Può un pittore vissuto quasi seicento anni fa offrirci nuovi spunti per ripensare il mistero dell’annunciazione? La risposta è sì, se il pittore in questione è Antonello da Messina, come mostra Massimo Naro, sacerdote e docente di teologia sistematica presso la Facoltà Teologica di Sicilia, nel suo saggio Le vergini annunciate. La teologia dipinta di Antonello da Messina [...]. Adottando una prospettiva fenomenologica, l’autore esamina il modo in cui Antonello da Messina è riuscito a rendere l’episodio evangelico. 
 
Punto di partenza è l’analisi delle due celebri Annunciate del pittore siciliano, pregevolmente riprodotte nell’apparato iconografico che conclude il testo: la prima, dipinta intorno al 1473, è conservata presso la Alte Pinakothek di Monaco di Baviera; la seconda, risalente presumibilmente al 1476, è oggi esposta a Palermo alla Galleria Regionale della Sicilia di Palazzo Abatellis.
 
L’interpretazione tradizionale tende a leggere nella tavola di Monaco il turbamento che compare sul volto di Maria al momento dell’annuncio, come viene riportato dall’evangelista Luca, mentre vede nella tavola di Palermo una Vergine rasserenata, a seguito della pronuncia del fiat. Per Naro, le cose stanno diversamente, anzi l’ordine andrebbe invertito.

Secondo la sua suggestiva ipotesi, il dipinto di Palazzo Abatellis coglierebbe Maria nell’istante esatto del saluto evangelico: con la mano destra protesa sembra quasi voler fermare l’angelo o comunque intimargli il silenzio, come se lei già sapesse ciò che è venuto a dirle e non avesse bisogno di ulteriori conferme. Nel dipinto di Monaco, invece, le braccia incrociate al petto starebbero a indicare che Maria ha accolto pienamente l’annuncio e le conseguenze che questo comporta per la sua vita e per l’umanità intera.

Quale che sia la lettura più corretta, sarebbe davvero difficile sottovalutare l’importanza di queste due opere per la storia dell’arte e, più in generale, per la storia della cultura dell’Europa moderna. I due dipinti inaugurano, infatti, una nuova maniera di rappresentare e di interpretare il tema dell’annunciazione.
 
Antonello da Messina rende la Vergine l’unica protagonista della scena, raffigurandola a mezzo busto e in posizione quasi frontale rispetto allo spettatore, posa che consente di dare rilievo alla sua postura, all’espressione del volto e allo sguardo, non fisso sulla Bibbia ma capace di andare oltre il dipinto stesso, coinvolgendo lo spettatore.
 
I motivi iconografici dell’epoca, che pure il pittore aveva utilizzato per l’Annunciazione di Palazzolo Acreide del 1474 (attualmente a Palazzo Bellomo a Siracusa), scompaiono: l’angelo, la colomba dello Spirito Santo, il giglio, la tenda mossa dal vento, la colonna, la camera da letto e il giardino sono assenti. Il messaggio dell’annunciazione viene così completamente interiorizzato.

È questa una testimonianza, secondo Naro, del fatto che Antonello da Messina è riuscito a cogliere il senso più profondo del testo evangelico, che non consiste tanto nell’annuncio materialmente inteso, nella messa in scena cioè di un dialogo tra l’angelo e Maria su qualcosa che deve ancora accadere. Il vero senso deve essere rintracciato piuttosto in ciò che si sta già compiendo in Maria, sulla quale deve essere perciò concentrata tutta l’attenzione.
 
Quando l’angelo le dice «Rallegrati, piena di grazia: il Signore è con te» ( Luca 1, 28), sta indicando una presenza concreta, dal momento che il Verbo si è già manifestato. Ricorrendo a un’espressione del filosofo francese Michel Henry, Naro afferma quindi che l’annunciazione è una manifestazione della «parola della Vita», distinta dalla «parola del mondo». Solo la parola della Vita, infatti, è in grado di generare e di far nascere qualcosa di nuovo.

Un altro momento che Antonello è riuscito a fissare indelebilmente sulle sue tavole è l’atteggiamento timorato di Maria, che la avvicina alle grandi figure dell’Antico Testamento come Abramo, Tobia e Giobbe, capaci di onorare con devozione il Signore e di obbedire alla sua volontà fino a consegnarsi fiduciosi nelle sue mani. Al tempo stesso, ne segna la distanza rispetto al comportamento tenuto da Adamo nel giardino dell’Eden, «timoroso» del castigo divino perché consapevole della propria colpa.

Richiamandosi a Romano Guardini, Naro afferma che in Maria si esprime l’autentico timore di Dio, una forma di rispetto del fedele che crede in lui sperando nel suo amore e nella sua provvidenza. Ecco allora che quella trascendenza che appariva assoluta e quella distanza che sembrava incolmabile — i caratteri della dimensione metafisica del divino — si trasformano in una «conoscenza relazionale»: «O Dio, tu sei il mio Dio», può esclamare ogni credente seguendo il salmista (Salmi 63, 2).

Nell’annunciazione emerge, per Naro, anche l’unità e l’unicità del messaggio biblico, vale a dire la promessa di salvezza che grazie alla mediazione di Maria è rivolta a tutti gli uomini. Un aspetto messo bene in luce nelle due Annunciate da un elemento specifico: la presenza delle Sacre Scritture, in un caso disposte su un leggio di foggia gotica, nell’altro su un inginocchiatoio.
 
A rendere simili le due situazioni vi è il fatto che le pagine sono sollevate come per il passaggio di un vento leggero, che sta ad indicare il soffio dello Spirito. Maria è in un certo senso l’«esegesi vivente» del testo sacro. Si può rilevare una circolarità tra la promessa e il suo compimento attraverso la resurrezione: anche in quel caso, le destinatarie della rivelazione sono anzitutto le donne, che trovano il sepolcro vuoto.
Ecco allora che l’analisi di queste due opere di Antonello da Messina ci suggerisce, secondo Naro, qualcosa in più persino sul nostro rapporto con Dio e sullo statuto stesso della teologia. Mentre la filosofia nasce dalla meraviglia, come afferma Aristotele nella Metafisica, la teologia irrompe quando ci si lascia sorprendere dall’annuncio, quando si rivive nel quotidiano la visita dell’angelo, quando ci si identifica con Maria.
 
La teologia non è soltanto un discorso su Dio, ma anzitutto un colloquio con lui. E la pittura sublime di Antonello da Messina, con la sua forza e la sua novità, sembra rafforzare questa convinzione.
 
 
Giovanni Cerro
 
(articolo tratto da www.osservatoreromano.va) 
 
 
 
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