“La prassi interculturale come sfida missionaria. Missione e interculturalità” è il tema del XII Simposio di Limone della Famiglia Comboniana – missionari comboniani e comboniane, laici comboniani e missionarie secolari – svoltosi a Limone sul Garda dal 3 al 6 aprile 2018. Obiettivo: riflettere sulla prassi interculturale come nuovo paradigma della missione anche in Europa, continente che comboniani e comboniane considerano ormai come “terra di missione”, non più solo come luogo di invio del personale.
 
Al simposio hanno partecipato anche confratelli e consorelle originari di altri continenti che prestano il loro servizio in Europa. Il numero dei partecipanti sono stati trentasei e dodici le nazionalità rappresentate. Nell’introduzione ai lavori, padre Giorgio Padovan, segretario provinciale della missione, si è riallacciato al tema del simposio del 2017 “Verso una nuova Europa: da migranti a cittadini”, ricordando come una delle conclusioni sia stata quella di ripensare il modo di essere comunità cristiana nel vecchio continente.

Nella prima relazione, padre Palmiro Mileto, comboniano, con una lunga esperienza accademica in Africa, ha proposto una riflessione su “Le prospettive interpretative dell’interculturalità e alterità”. Padre Mileto ha delineato una grammatica dell’intercultura, definendo termini e concetti – quali pluriculturale, multiculturale, interculturale, transculturale, identità e alterità – e applicandoli alla prassi missionaria.
 
L’interculturalità comporta un processo di decostruzione e di decolonizzazione del nostro immaginario culturale (e missionario), una vera e propria conversione culturale, sia a livello personale che comunitario, spirituale e strutturale. Il destino del cristianesimo nel terzo millennio si giocherà con ogni probabilità sul complesso cantiere dell’interculturalità.

Alla relazione hanno fatto seguito le narrazioni di esperienze interculturali di Yodit Abraha, etiopica, psicologa e mediatrice culturale a Palermo e di Rosineide Lima, suora comboniana brasiliana attualmente impegnata nell’animazione missionaria tra i giovani in Portogallo. Tommaso Carturan, laico comboniano e antropologo di Bologna, ha condiviso l’esperienza di Arte Migrante, progetto di cui è ideatore, che offre uno spazio dove giovani e senza fissa dimora provenienti da diversi paesi possono fare partecipi gli uni degli altri le proprie storie di vita, sogni e conoscenze.
 
Nella seconda giornata del simposio, Gaetano Sabetta, laico impegnato in progetti missionari di dialogo interreligioso in India e docente all’Università Urbaniana di Roma, è intervenuto sul tema “Vangelo in dialogo con le culture e le religioni. Il contributo dell’incontro tra religioni all’interculturalità nella prospettiva dell’ortogenesi ecclesiale”.
 
Sabetta ha presentato un nuovo modello di missione – ma anche di teologia – interculturale, proprio delle Chiese in Asia, cioè quello del “triplice dialogo” con le culture, le religioni e le povertà, che va oltre il modello dell’inculturazione. Questo modo di fare missione e teologia – comparativa, dialogica, interreligiosa – non toglie nulla all’unicità di Cristo, che viene anzi riscoperta in maniera più intellegibile dalle altre tradizioni religiose.
 
Il tema è stato approfondito in alcuni laboratori, coordinati da Carmelo Dotolo, decano della Facoltà di Missiologia dell’Università Urbaniana. Nella giornata conclusiva, padre Giuseppe Crea, comboniano, docente all’Istituto di psicologia dell’Università Salesiana di Roma, ha affrontato il tema della “Mediazione delle identità multiculturali nelle comunità multietniche. Formazione alla mediazione culturale”.
 
La mediazione – sostiene Crea –, inizia con la perdita delle proprie certezze, condizione sine qua non per decodificare pregiudizi e stereotipi e attivare con creatività percorsi formativi e missionari di interculturalità. La narrazione di esperienze interculturali da parte di due comboniani africani, il togolese Nordjoe Yao Djodjo Eugene e il kenyano Sireu Ang’Irotum Abraham, che lavorano in Europa, ha contribuito a integrare la riflessione psicologica.

Anche la liturgia è stata caratterizzata interculturalmente, grazie alla biblista popolare Maria Soave Buscemi, che ha sviluppato una riflessione su testi biblici in chiave interculturali e in un’ottica femminista, con segni e gesti che univano la vita, la fede e la missione. Nella fase conclusiva del simposio, padre Mario Menin, missionario saveriano, e Yamileth Bolanos, suora comboniana – le due “antenne” – hanno assistito i partecipanti alla enucleazione di alcune idee centrali.
 
Ne è emersa l’importanza di favorire e accompagnare luoghi e spazi interculturali nelle realtà che ci vedono impegnati: nei nostri istituti missionari, nei movimenti popolari e associazioni, nelle parrocchie e diocesi, nella politica e nella società, tra i migranti, i poveri, i giovani, le religioni. Per sognare una nuova Pentecoste, una Chiesa e società capaci di accogliere la risorsa della diversità, la ricchezza dell’incontro e dialogo, per una convivenza giusta e fraterna. L’interculturalità diventa così uno stile di vita e un paradigma di fare ed essere missione. .
 
 
Mario Menin e Giorgio Padovan
  

 
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