In quale modo l’arte racconta l’esperienza della luce?
 
“Dolce è la luce e agli occhi piace vedere il sole, afferma il libro dell’Ecclesiaste (11,7). La luce, concreta e intangibile, permette di vedere la realtà nella sua singolarità, creando relazioni, dando profondità ai volumi, ma soprattutto è all’origine dell’esperienza del sacro, del divino che illumina e trasfigura la storia dell’uomo.
 
In una costante dialettica tra vita e morte, tra gloria e dramma, ‘vedere’ la luce significa dare un orientamento al cammino dell’uomo, discernendo il bene e il male, facendo affiorare la presenza luminosa di Dio al cuore della storia. Sono questi i grandi temi dell’arte: riconoscere attraverso la luce il Dio della vita. In che modo la messa in scena della luce nell’arte fa affiorare la relazione tra Dio e uomo?”
 
 
Perché, nel mondo contemporaneo, si è creata una frattura la frattura tra arte e chiesa, nonostante gli appelli di molti papi?
 
“Dal punto di vista simbolico, a partire dall’Illuminismo, la Chiesa sembra avere perso il contatto con il mondo contemporaneo. Abbiamo la sensazione che sia rimasta nostalgicamente a un tempo passato, che non abbia più nulla da dire…  Oggi, che si tratti di uno sfolgorante neo-bizantino, con improbabili sfondi dorati da carta per cioccolatini, o di un asettico neo-primitivismo medioevale, oppure di un’inquietante rivisitazione di modelli rinascimentali, barocchi e rococò, rimodulati anche nei loro aspetti più sensuali e provocatoriamente ambigui, colpisce il modo con il quale l’immagine liturgica rifiuta il tempo presente.
 
Occorre riconoscere che spesso l’arte ‘laica’ sembra meglio affrontare i grandi temi dell’uomo (chiaramente in chiave non sempre confessionale, anzi) piuttosto che l’arte liturgica, malgrado gli appelli di molti papi, rimasti purtroppo inascoltati. La frattura arte e fede continua e non accenna a essere colmata”.
 
 
In quale modo l’arte sacra oggi racconta Dio?
 
“Di fatto, la grande arte sacra del passato ha lasciato oggi il testimone all’immagine devozionale, di cui possiamo constatare il carattere pedagogico, la preoccupazione di illustrare esattamente i misteri della fede. Tuttavia, quando entriamo nelle nostre chiese, restiamo troppo spesso delusi nel trovarci di fronte a immagini seriali, prefabbricate, superficiali.
 
Un mondo vuoto, di plastica, falsamente ingenuo, senza contatto col reale: disincarnato. Le immagini si esauriscono in semplice didascalia, limitandosi a colpire emotivamente il fedele, attraverso sguardi di Gesù o di santi languidi e consolatori, mielosi e seducenti. L’arte liturgica di oggi sembra essersi svuotata della sua potenza simbolica, dimenticando che l’immagine cultuale pone davanti a noi una presenza, non la semplice rappresentazione di un soggetto sacro, malgrado la sua correttezza iconografica.
 
E’ come se l’uomo di oggi avesse smarrito la sua identità ‘religiosa’ più profonda, il suo essere ‘homo simbolicus’. In questo senso, potremmo dire che molta arte liturgica contemporanea ha perduto la sua ‘missione’ di unire immanenza e trascendenza, contingenza ed eterno, relativo e assoluto, per cadere in un’illustrazione esteriore e superficiale del mistero di Dio. E’ forse il segno di una fuga dai problemi del nostro tempo, di una fede scollata dai problemi di oggi?"
 
 
Simone Baroncia 
 
(articolo tratto da www.acistampa.com) 
 
 
 
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