[...] La chiesa ha bisogno dei teologi?
 
Trovo questa domanda un po’ inquietante, perché sembra sottintendere che la teologia non interessi a nessuno; e che c’è gente che perde tempo a interrogarsi su questioni estremamente complesse, là dove invece potremmo benissimo farne a meno. È per me il segno che il contenuto della fede non suscita più interesse.
 
E che la chiesa in fondo non ha bisogno del lavoro di quanti tentano d’interpretare la fede, di ritradurla, di renderla comprensibile – lavoro che esige di essere sempre rifatto a ogni generazione. Ma come sarebbe una chiesa che dicesse ai teologi che ciò che fanno non le interessa? Vorrebbe dire che tutte le affermazioni di fede verrebbero ripetute a pappagallo e perderebbero poco a poco il loro senso.
 
Ma noi sappiamo quanto è difficile far comprendere il vero significato delle affermazioni teologiche e dottrinali. Una fede che si accontentasse della ripetizione, in fin dei conti, potrebbe dire qualunque cosa, senza dare fastidio a nessuno. Che vi siano tre persone nella Trinità e non quattro, che differenza farebbe?

 
Può darsi che, dietro a questa domanda un po’ impertinente, vi sia anche la convinzione che la teologia complichi le cose. O no?
 
Lo si può affermare per alcune epoche, in particolare quella della neoscolastica del XIX secolo, di cui siamo gli eredi: si può pensare che quella teologia abbia posto delle questioni inutili.

 
Cos’è la Scolastica?
 
Nella storia della chiesa siamo soliti distinguere la teologia dei padri della chiesa, nel periodo che va dal I al VI-VII secolo. Nel Medioevo si sono poi sviluppate un certo numero di scuole di teologia, e siamo passati a una teologia che voleva essere più scientifica, ma anche più “di scuola”; la Scolastica ha appunto dominato il Medioevo, compiendo degli sforzi espositivi e di riflessione molto interessanti.
 
Nel XVI secolo si è pensato di aver speculato a sufficienza, e si è tornati alla storia, in particolare con una teologia controversistica che vedeva su fronti opposti i cattolici e i protestanti; qui le domande venivano poste a livello storico: quale chiesa può dirsi la vera erede della chiesa primitiva? Il XVIII secolo è stato, per la teologia, un secolo piuttosto anonimo, essendo stato il grande momento della filosofia, specialmente con l’Idealismo tedesco (si pensi soprattutto a Kant), che ha rinnovato i modi del pensare.
 
Con il XIX secolo ha avuto luogo un rinnovamento teologico grazie alla scuola tedesca di Tubinga. A metà del XIX secolo papa Leone XIII ha voluto rilanciare una nuova teologia scolastica. Già la tarda Scolastica del XV-XVI secolo aveva posto delle questioni inutili, e ora nel XIX secolo si ritrova questo brusio teologico di fondo, estraneo a una fede più popolare.
 
Il XX secolo, d’altro canto, si è rivelato un grandissimo secolo teologico: in Francia, per dire, vi sono stati dei grandi teologi, nella famiglia domenicana e in quella gesuita (Congar, de Lubac e molti altri), che hanno davvero rilanciato una nuova teologia, producendo molte novità nella comprensione e nell’interpretazione dei dogmi.

 
Allora abbiamo davvero bisogno dei teologi per conoscere e comprendere il contenuto della nostra fede…
 
Ritengo che non abbiamo il diritto di annunciare agli altri ciò che neppure noi comprendiamo chiaramente, sennò ricorriamo a un linguaggio senza costrutto che gli altri non possono capire. Capita anche ai genitori che parlano della loro fede ai figli; se il bambino fa una domanda di cui l’adulto non capisce la pertinenza, gli deve rispondere: «È una domanda difficile; lascia che mi informi e poi ti rispondo».

 
Sarebbe a dire che la chiesa ha bisogno che i teologi ridefiniscano il contenuto della fede ad ogni epoca?
 
Certamente! È per questo che la questione del lessico è importantissima. Il linguaggio teologico non può esimersi dall’evolversi, deve preoccuparsi di farsi comprendere. Il guaio è che c'è stata una specie di frattura – di cui la Scolastica è in parte responsabile – tra scienza teologica e fede popolare. Spesso le prediche che ascoltiamo sono colme di devozione, ma non abbastanza teologiche: non rispondono alle domande che la gente, senza avere il coraggio di formularle ad alta voce, si pone.

 
Senza teologia, la nostra fede si ridurrebbe a una forma di pietà?
 
Sì. E di una pietà senza più alcun senso. Non possiamo chiedere a un uomo o una donna di buona volontà che cercano il senso della propria vita, di aderire a dei princìpi che non comprendono. Il dramma della nostra epoca è la perdita di senso. Paul Ricœur l’aveva già affermato negli anni Settanta: nel momento in cui disponiamo, sempre di più, di mezzi di comunicazione e di procedure scientifiche – di strumenti, insomma –, stiamo perdendo il senso dei fini.
 
È proprio nell’assenza di uno scopo e di un significato nell’esistenza che risiede il malessere delle nostre vite. E direi che la grande responsabilità della chiesa, attualmente, è quella di cercare di ridare un senso alla vita. Perché la nostra esistenza non sia un puro susseguirsi di brevi e fugaci istanti felici. È normale desiderare di essere contenti e di vivere nel miglior modo possibile.
 
Ma, come ebbe modo di affermare Lévi-Strauss durante una trasmissione televisiva, o il senso è nell’uomo, oppure l’uomo è nel senso. Sono certo che sia vera la seconda ipotesi: l’essere umano vive immerso nel Senso, che non è lui stesso a darsi.

 
Lei ha fatto della teologia la sua vita, ha scritto diversi libri molto utili per i cristiani di oggi. La teologia l’ha resa felice?
 
Sì, perché mi ha permesso di rispondere a un certo numero di questioni sulle quali all’inizio non avevo le idee chiare.

 
Sophie de Villeneuve
 
(articolo tratto da www.queriniana.it)

 

 
Salva Segnala Stampa Esci Home