Noi veniamo tutti dall’esperienza e dalla cura pastorale parrocchiale: il valore di questa istituzione nella storia della Chiesa è privo di dubbi. Nella parrocchia si trovano persone di diversa età, estrazione sociale e condizione culturale, che nell’eucarestia domenicale si riconoscono fratelli e sorelle, diventando l’unico corpo del Signore.

Il dizionario italiano Zingarelli, sotto la voce ‘parrocchia’, spiega cosa sia dal punto di vista giuridico e umano; poi, alla quarta definizione, c’è il senso figurato: “Insieme ristretto di persone legate fra loro da interessi settoriali”. Questo significato è entrato nella lingua italiana perché veniamo da un'esperienza parrocchiale dove il rapporto tra parroco e parrocchia è rigido e totalizzante.

Naturalmente è una deformazione della parrocchia, però è un’esperienza quotidiana, reale: credo che il Concilio Vaticano II abbia voluto allargare l’obbiettivo con quell’affermazione, ormai fondamentale: la Chiesa è per sua natura una comunione. Vuol dire che qualunque realizzazione di Chiesa si possa immaginare, non può essere chiusa e ripiegata in se stessa, ma in comunione con altre comunità.

A partire dal Concilio abbiamo ripetuto che la famiglia è Chiesa domestica: giustamente lì si forma una cellula della Chiesa cattolica che è la base di tutto il resto. Tuttavia, la famiglia è Chiesa domestica solo se aperta ad una comunità più ampia. La stessa cosa vale per la parrocchia: la Chiesa si manifesta con la celebrazione dell’eucarestia domenicale, perché lì la comunità ascolta l’unica Parola, partecipa all’unico pane e all’unico calice e diventa un cuore solo ed un’anima sola.
 
Il calice che noi benediciamo non è forse comunione del sangue di Cristo? Il pane che noi spezziamo non è forse comunione del corpo di Cristo? Poiché c’è un pane solo, tutti noi – che partecipiamo all’unico pane - siamo un unico corpo. Quindi non c’è dubbio: la parrocchia, anche se piccola o povera, è realizzazione della Chiesa. A condizione, tuttavia, che non sia isolata, ma in comunione con le altre, in modo che la sua esperienza possa essere esperienza cattolica.

Ultimamente lo stesso discorso vale per la diocesi. Da un certo punto di vista, la diocesi è una Chiesa autosufficiente, perché ha tutti gli strumenti per rigenerarsi: il vescovo può ordinare dei preti, quindi può dare continuità alla sua esistenza. Ma se non è in comunione con le altre diocesi, le manca la cattolicità. 
 
Allora la regola - semplicissima e fondamentale - è questa: la Chiesa si realizza solo in un’esperienza di comunione, perché solo a questa condizione può effettivamente esprimere il mistero della Chiesa, che è appunto mistero di comunione.
 
Quando negli Atti degli Apostoli viene descritta la formazione della prima comunità di Gerusalemme nel giorno di Pentecoste, san Luca scrive significativamente: “Allora coloro che accolsero la sua parola furono battezzati e quel giorno si unirono a loro circa tremila persone” (Atti degli Apostoli 2,41). L’ingresso nella comunità cristiana avviene attraverso un processo di comunione, unendosi a qualcuno.
 
E descrive così la prima comunità: “Erano assidui nell'ascoltare l'insegnamento degli apostoli e nell'unione fraterna, nella frazione del pane e nelle preghiere” (Atti degli Apostoli 2,42) e successivamente: “La moltitudine di coloro che erano venuti alla fede aveva un cuore solo e un'anima sola e nessuno diceva sua proprietà quello che gli apparteneva, ma ogni cosa era fra loro comune.
 
Con grande forza gli apostoli rendevano testimonianza della risurrezione del Signore Gesù e tutti essi godevano di grande simpatia. Nessuno infatti tra loro era bisognoso, perché quanti possedevano campi o case li vendevano, portavano l'importo di ciò che era stato venduto e lo deponevano ai piedi degli apostoli; e poi veniva distribuito a ciascuno secondo il bisogno” (Atti degli Apostoli 4,32-34).

Come si fa a rendere testimonianza con forza della risurrezione del Signore? Nel contesto di Luca la forza è nella comunione fraterna: si vogliono così bene che condividono la loro esistenza. Questo cosa produce? La risurrezione del Signore. È il Signore risorto che guida, anima e stimola questa comunità, che quindi ne diventa il segno concreto.

San Giovanni scrive esattamente la stessa cosa. Quando Gesù trasmette il comandamento dell’amore fraterno, dice: “Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri” (Gv 13,35).E quando parla dell’unità: “Come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch'essi in noi una cosa sola, perché il mondo creda che tu mi hai mandato” (Gv 17,21).
 
Il mondo potrà credere che Gesù viene da Dio quando i discepoli saranno una cosa sola, quando ci sarà quindi una comunione effettiva e significativa. “Ciò che era fin da principio, ciò che noi abbiamo udito, ciò che noi abbiamo veduto con i nostri occhi, ciò che noi abbiamo contemplato e ciò che le nostre mani hanno toccato, ossia il Verbo della vita […] noi lo annunziamo anche a voi, perché anche voi siate in comunione con noi.
 
La nostra comunione è col Padre e col Figlio suo Gesù Cristo” (Gv 1,1-4). Il discorso fondamentale dell’unità pastorale dovrebbe nascere da qui, dalla percezione che la Chiesa è strutturalmente una comunione e che la legge della comunione deve vigere in tutte le sue manifestazioni. La comunione non si identifica con l’unità pastorale: ma quest’ultima è un piccolo, semplice passo nella direzione dell’essere con e dell’essere per.
 
Unità pastorale vuol dire fondamentalmente questo: partendo dalla comunione - che il Signore produce in noi con la sua Parola e il suo Spirito – dobbiamo impostare una collaborazione fra parrocchie che sia sistematica, prolungata nel tempo e tendenzialmente totalizzante. Chi ha più bisogno dell’unità pastorale?
 
Le parrocchie piccole, che hanno il vantaggio di fertili rapporti interpersonali e di manifestazioni di amore fraterno, ma hanno degli impedimenti sul fronte delle esigenze attuali della pastorale. Il primo punto è evidentemente la mobilità delle persone: i fedeli di una piccola parrocchia studiano, lavorano e frequentano altri luoghi.
 
L’idea che la parrocchia possa effettivamente accompagnare la vita dei parrocchiani nel loro cammino di crescita è dunque un sogno, perché la maggior parte dei loro interessi è in un altro luogo, con altre persone. La mobilità scardina il valore che le piccole parrocchie hanno avuto nel passato.
 
Aggiungete a questo la pastorale giovanile, la pastorale scolastica, la pastorale sportiva, la pastorale sociale, la pastorale politica: o si rinuncia a tutto questo o bisogna unirsi ad altre parrocchie. Questa unione può avvenire in due modi: attraverso la soppressione di alcune parrocchie e la creazione di una macro parrocchia o attraverso la costituzione di una collaborazione istituzionale tra le parrocchie.
 
Le parrocchie rimangono, ma perdono l’autonomia pastorale: dal punto di vista pastorale c’è un unico progetto, un unico modo di operare, mettendo in collaborazione tutte le forze disponibili sul territorio. Cancellare delle parrocchie può essere controproducente: l’interesse religioso della maggior parte delle persone è reale, ma non primario.
 
Se l’offerta di incontro o di preghiera è vicina, la possono accogliere volentieri, mentre la lontananza diventa un impedimento. Quindi la presenza capillare sul territorio è un valore positivo. Don Alberto Altana, che era tra coloro che hanno promosso la reintroduzione del diaconato in Italia ed è stato la guida dei diaconi per i primi decenni, sognava una parrocchia suddivisa in diaconie, cioè in piccoli rioni o caseggiati guidati da un diacono, il quale, in comunione con il parroco, raccoglieva la gente in quel piccolo ambito di vita e arrivava al singolo.
 
Il parroco non può farlo, in una parrocchia grande. Non è necessario che siano diaconi: possono essere anche laici, che abbiano la giusta sensibilità per rapporti umani caldi e accoglienti. L’importante è la capillarità: cerchiamo di non cancellare molte parrocchie, ma di lavorare invece sulla linea della piena collaborazione. L’idea delle unità pastorali, di per sé, è abbastanza semplice: si tratta di considerare alcune parrocchie vicine – dal punto di vista geografico, ma anche di omogeneità delle esperienze delle persone coinvolte – come un unico campo del servizio pastorale.
 
Le forze e le capacità che abbiamo a disposizione sono da considerarsi al servizio di tutta l’unità pastorale: i preti e i diaconi, innanzitutto, i religiosi e i consacrati, i catechisti, i ministri straordinari della comunione, tutti i ministeri laicali istituiti – per esempio accoliti e lettori -, ma generalmente i ministeri di fatto, che non sono istituiti, ma realizzati a partire dal bisogno e del riconoscimento da parte della comunità.
 
Lo stesso discorso vale per i luoghi e gli strumenti: tutto quello che abbiamo è in comune, al servizio di tutti. L’intera unità pastorale ha la possibilità di considerarlo come proprio e usarlo per la propria attività di servizio. Tutto questo richiede un progetto di servizio pastorale unitario, che tuttavia non significa una centralizzazione generalizzata nella parrocchia più grande.
 
Alcune attività richiedono una centralizzazione: ad esempio, la pastorale giovanile, la preparazione al matrimonio o l’accompagnamento alle persone conviventi. Altre, invece, potranno essere portate avanti nelle singole parrocchie: ad esempio, l’eucarestia domenicale, il rosario nel mese di maggio, la Via Crucis in Quaresima.
 
Per altre attività, si dovrà decidere caso per caso. All’unità pastorale spetta la riflessione, la decisione e il progetto. L’obiettivo non è un risparmio di risorse ed energie, ma un miglioramento pastorale: individuiamo cosa è utile realizzare insieme o nelle singole parrocchie, per favorire la crescita della comunità e di tutti gli elementi che la compongono.
 
Per questo serve un consiglio pastorale di unità, che elabori il progetto e i programmi pastorali dell’unità, partendo da questi interrogativi: qual è la condizione di fede delle nostre parrocchie? Che cosa viene fatto correttamente? Cosa ci manca? Quali problemi stanno nascendo? L’unico scopo del consiglio, dunque, è progettare e verificare l’attività pastorale.
 
Non c’è bisogno di incontri numerosi, ma ben preparati e puntuali; ogni anno o due si verifica il progetto pastorale e gli obiettivi raggiunti o mancati. Gli organismi di partecipazione sono realtà che il Concilio ha istituito come espressioni della comunione ecclesiale: il consiglio presbiterale diocesano è il più importante, seguito dal consiglio pastorale diocesano e da quelli parrocchiali, ecc..
 
Abbiamo avuto un periodo di grande fioritura, negli anni dopo il Concilio, in cui ci sembrava di poter reinventare la Chiesa. Poi ci siamo accorti che i nostri bei programmi pastorali passavano sopra gli operatori e le persone: non servivano, e gli organi di partecipazione sono andati in crisi, persi in minuzie. Bisogna recuperarli, perché sono necessari: ci permettono di riflettere insieme e portare avanti il discernimento comunitario.
 
La Chiesa non è una democrazia: il potere non viene dal basso, ma da Gesù Cristo Risorto. Il Papa, i vescovi e i sacerdoti sono suoi strumenti, ma il Pastore è lui. Ma questo non significa che sia un’autocrazia, dove chi è al governo fa quello che vuole: il discernimento – cioè il processo per arrivare alle decisioni – deve essere comunitario.
 
Questo è il senso del sinodo: è la firma del vescovo che dà valore ai decreti del sinodo, ma il processo che porta alle decisioni deve essere comunitario, perché il Signore dà lo Spirito Santo a tutti. Quindi se una Chiesa vuole essere docile allo Spirito non può trascurarne la manifestazione attraverso le persone.
 
Può creare delle tensioni, ma dà delle enormi opportunità di comunione e di crescita del senso di appartenenza e della responsabilità personale. Un’obiezione moderna viene da chi distingue tra una pastorale di programma e una pastorale generativa. È un’espressione che si lega molto alla Evangelii Gaudium, quando Papa Francesco scrive che il tempo è superiore allo spazio, quindi la carta vincente non è occupare quanti più spazi possibili, ma accendere quanti più processi è possibile.
 
Cos’è una pastorale di programma? È un mosaico, costruito seguendo un disegno ben preciso. Quindi il mosaico corrisponde alla mia immagine, all’idea che me ne ero fatto. È dunque una pastorale spaziale. Ma nel Vangelo c’è un’altra immagine: quella della semina. Quando il Signore ha gettato il seme, non sapeva quale avrebbe portato frutto, ma aveva fiducia in quei processi di crescita che sono la vita del seme. È un processo che non si può controllare del tutto.
 
Non c’è dubbio che il futuro sia di una pastorale generativa: quindi dovremmo lavorare in questa direzione, senza l’ansia di coprire tutti gli spazi e di risolvere tutti i problemi. Ma non vuol dire fare una pastorale non progettata e attuata metodicamente. Sappiamo che dobbiamo seminare molto e che il risultato non dipenderà totalmente da noi, ma dallo Spirito e dalla libertà delle persone a cui ci si rivolge. Si dovrà lavorare molto sulla Parola - che è seme - e sull’eucarestia, che deve essere percepita non come la realizzazione di un dovere, ma come l’incontro con il Signore Gesù nella forza dello Spirito.
 
Le meraviglie del Signore sono sempre l’immagine di Cristo in noi, ma assumono manifestazioni varie, sorprendenti e inattese. È il Signore che, attraverso la forza dello Spirito, mette nel cuore della gente dei desideri : non spegneteli. Non opprimete quello che lo Spirito fa con programmi troppo rigidi; imparate però a discernere, per capire se il desiderio viene dallo Spirito o dall’egoismo umano, o dal male.

 
mons. Luciano Monari
 
(articolo tratto da www.diocesiarezzo.it)

 

 
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