"Tutti coloro che erano diventati credenti stavano insieme e tenevano ogni cosa in comune; chi aveva proprietà e sostanze le vendeva e ne faceva parte a tutti, secondo il bisogno di ciascuno" (Atti degli Apostoli 2, 44-45). Così Luca rievoca la situazione idilliaca che si viveva a Gerusalemme in età apostolica. Al di là di queste parole, sembra di poter scorgere una struttura comunitaria che mirava all’eguaglianza, all’assistenza nei confronti degli indigenti, per il tramite dei beni messi a disposizione da coloro che presentavano un elevato potenziale economico.
 
Ma i primi tempi non furono sempre attraversati da questa pace solidale, che si doveva vivere a Gerusalemme, se nella prima lettera di Giacomo si percepisce già un conflitto tra ricchi e poveri: «Il fratello di umili condizioni si rallegri della sua elevazione e il ricco della sua umiliazione, perché la ricchezza passerà come fiore d’erba. Si leva il sole con il suo ardore e fa seccare l’erba e il suo fiore cade e la bellezza del suo aspetto svanisce. Così anche il ricco appassirà nelle sue imprese» (1, 9-11).
 
Nello stesso scritto l’invettiva contro i ricchi e la loro ricchezza diviene più polemica e dura: «E ora a voi ricchi: piangete e gridate per le sciagure che vi sovrastano! Le vostre ricchezze sono imputridite, le vostre vesti sono state divorate dalle tarme; il vostro oro e il vostro argento sono consumati dalla ruggine, la loro ruggine si leverà a testimonianza contro di voi e divorerà le vostre carni come un fuoco.
 
Ecco il salario da voi defraudato ai lavoratori, che hanno mietuto le vostre terre, grida; e le proteste dei mietitori sono giunte alle orecchie del Signore degli eserciti. Avete gozzovigliato sulla terra e vi siete saziati di piacere, vi siete ingrassati per il giorno della strage. Avete condannato e ucciso il giusto ed egli non può opporre resistenza» (5, 1-6).

D’altro canto, in ambiente giudeo-cristiano, si era diffusa una tendenza all’ esaltazione del pauperismo, che sfocia nel pensiero degli ebioniti, che, come è noto, traggono la loro definizione dalla parola ebraica ebion (povero) e non da un supposto personaggio di nome Ebion. Anche Marcione, già nel II secolo, ricorda che la buona novella, trasmessa specialmente da Luca e da Paolo, riguarda eminentemente i poveri.

Gli apologisti della prima ora sottolineano come per i pagani i cristiani si identificano con i pauperes (Minucio Felice, Octavius 36) e come i cristiani non si vergognassero per questo: plerique pauperes dicimur (Tertulliano, Ad uxorem 2,8). Ben presto, i fratres scelsero la povertà come condotta di vita, praticando una sorta di ascetismo ante litteram, forse per il timore di cadere nel peccato che la ricchezza comporta, tanto da rendere ciechi e da allontanare da una rigorosa e coerente vita cristiana.
 
A questo riguardo, la percezione della ricchezza è oscillante. La ricchezza è paradossalmente considerata un dono di Dio (Didachè 1, 5) e l’indigenza deve essere considerata come una condizione naturale e non in funzione di un conseguente desiderio di guadagno. Insomma, non basta essere poveri per essere giusti: il cristiano può possedere, ma deve temere l’ingordigia e l’avarizia (Tertulliano, De idolatria 11).
 
In buona sostanza, la ricchezza può risultare onesta, quando non è insaziabile, quando il cristiano non è attaccato alle proprietà, ma è pronto a lasciare casa, fratelli o sorelle o madre o padre o figli o campi. Solo così «riceverà, già nel presente, cento volte tanto in case e fratelli e sorelle e madri e figli e campi» (Marco 10, 29).

Il concetto della ricompensa, in seguito all’aiuto dei poveri, è sicuramente rivoluzionario. Una celebre similitudine del Pastore di Erma (2, 5-10) offre una metafora, che suona come una parabola riguardo alla primitiva teologia della ricompensa: colui che dona al povero riceve in cambio la sua preghiera.
 
Essi si aiutano a vicenda, come l’olmo, albero sterile, a cui è avvinghiata la vite, che porta il suo frutto solo se sostenuta da quello: «Il ricco — conclude Erma — che solleva il povero e poi gli somministra il necessario, crede che, se si adopera per il povero, potrà trarne la ricompensa presso Dio. Il povero è ricco nella sua preghiera e nella confessione e la sua preghiera ha grande forza presso Dio. Il ricco, quindi, provvede al povero senza titubanza. Il povero aiutato dal ricco prega Dio per lui e lo ringrazia per lui».

Da questa riflessione discende il concetto dell’elemosina come strumento per ottenere il perdono ai peccati. L’elemosina, anzi — secondo quanto rileva Leone Magno (Sermone 11) - è come un prestito fatto a Dio, poiché colui che dona ai bisognosi sappia che offre a Dio tutto ciò che possiede, così che come rende partecipe Cristo dei beni terreni, questo lo renderà partecipe del regno dei cieli. È ancora Leone Magno (Sermone 6) a identificare il povero con il Cristo, il quale ci ha tanto raccomandato gli indigenti, da pensare che in essi noi vestiamo, accogliamo e cibiamo lui stesso.

Il concetto di elemosina rimbalza nelle celebrazioni liturgiche, durante le quali si raccoglievano le offerte (Tertulliano, Apologetico 39). L’elemosina ritorna continuamente nella letteratura patristica laddove si puntualizza che essa può essere accettata, solo se proveniente da guadagni leciti e da professione degna (Clemente Alessandrino, Paedagogus 1, 11).
 
La beneficenza — secondo i padri della Chiesa — deve essere motivata, innanzi tutto, da ragioni evangeliche, ma anche dall’amore per il prossimo, dal concetto di uguaglianza, dal sentimento comunitario. E tutto questo condurrà verso la vita ascetica, verso le forme del monachesimo e del pauperismo, facendo dialogare l’aspetto sociale e spirituale di una scelta di vita che, rinnegando il proprio rango sociale, non si preoccupano del diritto della proprietà e allargano il pensiero verso i sentimenti della generosità e della fratellanza. 
 
 
Fabrizio Bisconti
 
(articolo tratto da www.osservatoreromano.va)

 

 
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