Tornata a fine febbraio dal Sud Sudan, dove per tre settimane ha collaborato in un dispensario di Juba (la capitale) per un progetto di formazione del personale infermieristico, Francesca Villanova delle Piccole Apostole della Nostra Famiglia di Conegliano ci racconta la sua esperienza.
 
«L’Ovci-La Nostra Famiglia, l’organizzazione di volontariato per la cooperazione internazionale cui faccio riferimento – spiega Francesca –, è presente nel Sud Sudan dal 1983, su richiesta congiunta dell’allora vescovo di Khartoum, mons. Baroni, e dell’arcivescovo di Juba, per svolgere attività di salute di base, educazione e riabilitazione di bambini affetti da patologie disabilitanti.
 
Da allora La Nostra Famiglia (in arabo “Usratuna”) ha contribuito a diffondere una cultura della vita anche per questi bambini disabili, che in altri frangenti venivano abbandonati o addirittura soppressi, soprattutto per questioni culturali. Oggi giorno vediamo arrivare tantissimi bambini ad Usratuna e negli ultimi anni anche dei papà in atteggiamenti teneri e premurosi nei confronti dei loro figli».

 
Questa non è la tua prima volta in Sud Sudan, giusto?
«Sì, sono stata a Juba già tre volte: nel 2013, poi sette mesi nel 2015 e ora nel mese di febbraio. Mi sono sempre dedicata all’attività del dispensario che abbiamo lì e mi sono occupata in modo particolare di epilessia, malattia molto diffusa a causa della malaria. Ne sono affetti molti bambini ma anche adulti che accedono al nostro centro quotidianamente.
 
Nel corso di un anno vediamo più di due mila persone affette da epilessia. Riusciamo a fornire loro le medicine in modo gratuito, grazie a donazioni e sovvenzioni che continuiamo per fortuna ad avere».

 
Hai notato dei cambiamenti a distanza di anni?

«Purtroppo nel corso delle mie varie permanenze ho visto un peggioramento della situazione politica e sociale. Il conflitto che sconvolge questo Paese da più di cinquant’anni, dopo una pace apparente, è diventato dal 2013 un conflitto etnico. Le truppe paramilitari Dinka hanno ucciso migliaia di persone Nuer nella capitale Juba: sono le due etnie tribali più forti nel Paese, che ne conta circa una ventina. Sono tanti quelli che, alla ricerca di un po’ di pace, dal Sud Sudan vanno in Uganda, dove sono accolti in campi profughi».
 

Una guerra tra fratelli, quindi?
«Mi viene da pensare a Caino e Abele. Sembra quasi che l’uomo nel suo Dna abbia la tentazione di scontrarsi con il suo fratello, con chi gli è più simile e più vicino. Sono tanti gli episodi di odio che avvengono anche a scuola – e di cui ho sentito raccontare – tra i giovani di etnie diverse».
 

Ma è solo una questione tribale?
«No, perché nel Paese ci sono molte risorse e quindi soldi e potere. E questo accende gli appetiti dei Paesi esteri e delle multinazionali che destabilizzano l’equilibrio del Sud Sudan per poter accaparrarsi le risorse. Il comboniano padre Daniele Moschetti, che ha vissuto in Sud Sudan per sette anni, ha scritto: “Dal 2005 al 2011, il 9 per cento della terra del Sudan era già stata data a molte multinazionali sovranazionali: è il fenomeno del land grabbing, cioè l’accaparramento delle terre, perché erano terreni molto fertili mai utilizzati.
 
L’Arabia Saudita, che è un Paese deserto, prende tantissima terra dall’Africa per poter coltivare grano sia per i consumi interni sia per vendere sul mercato internazionale. Si accaparrano le terre attraverso l’illegalità perché c’è la corruzione”. Infatti la corruzione è sempre più grande, l’inflazione è spaventosa e le disuguaglianze tra chi ha tanto e chi non ha niente stanno aumentando, portando un aumento della criminalità e della presenza di armi».
 

Quali sono le maggiori necessità?
«La necessità più grande è la pace: pace per tutti che dia la possibilità di vivere qualcosa di più normale. La gente qui è esasperata da condizioni impensabili: sfruttamento, corruzione, guerra, uccisioni, odio, violenza, instabilità… Hanno bisogno di aiuti primari ma anche – ad esempio – di andare a scuola con stabilità per portare a termine i propri studi senza interromperli a causa della guerra. Hanno bisogno di strutture sanitarie dove accedere con tranquillità e sicurezza, di strade percorribili e di strutture che possano dare loro posti di lavoro…».

 
Segni di speranza?
«Nei giorni in cui mi sono fermata in Sud Sudan, ho potuto collaborare a stretto contatto con un gruppo di diciannove persone. Nei loro racconti vedo dei segni di speranza: con dei piccoli aiuti e i propri sforzi riescono poco alla volta a comprarsi un po’ di terra e ad ottenere dei raccolti che consentono loro di vivere dignitosamente. Mi sembra che la speranza di questo popolo sia più grande dello scoraggiamento che la situazione sembra imporre: è come un semino che germoglia in una terra arida»
 

Alessio Magoga

(articolo tratto dal settimanale della Diocesi di Vittorio Veneto L'azione)
 
  

 
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