tagliente di ogni spada a doppio taglio; penetra nel punto di divisione dell’anima e dello spirito, delle giunture e delle midolla e scruta i sentimenti e i pensieri del cuore» (Ebrei 4, 12). La parola di Dio ci pota, ci lavora.
 
Gesù si è lasciato potare dalla parola ascoltata, pregata, vissuta, si è lasciato potare dagli uomini, dagli eventi, fino a perdere la vita per amore e dare come frutto la resurrezione, la salvezza di tutti gli uomini. Quante cose hanno detto di lui! L’hanno accusato di essere indemoniato, di trasgredire la Legge, di bestemmiare Dio; i suoi discepoli, quelli che gli stavano vicino e condividevano la sua vita, spesso non lo capivano, fraintendevano le sue parole, cercavano i primi posti; uno di loro l’ha tradito, gli altri sono fuggiti.
 
Si dice che la vite pianga quando viene potata; le potature fanno soffrire, ma se le viviamo nella fede e nell’abbandono al Signore vediamo non solo le potature ma anche il frutto, un frutto che a volte è nascosto, a volte già visibile. Ci accade, a volte, quando preghiamo, di sentire una pace profonda dentro di noi; ci accade, a volte, nella sofferenza, di sentire che non siamo soli, di percepire che il Signore sostiene la nostra volontà di amare.
 
E allora poco per volta il desiderio del Signore diventa il nostro, la nostra domanda di dare frutto, di vivere cioè una vita dietro a Gesù dando frutti di pace, pazienza, carità, viene esaudita, e noi cominciamo a diventare discepoli. «Se rimanete nella mia parola, sarete veramente miei discepoli» (Giovanni 8, 31), ha detto Gesù. Per dare frutto bisogna rimanere, cioè aderire fedelmente al Signore, alla sua parola.
 
Restare, rimanere, perseverare: sono immagini estranee al nostro mondo in cui si fanno le cose per un momento, per un attimo finché dura il piacere, finché c’è la novità, finché ci si guadagna un certo successo. Nella parabola del seminatore per indicare quelli che alla prima difficoltà si abbattono si dice che sono próskairoi, cioè che vivono nel momento (cfr. Marco 4, 17). In questo momento mi va di fare questa cosa, in un altro momento non mi piace più; la regola della mia vita è il piacere immediato, momentaneo.
 
Il cristiano invece rimane nel Signore, qualunque cosa faccia, pensi, dica, di giorno e di notte sta con il suo Signore, perché sa che senza di lui la sua vita non ha senso. «Senza di me non potete fare nulla» (Giovanni 15, 5). Non facciamo i cristiani a ore, a momenti, accettando un servizio solo finché ci piace o abbiamo il consenso degli altri! Viviamo in Cristo, tutto facendo con Cristo, per Cristo, in Cristo.

 
Sorelle di Bose
 
(articolo tratto da www.osservatoreromano.va)

 

 
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